mercoledì 30 dicembre 2015

We are family

Una cosa che ricordo dal primo viaggio in India dieci anni fa è che nei rituali di presentazione ci venivano rivolte sempre le stesse tre donande: siete sposati? Da quanti anni? Quanti figli?
All'epoca la cosa mi divertiva perché il fatto che fossimo sposati da più di tre anni e non avessimo figli provocava una reazione di
malcelato stupore, e mi stupiva perché  sembrava normale che potessimo girare il mondo lasciando a casa un numero imprecisato di bambini.
La suggestione spirituale che si e impossessata di me dopo una settimana di vagabondaggio nei tenpli tamil fa apparire queato ritorno con tre bambini a distanza di anni come un segno di qualche disegno di Shiva, ma la verità è che essere una famiglia occidentale  a zonzo in India aggiunge un pizzico di ebbrezza al viaggio.
Alcune cose ci accadono solo perché siamo chiari di pelle,  vestiti da turisti, abbiamo a volte l'aria spaesata e rappresentiamo qualcosa di esotico. Le donne ci toccano, più volte nella giornata ci chiedono "bitch country? " spesso in inglese stentato, le bambine mi incollano gli occhi addosso analizzando rapite le nostre differenze nel fisico, nelle pettinature, negli abiti.
Ma il vero spettacolo è la considerazione riservata ai bambini,  specialmente Flavio che è più piccolo e dall'aspetto più
grazioso un po rotondetto e biondino.  Ci divertiamo a contare quante carezze, buffetti,  strapazzamenti, richieste di nome e foto realizza durante il giorno.
In quanto famiglia in generale ci capita spessissimo di essere accerchiati da gruppi di persone che vogliono fare foto con noi o che ci chiedono di scattargli foto per il solo gusto di guardarle una volta sullo schermo della Canon,  visto che non avremo modo di condividerle.
Mi fa troppo ridere l'idea che appariremo negli album di famiglia di chissà quanti tamil, e con chissà quali leggendari racconti da tramandare tra generazioni!

martedì 29 dicembre 2015

Sari

Nei miei viaggi in Asia ho sempre avuto la sensazione di essere più stropicciata, polverosa e sciatta delle donne del luogo.  Inoltre per quanto mi sforzi di mettere in valigia i vestiti più lunghi e le magliette meno scollate, una volta sul posto l'inadeguatezza del mio guardaroba occidentale risulta in tutta la sua evidenza perché la composta eleganza e la discrezione delle donne asiatiche resta per me ineguagliata.
La forza della tradizione in India si esprime anche nell'abbigliamento, qui infatti nessuna donna indossa abiti occidentali. Per quel che ho capito ci sono sostanzialmente due  alternative e cioè il sari e il salwar  kameez. Il sari è semplicemente stupendo,  un unico pezzo di stoffa colorato lungo dai cinque ai nove metri e largo un metro, che viene drappeggiato attorno al corpo senza spille e senza bottoni e che si indossa sopra una maglietta attillata.

In ogni città può essere difficile capire dove comprare un repellente per le zanzare  o una burra ma  l'offerta di tessuti di seta o sari già confezionati è pazzesca e le donne hanno una cura maniacale nella scelta dei colori, degli abbinamenti,  degli accessori. Anche se in fondo si tratta di un solo tipo di indumento la risultante è un incredibile profusione di colori sapientemente combinati per restituire un immagine di vera eleganza, impossibile non sfigurare accanto a una donna in sari.

Il salwar kameez è la versione indiana del look casual,  una tunica lunga indossata su un pantalone stretto e una sciarpa che si chiama dupatta poggiata sulle spalle. Adoro anche questa mise, mi incanto a guardare gli abbinamenti di colori e la varietà dei tessuti.
Mi incantano in particolar modo le uniformi scolastiche, che di solito sono dei salwar kameez in tinte sobrie, e le ragazze che lo indossano hanno spesso delle belle trecce annodate con nastri infiocchettati.
In materia di capelli l'idea e che non ci sia molto spazio per i saloni di bellezza così come in occidente, perché qui esiste un solo taglio di capelli e cioè  lunghi, perfettamente curati e spesso raccolti in una treccia. La treccia serve per tenere i capelli in ordine nel caldo tropicale ma ha anche un significato ipnotico e religioso, e simboleggia la confluenza dei tre fiumi sacri.
Anche se ho sempre raccolto sguardi di benevolenza nei miei abiti occidentali succinti, dai colori spenti e approssimativamente abbinati la fascinazione del look indiano mi provoca un immediato effetto camaleonte e spinta dal bisogno di abbandonare shorts e magliette anche io come tanti altri compagni turisti sono approdata quasi subito nella bottega di un sarto a Mallalapuram e li ho iniziato il mio processo di trasformazione e adeguamento.

lunedì 28 dicembre 2015

5 aspettative da dimenticare

Potremmo essere portati ad avere delle aspettative sull'India per diverse ragioni,  ad esempio perché da decenni è meta per turisti di tanti tipi diversi,  in cerca di avventura di spiritualità di vocazione di cambiamenti ma comunque tanta gente che viene da ogni parte del mondo e si assume che esporti elementi della propria cultura e stimoli la creazione di situazioni adatte ad accoglierla.
O perché l'India è una realtà economica in crescita,  e magari anche a noi è capitato di avere interlocutori indiani sul lavoro.
In ogni caso ecco la mia top five di aspettative da abbandonare immediatamente, prima è,  meglio è per tutti :

1. Il senso di marcia
La prima cosa di cui convincersi è  che il senso di marcia ha poco a che vedere con elementi fissi tipo la segnaletica orizzontale e molto a che vedere con circostanze contingenti.  In pratica un veicolo cammina sulla porzione di strada in cui non ci sono ostacoli tipo altri veicoli,  persone, mucche o carichi ingombranti di altri veicoli. Al secondo ordine viene la qualità della strada, specie fuori città. Ci è capitato di percorrere strade su cui in linea di massima si dovrebbe circolare non dico su cingoli ma almeno su fuoristrada come ad esempio quella tra Mallalapuram e Pondicherry in cui la somma di accelerazioni verticali (buche e dossi) e orizzontali  (brusche sterzate) è risultata in 5 soste per vomito con 4 vomiti  (una sosta senza vomito e lolli ha dato due volte).  Preso atto della sotuazione nella tratta successiva, tra Pondy e Tanjhavur la xamamina è stata nostra grande amica.

2. I tovaglioli
Non dare per scontata la presenza di un adeguato numero di tovaglioli a tavola, ne la loro adeguatezza a fare quello che ci si aspetterebbe da un tovagliolo,  cioè assorbire qualcosa. Anche sulla carta igienica nei bagni bisogna tenere basse le aspettative perché qualora presente ha l'aria poco invitante e non ha l'invito per lo strappo che è una cosa fastidiosissima anche se si può sopravvivere benissimo senza.

3. I negozi
In conseguenza della forte identità nazionale e orgoglio di appartenenza,  l'India è fortemente resistente alla globalizzazione. Non solo non ci sono negozi delle catene internazionali più note, ma manca proprio ogni analogia con il sistema di vendite al dettaglio del mondo occidentale,  che non è in assoluto un problema fin quando non scatta l'esigenza di acquistare beni che per qualche ragione si rendono urgentemente necessari.
A me stavolta è capitato di dimenticare a Roma il caricabatterie della Canon, e quando l'ho realizzato a Pondicherry ho scartato in modo automatco l'idea di cercare un posto in cui comprarlo perché la complessità di questo gesto era superiore alla mia immaginazione, molto più semplice comprare su Amazon e mirare l'albergo dove avremmo soggiornato nei prossimi giorni per la consegna. Essendo però bersagli troppo mobili e soprattutto non avendo un albergo per ciascuno dei prossimi tre giorni mi sono rassegnata all'idea di affidarmi ai consigli della gente del luogo, preparandomi alle inevitabili frustrazioni come per seguire un Dharma.
Per come sono andate le cose devo ammettere la mia superbia  e riconoscere all'India la capacità unica di accendere sinapsi articolate e affascinanti. Esprimi un bisogno e subito qualcuno si consulta con qualcuno che suggerisce un posto e chiama un tuc  tuc e gli passa un indirizzo ma a un passo dalla meta si perde e chiede consiglio a qualcuno che accompagna tutti per un pezzo e una volta giunti a destinazione nel centro principale di assistenza Canon del Tamil Nadu il caricabatterie del tuo modello non c'e e allora qualcuno telefona a qualcuno e poi dice al tuc tuc di portarti nel negozio vicino che è un minuscolo e fetido laboratorio di riparazioni in un tunnel tipo Corviale con dentro vari oggetti elettronici smontati e un signore che esamina la batteria, chiama qualcuno è infine sentenzia: pive minutes they bring.
A quel punto resta solo da aspettare 5 (cioè 25) minuti tra chiacchiere improbabili e foto con il buon uomo e negoziare poi il prezzo portandolo esattamente alla metà della richiesta iniziale per poter finalmente entrare in possesso dell'oggetto e iniziare la giornata.

4. Passeggiare in città
Significa prima di tutto abbandonare per sempre l'idea di avere i sandali liberi da sabbia acqua e fango secondo la stagione.
Significa essere parte del traffico insieme a tutti gli altri mezzi in circolazione, inclusi i carretti di cibo e frutta  (esempi incredibili di impeccabili geometrie nel disordine totale che li avvolge) e le mucche, cercando di evitare o canali fognari a cielo aperto a margini della carreggiata perché non esistono marciapiedi ne porzioni di strada vagamente riservate ai pedoni, e non ci sono sconti perché il traffico è semplicemente inaudito e disperante.
Significa superare la barriera del suono, in particolare della quantità di suoni umanamente sopportabili,  perche oltre ai motori usare il clacson per segnalare qualsiasi cosa è parte della guida come per noi mettere la freccia prima di curvare.
Significa essere consapevoli che non si sta facendo del bene ai propri polmoni, alla pelle, ai capelli, alle mucose delle vie respiratorie, alle cornee e le ghiandole lacrimali.


5. Spiritualità
Immagino che chi arriva qui per praticare una delle discipline che l'India ha esportato in occidente di solito arrivi diretto nell'ashram di destinazione e trovi quindi le conferme che cerca.
C'è poi ancora un flusso di vecchi e nuovi fricchettoni che non saprei bene se cercano ancora qualcosa e se risolvono le loro ricerche negli angoli un sacco suggestivi in cui mi è capitato di incontrarli,  tipo Pushkar al nord o Mallalapuram al sud.
L'India non mostra facilmente il suo lato spirituale,  non almeno la spiritualità per come l'avevo immaginata al tempo delle mie letture sull'induismo.
Eppure mi sembra che tutto qui parla di spiritualità,  i riti delle puja nei templi, gli altari con i fiori sempre frescho nelle abitazioni, nei negozi, nelle automobili e nei tuc tuc, le corone di fiori intrecciate tra i capelli delle donne o appese sui parafanghi dei camion. Soprattutto per me la spiritualità spiega tutto quello che  per noi è inspiegabile della vita in India e che spesso durante la giornata ci fa arrabbiare e domandare come si possa vivere così,  sopportare immense disparità economiche e sociali, assenza o trasandatezza dei beni comuni, sporcizia, inquinamento, disordine, che ci fa chiedere come sia possibile che loro e noi abitiamo lo stesso mondo, i nostri governi si siedano a un tavolo per fare (o anche non fare) accordi, le nostre imprese facciano affari.

Dal diario di Lolli: cronaca di un giorno a Tanjhavur

Ieri sera siamo arrivati a Tanjhavur verso le 8 di sera abbiamo cenato, siamo andati in albergo e ci siamo addormentati.
Oggi ci siamo svegliati e siamo scesi per fare colazione a base del solito toast burro e marmellata e frutta fresca.
Dopo colazione siamo tornati nella nostra stanza e subito dopo eravamo pronti per cercare nei negozi del mercato per l' ennesima volta il caricabatterie della macchina fotografica di mamma, così come il giorno prima siamo andati  nel primo negozio di elettronica e telefonia nel bazar sotto il nostro albergo ma non abbiamo trovato niente. Dopo quel negozio ci è capitato di vedere un altro negozio, questa volta di scarpe per me e le abbiamo trovate, erano delle ciabatte con sopra montati degli stretch regolabili in  larghezza.
Dopo le mie scarpe siamo andati a ricercare il caricabatterie della macchina fotografica di mamma che aveva scoperto un altro negozio di elettronica che si chiamava Royal Camera e la per fortuna lo abbiamo trovato.
Dopo aver trovato il caricabatterie della macchina fotografica siamo andati nella stazione per chiedere se c'erano dei posti liberi per arrivare in treno a Madurai ma la abbiamo scoperto che non c'erano.
Dopo abbiamo preso un tuk tuk e siamo andati a vedere il palazzo reale; la galleria d'arte stava per chiudere perciò gli abbiamo dato uno sguardino ma non ci siamo persi in una stanzetta un mezzo scheletro di balena. Poi siamo
andati in un giardino dove io e Daniele ci siamo divertiti a fare foto  dove tutto il  mondo era inclinato.
Dopo abbiamo fatto un pranzo con tramezzini e donuts e siamo andati a riposarci in albergo. Dopo siamo andati in un tempio dove per arrivarci dovevi attraversare una strada dove venivano delle macchine che praticamente non guardavano dove andavano,  arrivati abbiamo fatto una fila lunghissima per vedere Shiva rappresentato da un lingam alla fine l' abbiamo visto e gli abbiamo fatto un offerta dove il sacerdote ci ha fatto la tikka e ci ha dato una busta con  la polvere per fare le tikke. Nel cortile del tempio un gruppetto di indiani ci hanno strapazzati con un sacco di foto. Poi siamo andati al luna park dove io e Daniele abbiamo fatto una ruota panoramica che andava alla velocità della luce e, la sulla ruota, io mi sono sentito malissimo.
Allora siamo andati al ristorante dell'hotel dove io Daniele e Flavio  volevamo prendere la bistecca di pollo con il formaggio ma non c'era allora ci siamo presi un omelette e del riso in bianco.
Quando abbiamo finito di mangiare siamo tornati in camera, abbiamo finito di vedere un film e ci siamo subito addormentati. 

sabato 26 dicembre 2015

Impressioni dall'India

In India tutto sembra un contrattempo e se ci si sofferma sulla catena di malintesi, imprevisti e cambi di programma in cui si inciampa dall'istante in cui si atterra, si rischia di tornare indietro senza aver colto almeno qualcuna delle tante preziose opportunità.
In effetti è  così per ogni viaggio, ma molto di più per un viaggio in Asia,  e più che mai per la prima volta di un viaggio non organizzato in India.
L'India però  è un po come una malattia infettiva,  se l'hai contratta in passato ci sono buone probabilità di sviluppare un' immunità duratura ed essere in grado anche a distanza di anni di opporre una vedica compostezza al disperante carosello di rumori, odori, colori e conquistare la condizione karmika in cui l'imprevisto non destabilizza e si resta concentrati sui propri piani quel tanto che basta per riuscire a prendere il volo del ritorno lasciando aperta la porta all'affabulazione.
All'arrivo a Chennai ad esempio avevamo deboli aspettative che qualcuno ci venisse a prendere per portarci a Mamallapuram, e quando dopo qualche telefonata abbiamo in effetti appurato che nessuno sarebbe arrivato in quanto l'ipotetico driver della guesthouse era tutt'altro che a Chennai abbiamo semplicemente colto una delle diecimila opportunità di taxi e negoziato il viaggio con sosta a Kanchipuram.
La reazione anticorpale al disordine indiano ha tardato un po ma poi è arrivata, c'è stato solo bisogno di cambiare pelle per adattarsi al clima tropicale  dismettendo gli abiti del viaggio intercontinentale per indossare  sandali e magliette da poco archiviati nel cambio stagione, di recuperare il sonno con attacchi di narcolessia in macchina, al ristorante,  ovunque e dodici ore di fila la prima notte per sincronizzarsi con l'ora locale,  di ricordarsi come si fa a prendere le distanze dal carosello di odori e rumori nelle strade per non esserne definitivamente e irreversibilmente sopraffatti.
Le solite 24 ore insomma, per superare il senso di estraneità e scoprire che ci si sente doppiamente fortunati  per avere per la seconda volta la possibilità di visitare questo paese.

venerdì 25 dicembre 2015

Dal diario di Lolli: Natale in India

Oggi abbiamo scoperto che in India,  anche se non sono cattolici,  io Natale è un giorno di festa.
Ci siamo svegliati dopo 12 ore di sonno per recuperare la stanchezza del giorno prima che, come ho già detto, abbiamo cominciato a visitare ľ India alle 4
del mattino.
Volevamo fare colazione al bar della
Guest House ma era tutto occupato allora siamo andati a un bar vicino alľ albergo:abbiamo fatto colazione con omelette, toast burro e  marmellata, succhi vari,tè e  caffè.
Dopo colazione siamo usciti dalla Guest House e abbiamo preso un tuk tuk cioè un piccolo autobus senza portiere e siamo andati a vedere la "baia dei coccodrilli' dove     c'erano tartarughe, serpenti e soprattutto coccodrilli.
Dopo la "baia dei coccodrilli" siamo andati a vedere i "five ratas" cinque templi scavati in cinque rocce dedicati ad alcuni dei e li io ho capito che li pregare è quasi una conquista perché su un tempio per visitarlo ti dovevi arrampicare su la roccia dove era stato scavato ed io temevo di non farcela ma alla fine ci sono riuscito!!!
Dopo i  "five rathas" siamo andati a pranzo in un ristorante dove mamma e papà hanno deciso di fare un massaggio ma prima volevano vedere la "Shiva butter ball" ovvero la palla di burro che è una roccia in equilibrio su una collinetta, appena ľ ho vista mi sono emozionato un sacco, sulla collinetta di pietra dove
c' era in equilibrio la "palla di burro" abbiamo visto uno spazio liscissimo dove si poteva fare un divertentissimo scivolo e ... noi ci siamo subito buttati in quella mischia di bambini che volevano provare quel divertente gioco, così noi abbiamo fatto un bel po' di scivolate finché mamma e papà non ci hanno detto di andare perché loro volevano visitare lo "Shore Temple" cioè un tempio sulla spiaggia di Mamallapuram prima di fare il massaggio: e là, allo "Shore Temple", io sono rimasto incantato perché quel tempio era davvero molto bello e interessante.
Finito di vedere il tempio siamo tornati nel ristorante del pranzo, perché era là che si doveva fare il messaggio, e abbiamo cominciato a vedere un film sull' I-pad di papà e la per la prima volta abbiamo assistito ad un black-out ma non mi sono spaventato perché papà ci aveva detto che nell' India a volte andava via la luce cosi abbiamo continuato a vedere il film fino a che papà è arrivato e ha detto che mamma stava ancora facendo la doccia così appena mamma è arrivata siamo andati in albergo e ci siamo fatti una doccia e siamo andati a mangiare in un ristorante molto carino dove ci siamo presi la banana flambee ma a me no non mi è piaciuta.
Finita la cena siamo tornati in albergo.

giovedì 24 dicembre 2015

Dal diario di Lolli: Arrivati in India

Siamo atterrati a Chennai dove erano le 8 di mattina ma per noi erano le 4.
Usciti dalľ aeroporto abbiamo preso un taxi che ci ha portato fino al tempio di Shiva dove abbiamo comprato delle corone di fiori per fare la puja,al tempio ci hanno chiesto delle offerte e ci hanno fatto la tikka cioè un segno di buona fortuna.
Dopo siamo saliti sul taxi e siamo andati in un ristorante vegetariano dove,mamma e papà dicono di aver  mangiato bene,ma noi abbiamo mangiato malissimo.
Siamo arrivati nelľ albergo che era pomeriggio e, mentre il signore ci preparava la stanza, noi siamo andati a fare una passeggiata sul mare; c'erano barche usate motori e un signore che vendeva il succo di cocco, ne abbiamo comprato uno e il signore lo ha tagliato con un machete.
Poi siamo andati a mangiare in un ristorantino vicino alľ albergo dov c' era  la bistecca di squalo ma ci hanno proposto la bistecca di tonno che alla fine si è rivelata una bistecca di pesce spada.
Finita la cena siamo tornati in albergo e ci siamo addormentati.