venerdì 1 gennaio 2016

Tamil Nadu: toccata e fuga

Abbiamo incastrato questo viaggio nella pausa natalizia dagli impegni lavorativi e scolastici rosicchiando due settimane stentate,  un intervallo di tempo più breve di quello che normalmente dedichiamo ad un viaggio itinerante. Ricalcando le esperienze di chi ha viaggiato nell'India del Sud prima di noi e forti di un anno in più nel curriculum dei piccoli viaggiatori di casa, abbiamo pensato ad un itinerario equamente distribuito tra Tamil Nadu e Kerala, con cambi frequenti di base e tappe di una o due notti. Questo ci ha permesso di avere una visione d'insieme del Tamil Nadu attraverso alcune tra le città e i siti religiosi più importanti. Sempre sfruttando il fenomemo indiano delle sinapsi, i trasferimenti li abbiamo organizzati di volta con driver reclutati generalmente tramite gli alberghi che ci hanno ospitati.

Kanchipuram - l'arrivo
È sulla strada tra Chennai e Mallalapuram dove ci siamo fermati per pranzo e per visitare l'Ekambareshwara temple, che dei templi dedicati a Shiva associati ai 5 elementi  (acqua terra aria fuoco cielo) rappresenta la terra. Ingolfati negli abiti invernali, narcolettici dopo la notte intercontinentale con scalo, siamo stati palleggiati tra una puja, un banyan tree millenario,  il primo e ultimo thali del sud dell'India,  esperienza gastronomica troppo forte per il palato dei bambini, una passeggiata ipnotica che ci ha iniziati al caldo tropicale e al mix acustico, ottico e olfattivo indiano.

Mallalapuram - presa di coscienza
Ammetto, c'è stato un momento in cui mi sono chiesta "cosa ci faccio qui e come mi è venuto in mente di rinunciare al mio piatto di tortellini natalizio?"
Non è durato molto e oggi di Mallalapuram mi resta la nostalgia profonda che si prova ripensando al luogo dove inizia un viaggio, un posto importante perché fa da cornice ad un tempo importante, quello della presa di coscienza,  in cui interrompi il legame con quanto ti lasci alle spalle e ti abbandoni alle possibilità che il viaggio ti offre: la passeggiata sulla spiaggia al tramonto, l'atmosfera fricchettona, arrampicarsi sui Five Rathas, il massaggio serale mentre Rosemary intrattiene i bambini, le scivolate sulla "Shiva butterball", la guest house sgangherata, la corsa sul primo tuc tuc e la bella passeggiata alla Crocodile Bank con Lolli e Daniele che mi presentano il gaviale del Gange e gli altri terribili rettili conosciuti in chissà quale libro in giro per casa.


Auroville - atto di fede
Sì dividono i viaggiatori che visitano Auroville, alcuni entusiasti affascinati dal progetto che c'è dietro e altri scettici che dicono di non coglierne il senso.
In effetti quello che capisco di Auroville è che il progetto avviato una trentina di anni fa è vivo e in salute, una città internazionale in cui un paio di migliaia di persone di 40 diverse nazionalità oggi cooperano nell'ambito di un sistema codificato di attività collaborative che risulta in un ricco artigianato locale e nella gestione collettiva della stessa comunità: evidentemente una realtà cui si può credere e per i più idealisti un modello da imitare.
Noi ricordiamo una piacevole camminata nel bosco ombreggiato, leggere il significato dei vari fiori sul sentiero e le foto da ogni angolatura al Matri Mandir, struttura a metà tra il luogo di culto e il disco volante che ci ha ipnotizzati a distanza per una lunga mezz'ora.

Pondicherry - backpacking 
Fare i backupacker muovendosi in macchina è quasi una scorrettezza nei confronti di quelli che sgobbano tutto il giorno con lo zaino in spalla pure dentro i templi, ma stavolta il driver ci ha cannati nel mezzo di una strada sterrata più o meno in costruzione e l'ultimo miglio per raggiungere l'albergo ce lo siamo conquistato con onore ognuno trasportando un pezzo.
Pondy è famosa per conservare gelosamente l'atmosfera di ex colonia francese, nei vicoli nei ristoranti e nei negozi di un quartiere centrale delimitata verso il mare da una bellissima passeggiata pedonale.
Nei miei ricordi c'è la terrazza bella e ventosa dell'hotel da cui osservare sullo sfondo le incessanti partite di cricket, i rangoli natalizi all'ingresso delle case, aperitivo con pop corn sul lungomare, corse per la città in tuc tuc cercando il caricabatterie della Canon, un bel parco curato e la rigogliosa vegetazione tropicale da cui capisci esattamente cosa hanno trovato nel Golfo del Bengala tutti quelli che dall'Europa l'hanno raggiunto un secolo fa e non sono più riusciti ad andare via.


Kumbakonam - "Da Non Perdere"
Un turista dilligente non si sente a posto con la coscienza se non ha infilato nel proprio itinerario un numero adeguato di riquadri azzurri della Lonely Planet, e noi dilgentemente ignoriamo tutti gli altri templi di Kumbakonam, sosta programmata sulla strada tra Pondycerry e Tanjhavur, e ci focalizziamo sull' Airavatesvara Temple.
Ci arriviamo quasi vicino all'ora del tramonto e ci accoglie una bella luce, un bel prato e una bella atmosfera solenne, È uno dei templi chola dedicato a Shiva, di quelli in cui puoi passeggiare per ore nel cortile o tra le colonne esplorando sculture e bassorilievi. Cominciamo a capire un po meglio l'architettura religiosa, il limite oltre il quale si cammina a piedi nudi e il labirinto di colonne che protegge la zona centrale sacra che ospita le statue degli dei.
Ce ne andiamo perché c'è ancora un po di strada fino alla meta finale della giornata, ma saremmo rimasti volentieri con tutti gli altri tra i prati a vedere svanire un po alla volta i gopuram inghiottiti dalla sera che avanza.

Tanjhavur - Jin e jang
Chi guarda le foto dell'India è colpito da un'esplosione di colori e tutto sembra bello, tutto appare vibrante, tutti vorrebbero essere li.
Però questa non è l'unica verità, perché di solito il fotografo è parziale e non presenta l'altro lato. In India ogni volta che c'è una cosa bella c'è ne è un'altra altrettanto brutta, e così dietro l'affascinante geometria della frutta impilata su un carretto c'è un mucchio informe di rifiuti, accanto alle collane variponte di fiori c'è un vecchio sadu desolatamente scheletrico, sotto la terrazza di un  edificio coloniale c'è lo scheletro marcio di un edificio mai completato, vicino al mercato colorato c'è un canale immondo su cui galleggia ogni sorta di rifiuto putrido, dopo il profumo inebriante della collana di gelsomini intrecciata tra i capelli delle donne che entrano al templio c'è l'esalazione mefitica di una fogna a cielo aperto.  È così.
I due volti che Tanjhavur ci offre sono un traffico impossibile,  affollamento di mezzi e persone su strade inaffrontabili che  attraversarle sembrava una roulette russa, inquinamento che si insidiava sui vestiti, i capelli,  nei pori della pelle, frastuono incoercibile di clacson che si attenuava solo la notte con la chiusura del bazar, un luna park assurdamente affollato e chiassoso (jin) e la calma del templio, teatro di affaccendamenti discretamente rumorosi da parte delle folle di fedeli che espletano le infinite e cicliche liturgie della giornata tipo del dio hindu (jang).

Trichy - transizione
Si arriva a Trichy in modo naturale transitando tra Tanjhavur e Madurai, soprattutto per visitare lo Sri Ranganathaswamy che è il templio più grande del sud dell'India, con una serie di non so quanti gopuram per arrivare alla parte centrale che comunque è interdetta ai non hindu.
Bella bellissima la mezz'ora trascorsa sopra le mura in corrispondenza del quarto gopuram,  e bello come al solito perdersi nel labirinto dei cortili tra le folle sempre numerose di fedeli ad ogni ora intenti nell'esecuzione di un rituale o nella partecipazione ad una cerimonia o nell'attesa di una delle due cose.
Divertente il pranzo senza nessuna stoviglie,  riso e pollo consumati con le mani direttamente da una foglia di banana. 

Madurai - la cura
Quando arriviamo al JC Residency  siamo polverosi,  scapigliati, ornati di collanine di legno di sandalo, decisamente bisognosi di una doccia. L'albergo è sontuoso, coloniale,  pieno di personale che mi chiama Ma'am e mi offre massaggi e ci porta i bagagli e fa sculture bellissime con gli asciugamani sui letti.
Mi infilo nella Spa affidandomi per un paio di ore a due ragazze per un intevento di ordinaria manutenzione che a Roma verrebbe eseguito da una persona in mezz'ora, mentre i bambini si infilano in piscina, e poi tutti a cena. Un risveglio febbricitante di Francesco la mattina successiva ci fa cambiare programma e restare piacevolmente imprigionati per le 62 ore successive in questa gabbia a 4 stelle centrifugati dalle cure dei camerieri al ristorante, del personale della reception, del bagnino  in piscina, tutti preoccupati di vedermi sola con i bambini chiedendosi che fine abbia fatto il padre.
Io da parte mia mi sono affidata alle cure di Prabhu, che ci ha fatto da guida, da accompagnatore e da banysitter.
Ricorderò una passeggiata da sola alla ricerca di antipiretici e alcolici che si è conclusa con una limonata dolcissima e quattro chiacchiere con un certo Mohammed, professore di francese. Poi il Menakshi temple con le sue tante storie scolpite,  l'elefante a spasso nel portico, l'illusione ottica dello shivalingam sul soffitto, mezz'ora a riposare sulla scalinata della vasca delle abluzioni, un dolcetto buonissimo con cumino e cardamomo e la statua con le tre tette la cui visione ci è proibita perché non siamo induisti e la cerchiamo quindi su Google la sera.
E ricordo la sera di capodanno, shopping di bracciali d'argento,  birra sulla terrazza ventosa del
Supreme e  fuochi d'artificio dalla finestra della nostra camera, un anno che per questa volta inizia qualche ora in anticipo.

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