lunedì 2 settembre 2019
sabato 31 agosto 2019
Approaching home
Il riavvicinamento a casa è un processo sempre trascurato, presi come si è dell'accelerazione delle ultime ore, gli acquisiti in emergenza di regalini superflui, la ricompattazione disperata dei bagagli, il consumo schizofrenico di esperienze residue, la corsa rassegnata verso il varco spazio temporale che si apre al check in in aeroporto. Mi allineo allo stato d'animo di rappresentanza, che saremmo stati comunque troppo stanchi per andare avanti nel viaggio e che ora abbiamo bisogno di casa, ma penso che alla fine tutti noi ci sentiamo strappati da qualcosa, il silenzio delle strade dritte dell'altopiano deserto, la rocciosa poesia di certi tramonti nei parchi e quella vertiginosa dalla cima dell'Empire State Building, l'acquolina fumosa di un barbeque gigante a Williams, il sudore polveroso dei trekking nei canyon e quello delle maratone cittadine, i brividi per l'escursione termica tra lo Strip e l'interno di un ristorante australiano a Las Vegas e quelli di un versante esposto sul nulla di una strada statale dello Utah, dai set cinematografici di un tour negli Studios a Los Angels e quelli che invece abbiamo calcato da protagonisti davanti alle vetrine di Tiffany a NYC.
Siamo partiti incontrandoci come per caso una sera di Agosto a casa, traiettorie convergenti che partivano da vite invernali distinte e punti mentalmente lontani. Nel viaggio abbiamo varato rituali, ci siamo scambiati ruoli, ci siamo aiutati in modi diversi e insoliti, abbiamo condiviso spazio (a volte poco) e tempo (a volte troppo). Siamo partiti come individui e nel viaggio abbiamo formato una squadra.
Come una squadra un po' sfatta e strappata la sera prima della partenza risaliamo a fatica la 87ma nella Upper West Side, sul lato opposto di Central Park dove abbiamo speso le ultime ore culturali al Guggheneim, e arrancando avviciniano la casa di un amico. Arriviamo pieni di storie americane ma poi ci accomodiamo nei racconti di sempre che pescano nei ricordi comuni, parlano dei nostri luoghi e raccontano le persone che ci aspettano di la dall'oceano, perché è questo che accade con gli amici, ovunque ci si incontri, e anche di più soprattutto in presenza di bucatini all'amatriciana, burrata con peperoni e vermentino di Gallura.
Ci avviciniamo un'ultima sera alla nostra casa di Brooklin, ancora una volta di notte con tante ore e luci e foto e passi e scale alle spalle, ci era sembrata la più scomposta nella fila di villini la prima volta che l'abbiamo vista e ora che abbiamo imparato la strada, il numero di interminabili ripidi gradini (dannatamente sempre) senza scala mobile alla nostra fermata della metro, la sequenza di palazzi e negozi e semafori e scuole, ci sembra familiare e neanche tanto scomposta.
E infine ci avviciniamo a casa nostra, dove ci aspettano giorni narcolettoci e notti insonni, pasta al forno e vino bianco, due gatte e molti bucati, e una sensazione di stranianento, la stessa che accompagna ogni rientro.
featuring: andre, tommi e il loro contributo soprattutto in termini di amatriciana e bakehouse
Siamo partiti incontrandoci come per caso una sera di Agosto a casa, traiettorie convergenti che partivano da vite invernali distinte e punti mentalmente lontani. Nel viaggio abbiamo varato rituali, ci siamo scambiati ruoli, ci siamo aiutati in modi diversi e insoliti, abbiamo condiviso spazio (a volte poco) e tempo (a volte troppo). Siamo partiti come individui e nel viaggio abbiamo formato una squadra.
Come una squadra un po' sfatta e strappata la sera prima della partenza risaliamo a fatica la 87ma nella Upper West Side, sul lato opposto di Central Park dove abbiamo speso le ultime ore culturali al Guggheneim, e arrancando avviciniano la casa di un amico. Arriviamo pieni di storie americane ma poi ci accomodiamo nei racconti di sempre che pescano nei ricordi comuni, parlano dei nostri luoghi e raccontano le persone che ci aspettano di la dall'oceano, perché è questo che accade con gli amici, ovunque ci si incontri, e anche di più soprattutto in presenza di bucatini all'amatriciana, burrata con peperoni e vermentino di Gallura.
Ci avviciniamo un'ultima sera alla nostra casa di Brooklin, ancora una volta di notte con tante ore e luci e foto e passi e scale alle spalle, ci era sembrata la più scomposta nella fila di villini la prima volta che l'abbiamo vista e ora che abbiamo imparato la strada, il numero di interminabili ripidi gradini (dannatamente sempre) senza scala mobile alla nostra fermata della metro, la sequenza di palazzi e negozi e semafori e scuole, ci sembra familiare e neanche tanto scomposta.
E infine ci avviciniamo a casa nostra, dove ci aspettano giorni narcolettoci e notti insonni, pasta al forno e vino bianco, due gatte e molti bucati, e una sensazione di stranianento, la stessa che accompagna ogni rientro.
featuring: andre, tommi e il loro contributo soprattutto in termini di amatriciana e bakehouse
venerdì 30 agosto 2019
Featuring New york
L'empatia con New York è talmente rapida che confonde, non si capisce se nasca dalla suo fascino endogeno o dalla familiarità che abbiamo stratificato in anni di cinema. Ogni cosa sembra concepita per mettere chiunque a proprio agio. Bella, facile, fruibile, vibrante.
In molti versi rappresenta la nemesi di Roma, per la regolarità della sua struttura urbanistica, la dinamicità dell'innovazione che sfrutta l'intelletto per incorporare l'eredità del passato, il coraggio della sperimentazione e l'investimento sull'arte e infine il riconoscimento che tutto ciò raccoglie dai cittadini che vivono la città in modo partecipativo e solare.
Ogni angolo nella dowtown sembra studiato per offrire un primo piano da incorniciare, e ogni prospettiva dalla distanza offre un profilo affascinante che sia alba o tramonto, con il sole e con la nebbia, dalla terra e dal mare.
E in più alla fine di ogni giornata scorrono i titoli di coda con i personaggi principali, featuring;
- il furgoncino che ha permesso a Flavio di arricchire la sua dieta esclusiva di cheeseburger inserendo gli hot dog e a Lolli di iniziare un grande amore con il piatto halal di lamb over rice
- il bicchiere di caffè in mano per almeno metà mattina, che qui evolve in accessorio e complemento di abbigliamento dei giovani eleganti rampanti nella dowtown, protagonista di scambi di favori o galanterie
- la coppia di colore in metropolitana, bellissimo lui, bellissima lei, vestiti di marca e certezza del villino nei quartieri alti
- gli operai con caschetto fluo in pausa pranzo su qualsiasi panchina
- il battello per Staten Island che fluttua accanto la statua della libertà
- le casette a schiera di mattoncini a Brooklin con il cancello e la scala prima della porta di ingresso
- il vapore che esce dai tombini in strada
- la gang di afroamericani chiassosa la sera sugli scalini di un portone
- le traiettorie sacre del jogging a Central Park
- le torri gemelle, assenza tangibile al di la del tempo e della trasformazione dello spazio che hanno occupato
In molti versi rappresenta la nemesi di Roma, per la regolarità della sua struttura urbanistica, la dinamicità dell'innovazione che sfrutta l'intelletto per incorporare l'eredità del passato, il coraggio della sperimentazione e l'investimento sull'arte e infine il riconoscimento che tutto ciò raccoglie dai cittadini che vivono la città in modo partecipativo e solare.
Ogni angolo nella dowtown sembra studiato per offrire un primo piano da incorniciare, e ogni prospettiva dalla distanza offre un profilo affascinante che sia alba o tramonto, con il sole e con la nebbia, dalla terra e dal mare.
E in più alla fine di ogni giornata scorrono i titoli di coda con i personaggi principali, featuring;
- il furgoncino che ha permesso a Flavio di arricchire la sua dieta esclusiva di cheeseburger inserendo gli hot dog e a Lolli di iniziare un grande amore con il piatto halal di lamb over rice
- il bicchiere di caffè in mano per almeno metà mattina, che qui evolve in accessorio e complemento di abbigliamento dei giovani eleganti rampanti nella dowtown, protagonista di scambi di favori o galanterie
- la coppia di colore in metropolitana, bellissimo lui, bellissima lei, vestiti di marca e certezza del villino nei quartieri alti
- gli operai con caschetto fluo in pausa pranzo su qualsiasi panchina
- il battello per Staten Island che fluttua accanto la statua della libertà
- le casette a schiera di mattoncini a Brooklin con il cancello e la scala prima della porta di ingresso
- il vapore che esce dai tombini in strada
- la gang di afroamericani chiassosa la sera sugli scalini di un portone
- le traiettorie sacre del jogging a Central Park
- le torri gemelle, assenza tangibile al di la del tempo e della trasformazione dello spazio che hanno occupato
lunedì 26 agosto 2019
La crisi del quattordicesimo giorno
- affondare il naso nel collo del gatto
- consultare il menu delle nuove uscite su Sky
- lanciarsi sul divano
- cucinare una torta
- impastare la pizza
- mangiare un vero gelato
- mangiare una vera mozzarella
- indossare tacchi
- indossare qualcosa di diverso dalle Salomon da trekking
accade scientificamente intorno al quattordocesimo giorno di ogni viaggio che uno nel gruppo avverte la fitta della nostalgia e visualizza una top 10 di cose che provocano un acuto senso di privazione, e le elenca ad altra voce scatenando una reazione a catena che si propaga con il risultato di moltiplicare il senso di privazione e fare in definitiva un casino.
Ma dura poco, basta scavallare il quattordicesimo giorno e poi è scientificamente provato che inizia a farsi strada la nostalgia dell'inizio del viaggio, il ritiro bagagli all'atterraggio, la presa in possesso dell'auto a nolo ancora estranea e soprattutto ancora pulita, la narcolessia da jet leg, la prima cena, la ricognizione del primo supermercato e tutto il resto che segue in un flashback quasi doloroso.
Per fortuna dopo il capitolo geologico e quello Pacifico abbiamo un Grand Finale metropolitano a NYC ancora un po' da inventare, con qualche premiere già disponibile here below.
- consultare il menu delle nuove uscite su Sky
- lanciarsi sul divano
- cucinare una torta
- impastare la pizza
- mangiare un vero gelato
- mangiare una vera mozzarella
- indossare tacchi
- indossare qualcosa di diverso dalle Salomon da trekking
accade scientificamente intorno al quattordocesimo giorno di ogni viaggio che uno nel gruppo avverte la fitta della nostalgia e visualizza una top 10 di cose che provocano un acuto senso di privazione, e le elenca ad altra voce scatenando una reazione a catena che si propaga con il risultato di moltiplicare il senso di privazione e fare in definitiva un casino.
Ma dura poco, basta scavallare il quattordicesimo giorno e poi è scientificamente provato che inizia a farsi strada la nostalgia dell'inizio del viaggio, il ritiro bagagli all'atterraggio, la presa in possesso dell'auto a nolo ancora estranea e soprattutto ancora pulita, la narcolessia da jet leg, la prima cena, la ricognizione del primo supermercato e tutto il resto che segue in un flashback quasi doloroso.
Per fortuna dopo il capitolo geologico e quello Pacifico abbiamo un Grand Finale metropolitano a NYC ancora un po' da inventare, con qualche premiere già disponibile here below.
domenica 25 agosto 2019
American bites
Da quando abbiamo lasciato l'altopiano la compulsione di fotografare tutte le sequenze di arenaria dei sassi di ogni parco dell'Arizona e dello Utah è finita e sono entrata in una fase di anoressia fotografica. In questi low foto days a volte metti addirittura da parte il senso del dovere e lascio in stanza la macchina fotografica, ma poi mi ownto, cado nel peccato ed estraggo il cellulare.
È come se la natura selvaggia parlasse una lingua universale che non ha bisogno di tempo per essere imparata e urge di essere ricondivisa, mentre la città ha un dinamica diversa, più lenta, va scomposta in parti piu piccole come i bocconi di un hamburger, e attaccata da più fronti.
Con le città scatta quasi inevitabilmente il meccanismo di aspettativa e delusione, si resta come litigati, ci si dispone male fino a pentirsi della stessa idea di averle messe nell'itinerario, e l'unico modo per capirsi con una citta é passarci più tempo possibile.
Las Vegas sembra impossibile, tramortisce con folate roventi del deserto e stordisce di luce e colori. Per i ragazzi è subito amore, sono così pieni di energia e vuoti di sovrastrutture che vedono solo l'immenso parco giochi dal quale non uscirebbero mai. Intrattenimento puro dentro e fuori dagli immensi palazzi, il vulcano eruttante del Mirage, la galleria di negozi infinita del Planet Holliwood con il cielo finto che proietta una interminabile ora dell'aperitivo, il piu grande lago artificiale di un hotel al Bellagio. con le fontane danzanti, e tanto tanto più, che potresti trascorrere giorni
dimenticandoti del mondo vero, proprio come agli Universal Studios, che sono pa ragione per cui abbiamo fatto rotta verso la Pacific Coast qualche giorno fa.
Los Angeles è una equazione a troppe incognite, in discontinuità con molto di quello che la circonda, una toponomastica più familiare di quella di Roma per averla navigata in tanti film e serie TV, che però non basta a decodificare una citta che sembra avere tante identità.
Come occasionale seriale frequentatrice di parchi a tema ho scelto di aderire all'etica della riservatezza che impone di mantenere il massimo riserbo sui contenuti delle attrazioni, e questo ancora prima che fosse coniato il concetto di spoiler, osservante al punto di non raccontare a nessuno i dettagli del simulatore di Star Wars su cui sono salita almeno 4 volte in due decenni si parchi Disney.
Mantengo quindi questo profilo e racconto la seconda cosa degli Universal Studios che colpisce di più dopo la celebre e spettacolare ricostruzione di Hogwart, cioè il cibo spazzatura. Riguardo al junk food in alcuni contesti, tra cui e sopra ogni altro i parchi a tema di questa parte degli USA, decido di mettere da parte diversi dogmi perché lo considero parte del contesto come una specie di elemento del paesaggio.
In queste settimane di assidua frequentazione di Safeway ci siamo abituati all'offerta sconfinata di cibo preparato, ma agli Studios si passa a un livello master dove tutti consumano smodatamente roba ad ogni ora, noncuranti dell' anatema che grava sulle loro teste mentre ammazzano il tempo della fila alle attrazioni sorseggiando irragionevoli quantità di blended drinks:
"this ride employes restraint which may restric certain guest from riding due to body shape and size".
Nel resto del tempo abbiamo fatto il perfetto giro standard di LA, passeggiato tra umanità in decomposizione a Venice Beach, incontrato qualche topo al Santa Monica Pier, storditi di stanchezza più che di finta margaritanella chiassosissima City Walk dopo 12 ore negli studios, passeggiato nella bianca purezza architettonica del Getty Centre e abbiamo visto il bellissimo panorama dalla collina del Griffith Observatory.
In tutto sono arrivata a Los Angeles convinta che la felicità era possedere un pick up e gestire un motel a Panguitch dalle parti del Bryce Canyon, e me ne vado dopo neanche 72 ore con un senso di bruciante mancanza per la consapevolezza fastidiosa che nel mondo c'è gente un sacco più ricca di me che può vivere nelle villette da favola di Holliwood.
Stranezze americane.
È come se la natura selvaggia parlasse una lingua universale che non ha bisogno di tempo per essere imparata e urge di essere ricondivisa, mentre la città ha un dinamica diversa, più lenta, va scomposta in parti piu piccole come i bocconi di un hamburger, e attaccata da più fronti.
Con le città scatta quasi inevitabilmente il meccanismo di aspettativa e delusione, si resta come litigati, ci si dispone male fino a pentirsi della stessa idea di averle messe nell'itinerario, e l'unico modo per capirsi con una citta é passarci più tempo possibile.
Las Vegas sembra impossibile, tramortisce con folate roventi del deserto e stordisce di luce e colori. Per i ragazzi è subito amore, sono così pieni di energia e vuoti di sovrastrutture che vedono solo l'immenso parco giochi dal quale non uscirebbero mai. Intrattenimento puro dentro e fuori dagli immensi palazzi, il vulcano eruttante del Mirage, la galleria di negozi infinita del Planet Holliwood con il cielo finto che proietta una interminabile ora dell'aperitivo, il piu grande lago artificiale di un hotel al Bellagio. con le fontane danzanti, e tanto tanto più, che potresti trascorrere giorni
dimenticandoti del mondo vero, proprio come agli Universal Studios, che sono pa ragione per cui abbiamo fatto rotta verso la Pacific Coast qualche giorno fa.
Los Angeles è una equazione a troppe incognite, in discontinuità con molto di quello che la circonda, una toponomastica più familiare di quella di Roma per averla navigata in tanti film e serie TV, che però non basta a decodificare una citta che sembra avere tante identità.
Come occasionale seriale frequentatrice di parchi a tema ho scelto di aderire all'etica della riservatezza che impone di mantenere il massimo riserbo sui contenuti delle attrazioni, e questo ancora prima che fosse coniato il concetto di spoiler, osservante al punto di non raccontare a nessuno i dettagli del simulatore di Star Wars su cui sono salita almeno 4 volte in due decenni si parchi Disney.
Mantengo quindi questo profilo e racconto la seconda cosa degli Universal Studios che colpisce di più dopo la celebre e spettacolare ricostruzione di Hogwart, cioè il cibo spazzatura. Riguardo al junk food in alcuni contesti, tra cui e sopra ogni altro i parchi a tema di questa parte degli USA, decido di mettere da parte diversi dogmi perché lo considero parte del contesto come una specie di elemento del paesaggio.
In queste settimane di assidua frequentazione di Safeway ci siamo abituati all'offerta sconfinata di cibo preparato, ma agli Studios si passa a un livello master dove tutti consumano smodatamente roba ad ogni ora, noncuranti dell' anatema che grava sulle loro teste mentre ammazzano il tempo della fila alle attrazioni sorseggiando irragionevoli quantità di blended drinks:
"this ride employes restraint which may restric certain guest from riding due to body shape and size".
Nel resto del tempo abbiamo fatto il perfetto giro standard di LA, passeggiato tra umanità in decomposizione a Venice Beach, incontrato qualche topo al Santa Monica Pier, storditi di stanchezza più che di finta margaritanella chiassosissima City Walk dopo 12 ore negli studios, passeggiato nella bianca purezza architettonica del Getty Centre e abbiamo visto il bellissimo panorama dalla collina del Griffith Observatory.
In tutto sono arrivata a Los Angeles convinta che la felicità era possedere un pick up e gestire un motel a Panguitch dalle parti del Bryce Canyon, e me ne vado dopo neanche 72 ore con un senso di bruciante mancanza per la consapevolezza fastidiosa che nel mondo c'è gente un sacco più ricca di me che può vivere nelle villette da favola di Holliwood.
Stranezze americane.
mercoledì 21 agosto 2019
Sulla strada
La vastità degli USA è tale che ci se mette un pó anche solo a ricondurla ad unità note, tipo giorni di viaggio, numero di fusi orari, compagnie aeree, stati.
Un aspetto legato all'estensione geografica è la varietà di paesaggi, gente, climi, e di esperienze possibili che non possono essere ricomprese in un unico viaggio. Tutto potrebbe far partire un filone monografico, e visto che mi si fa notare una tendenza alle monomanie voglioncorrispondere le aspettative e buttare giù giusto qualche ideuzza per un approfondimento futuro.
**motel**
è sbagliato utilizzare i motel come se fossero la versione USA delle tipiche forme di accoglienza europee, b&b, agriturismi, alberghi e pensioni.
I motel rappresentano invece la versione moderna dell'accampamento, e vanno intesi pertanto come luoghi da abitare, seppure in modo impermanente.
Via libera dunque all' utilizzo degli spazi aperti comuni in tutti i modi in cui sia possibile e opportuno con gli strumenti messi a disposizione, buttare bistecche sul bbq e allestire pic nic sui tavoli comuni, microondare cibo surgelato o infilare birre nel frigo. Qualora sia presente un locale lavanderia far andatlre lavatrici a manetta. Se sono disponibili giochi da tavolo o mazze da golf, approfittarne.
E passare tempo fuori, sulla sedia in dotazione, per osservare l'umanità in transito e indovinare la loro storia, che è la tipica attività ricreativa delle serate al motel.
**scenic drives**
quando si tratta di USA è difficile essere originali perche tutto è più che adeguatamente documentato, ogni parco piccolo o grande ha il suo visitor center. la sua mappa, il suo museo e le sue brochure tematiche, ne abbiamo trovata una al Red Canyon pochi km prima del Bryce, che descrive minuziosamente un trail di 3/4 di miglio incluse raccomandazioni sul quantitativo di acqua da portare.
Le scenic drive sono nella top five dei fanatismi americani e quindi censite, segnalate e raccontate, tuttavia mettersi in strada comporta sempre impegno e prevede un atto di fiducia perché qui, in questa vastità spesso deserta, le sorprese non mancano mai, paesaggi inaspettati, scorci imperdibili. geologie emozionanti ma anche tracciati complicati, esposizioni adrenaliniche, eventi naturali imprevisti.
**diversamente guidabili**
Cioè tutto ciò che non è automobile e che quindi rappresenta un modo diverso di viaggiare e vivere la strada. Gli immensi truck cromati che sostano sul bordo della strada per riposare. I motorhome che spesso sono trasportati da pick up o che a loro volta trasportano automobili e spesso anche natanti vari, mi chiedo quale sia la vita normale di chi li guida, se sono gente come noi che ad agosto salta su e dimentica non solo il lavoro e la città, ma anche ogni forma di vita sociale organizzata.
E le Harley anche, che cominciano a farsi spazio nella mia immaginazione, le penso tutte cavalcate da vecchi centauri con la bandana e scopro invece che le affittano a Los Angeles turisti di tutto il mondo in comodi pacchetti fly and drive con tanto di outfit brandizzato.
**diners**
A volte fintamente retró come Dennys, a volte autenticamente old style. C'e quasi sempre una cameriera che si presenta per nome e gira per i tavoli per il refill delle tazze vuote di caffè.
In questa che è la regione meno gourmet del mondo occidentale, servono le uova più buone del mondo perché la strapazzatura perfetta è targata USA.
**tre manifesti**
Quando vedo i giganteschi manifesti all'ingresso delle cittadine non posso non pensare al film, è un po' una fissa.
Ne abbiamo visti di superfotogenici, Coca Cola rossa su sfondo deserto, e un po' controversi, tipo "Dio ti assiste", insegne di centri commerciali o di investigatori privati, io vorrei fermarmi a fotografarli tutti ma incontro resistenza da parte di tutti gli altri.
Farò un viaggio a tema inseguendo manifesti e forse riuscirò anche a metterne in modo sensato tre in una sola inquadratura.
Un aspetto legato all'estensione geografica è la varietà di paesaggi, gente, climi, e di esperienze possibili che non possono essere ricomprese in un unico viaggio. Tutto potrebbe far partire un filone monografico, e visto che mi si fa notare una tendenza alle monomanie voglioncorrispondere le aspettative e buttare giù giusto qualche ideuzza per un approfondimento futuro.
**motel**
è sbagliato utilizzare i motel come se fossero la versione USA delle tipiche forme di accoglienza europee, b&b, agriturismi, alberghi e pensioni.
I motel rappresentano invece la versione moderna dell'accampamento, e vanno intesi pertanto come luoghi da abitare, seppure in modo impermanente.
Via libera dunque all' utilizzo degli spazi aperti comuni in tutti i modi in cui sia possibile e opportuno con gli strumenti messi a disposizione, buttare bistecche sul bbq e allestire pic nic sui tavoli comuni, microondare cibo surgelato o infilare birre nel frigo. Qualora sia presente un locale lavanderia far andatlre lavatrici a manetta. Se sono disponibili giochi da tavolo o mazze da golf, approfittarne.
E passare tempo fuori, sulla sedia in dotazione, per osservare l'umanità in transito e indovinare la loro storia, che è la tipica attività ricreativa delle serate al motel.
**scenic drives**
quando si tratta di USA è difficile essere originali perche tutto è più che adeguatamente documentato, ogni parco piccolo o grande ha il suo visitor center. la sua mappa, il suo museo e le sue brochure tematiche, ne abbiamo trovata una al Red Canyon pochi km prima del Bryce, che descrive minuziosamente un trail di 3/4 di miglio incluse raccomandazioni sul quantitativo di acqua da portare.
Le scenic drive sono nella top five dei fanatismi americani e quindi censite, segnalate e raccontate, tuttavia mettersi in strada comporta sempre impegno e prevede un atto di fiducia perché qui, in questa vastità spesso deserta, le sorprese non mancano mai, paesaggi inaspettati, scorci imperdibili. geologie emozionanti ma anche tracciati complicati, esposizioni adrenaliniche, eventi naturali imprevisti.
**diversamente guidabili**
Cioè tutto ciò che non è automobile e che quindi rappresenta un modo diverso di viaggiare e vivere la strada. Gli immensi truck cromati che sostano sul bordo della strada per riposare. I motorhome che spesso sono trasportati da pick up o che a loro volta trasportano automobili e spesso anche natanti vari, mi chiedo quale sia la vita normale di chi li guida, se sono gente come noi che ad agosto salta su e dimentica non solo il lavoro e la città, ma anche ogni forma di vita sociale organizzata.
E le Harley anche, che cominciano a farsi spazio nella mia immaginazione, le penso tutte cavalcate da vecchi centauri con la bandana e scopro invece che le affittano a Los Angeles turisti di tutto il mondo in comodi pacchetti fly and drive con tanto di outfit brandizzato.
**diners**
A volte fintamente retró come Dennys, a volte autenticamente old style. C'e quasi sempre una cameriera che si presenta per nome e gira per i tavoli per il refill delle tazze vuote di caffè.
In questa che è la regione meno gourmet del mondo occidentale, servono le uova più buone del mondo perché la strapazzatura perfetta è targata USA.
**tre manifesti**
Quando vedo i giganteschi manifesti all'ingresso delle cittadine non posso non pensare al film, è un po' una fissa.
Ne abbiamo visti di superfotogenici, Coca Cola rossa su sfondo deserto, e un po' controversi, tipo "Dio ti assiste", insegne di centri commerciali o di investigatori privati, io vorrei fermarmi a fotografarli tutti ma incontro resistenza da parte di tutti gli altri.
Farò un viaggio a tema inseguendo manifesti e forse riuscirò anche a metterne in modo sensato tre in una sola inquadratura.
lunedì 19 agosto 2019
Transazione differita
Il fiume esercita un'ancestrale attrazione sugli esseri umani. L'acqua che scorre ha un potere ipnotico, nel tempo ha originato filosofie e ispirato poemi.
I fiumi però per me esercitano per lo più una viscerale repulsione perché a parte isolate eccezioni di altissima montagna li considero allo stesso livello di armi batteriologiche di letale pericolosità. Forse perché i maggiori fiumi in Italia mezz'ora dopo la sorgente incontrano otto distretti industriali, due dozzine di allevamenti intensivi e un paio di grandi città con problemi seri di funzionamento dei depuratori prima di sversare il tutto a meno di venti metri da una delle spiagge in cui vorrei fare il bagno.
In America invece i fiumi mantengono alti i consensi, forse perché qui gli spazi sono grandi e i fiumi possono scorrere incontaminati per interi stati ed essere usati per ispirare canzoni folk e ospitare set per river-movies su storie di vecchi e nuovi cowboy.
Il Colorado ad esempio nel suo viaggio di 2400 km (sei volte il Tevere) attraversa lo stato omonimo e poi Utah, Nevada, Arizona e California (facendo da confine qua e la) per sfociare infine in Messico.
Lo abbiamo seguito nel suo corso a partire da sud, sembrava lontanissimo e irraggiungibile nella profondità abissale del Grand Canyon.
Lo abbiamo ritrovato nella parte alta del Glen Canyon viaggiando dalla Monument Valley verso Escalante, bellissimo, selvaggio e disperatamente solitario.
Lo abbiamo visto riempire il bacino artificiale del lago Powell, azzurro intenso, grandissimo, il cui perimetro supera in lunghezza quello della costa pacifica degli US.
Lo abbiamo rincorso a Page, dove crea un'ansa di spettacolare suggestione attraendo folle come in un pellegrinaggio pagano.
Ma più di ogni altra cosa lo abbiamo finalmente raggiunto nell'intimità del Lees Ferry a valle della diga di Powell, dopo aver attraversato il ponte navajo ed essetr scesi lungo il Marble Canyon, una mattina che avevamo bisogno di un'oasi, con in testa i Talking Heads e Bruce Spreengsteen.
Quella mattina sul presto a Lees Ferry, dopo aver fatto i soliti selfie con sfondi fluviali ed esserci bagnati i piedi nell'acqua a 10 gradi, Lolli ed io ci intrattenevano su un piccolo molo fluttuante appartato, riflettendo sulle variazioni ecosistemiche successive alla costruzione della diga.
Passava di lì Brady, indossava jeans, t-shirt e infradito, era la rappresentazione archetipica dell'attore da river-movie. Mentre armeggiava con una bella barchetta ci chiede "how are you doing today". Rispondiamo che stiamo decidendo del resto della giornata, che ci piacerebbe fare un giro sul fiume ma non sappiamo bene come organizzare la cosa visto che a Lees Ferry non sembrano esserci offerte strutturate di attività ricreative fluviali. Ci dice per trecento dollari ci porta lui, su fino alla diga con un passaggio halfway all'horseshoe bend, più o meno un'ora in tutto.
Andata per il fuori programma nautico, ma siamo tutti senza cash, serve un'idea, Brady dalla riva del fiume Colorado dice che si può fare con il suo iphone, solo però che il suo telefono è scarico, fastidioso imprevisto, serve un'idea, mi ricordo di avere in macchina il powerbank e una selezione di cavetti, ottimo, transazione possibile.
A dieci minuti dall'inizio della gita il tipico rumore di avaria grave del motore ci annuncia una grave avaria del motore bloccandoci in una delle tante anse. Brady dice "not that good" e poi dopo una ricognizione "I'm afraid we should flow". Gli chiedo se flow è una metafora del fatto che qualcuno verrà a recuperarci e lui risponde "just flow", che considerando la distanza percorsa equivale ad almeno un paio di ore di flowing che passiamo chiacchierando, immergendoci in perfetta solitudine in questo tratto drammaticamente bello di Colorado.
Nessuna transazione effettuata perche Brady non ha voluto denaro, ma il naufragio è stato un gran successo e troveremo un modo creativo di differirla a quando torneremo a casa.
#usa2019 #usasouthwest
I fiumi però per me esercitano per lo più una viscerale repulsione perché a parte isolate eccezioni di altissima montagna li considero allo stesso livello di armi batteriologiche di letale pericolosità. Forse perché i maggiori fiumi in Italia mezz'ora dopo la sorgente incontrano otto distretti industriali, due dozzine di allevamenti intensivi e un paio di grandi città con problemi seri di funzionamento dei depuratori prima di sversare il tutto a meno di venti metri da una delle spiagge in cui vorrei fare il bagno.
In America invece i fiumi mantengono alti i consensi, forse perché qui gli spazi sono grandi e i fiumi possono scorrere incontaminati per interi stati ed essere usati per ispirare canzoni folk e ospitare set per river-movies su storie di vecchi e nuovi cowboy.
Il Colorado ad esempio nel suo viaggio di 2400 km (sei volte il Tevere) attraversa lo stato omonimo e poi Utah, Nevada, Arizona e California (facendo da confine qua e la) per sfociare infine in Messico.
Lo abbiamo seguito nel suo corso a partire da sud, sembrava lontanissimo e irraggiungibile nella profondità abissale del Grand Canyon.
Lo abbiamo ritrovato nella parte alta del Glen Canyon viaggiando dalla Monument Valley verso Escalante, bellissimo, selvaggio e disperatamente solitario.
Lo abbiamo visto riempire il bacino artificiale del lago Powell, azzurro intenso, grandissimo, il cui perimetro supera in lunghezza quello della costa pacifica degli US.
Lo abbiamo rincorso a Page, dove crea un'ansa di spettacolare suggestione attraendo folle come in un pellegrinaggio pagano.
Ma più di ogni altra cosa lo abbiamo finalmente raggiunto nell'intimità del Lees Ferry a valle della diga di Powell, dopo aver attraversato il ponte navajo ed essetr scesi lungo il Marble Canyon, una mattina che avevamo bisogno di un'oasi, con in testa i Talking Heads e Bruce Spreengsteen.
Quella mattina sul presto a Lees Ferry, dopo aver fatto i soliti selfie con sfondi fluviali ed esserci bagnati i piedi nell'acqua a 10 gradi, Lolli ed io ci intrattenevano su un piccolo molo fluttuante appartato, riflettendo sulle variazioni ecosistemiche successive alla costruzione della diga.
Passava di lì Brady, indossava jeans, t-shirt e infradito, era la rappresentazione archetipica dell'attore da river-movie. Mentre armeggiava con una bella barchetta ci chiede "how are you doing today". Rispondiamo che stiamo decidendo del resto della giornata, che ci piacerebbe fare un giro sul fiume ma non sappiamo bene come organizzare la cosa visto che a Lees Ferry non sembrano esserci offerte strutturate di attività ricreative fluviali. Ci dice per trecento dollari ci porta lui, su fino alla diga con un passaggio halfway all'horseshoe bend, più o meno un'ora in tutto.
Andata per il fuori programma nautico, ma siamo tutti senza cash, serve un'idea, Brady dalla riva del fiume Colorado dice che si può fare con il suo iphone, solo però che il suo telefono è scarico, fastidioso imprevisto, serve un'idea, mi ricordo di avere in macchina il powerbank e una selezione di cavetti, ottimo, transazione possibile.
A dieci minuti dall'inizio della gita il tipico rumore di avaria grave del motore ci annuncia una grave avaria del motore bloccandoci in una delle tante anse. Brady dice "not that good" e poi dopo una ricognizione "I'm afraid we should flow". Gli chiedo se flow è una metafora del fatto che qualcuno verrà a recuperarci e lui risponde "just flow", che considerando la distanza percorsa equivale ad almeno un paio di ore di flowing che passiamo chiacchierando, immergendoci in perfetta solitudine in questo tratto drammaticamente bello di Colorado.
Nessuna transazione effettuata perche Brady non ha voluto denaro, ma il naufragio è stato un gran successo e troveremo un modo creativo di differirla a quando torneremo a casa.
#usa2019 #usasouthwest
sabato 17 agosto 2019
Intermezzo
- 10 magliette sono troppe.
- Nessuno ti guarda le mani o le unghie. Davvero, nessuno.
- Ombretti no. Correttore antiocchiaie per forza.
- La scorta di OKI è sempre inferiore al dovuto.Il cortisone endovena invece non si è ancora capito se abbia un senso.
- L'unica felpa in valigia si macchiera al primo utilizzo. Molto probabilmente sul volo di andata.
- Cavetti caricabatterie come se piovesse.
- Un powerbank serio: priceless.
- Cuffiette e auricolari non servono.
- Ci sono molti outfit possibili con un paio di Salomon da trekking.
- Nei territori gestiti dai Navajo non si trovano alcolici. Nelle aree di influenza mormoni (quindi praticamente tutto lo Utah) non si servono alcolici. In ogni caso nei diners e nei fast food non si trovano alcolici. Paese demmerd.
- Le panoramiche in verticale sono geniali. Ma Istagram non le accetta per cui perde un po' di senso fino al prossimo aggiornamento.
- Bisogna smettere di improvvisare in materia di bilanciamento del bianco.
- Le magliette azzurre vengono molto bene nelle foto della Monument Valley.
- Le reti Wifi negli alberghi tendono a fare schifo. Una sim locale potrebbe essere una buona idea. Ma va comprata al momento dell'arrivo altrimenti si discute all'infinito se ne valga ancora la pena mentre si impreca ogni sera che non si riesce a postare sui social.
- Una grande borsa frigo potrebbe essere una buona idea, con considerazioni simili a quelle della sim
- Nessuno ti guarda le mani o le unghie. Davvero, nessuno.
- Ombretti no. Correttore antiocchiaie per forza.
- La scorta di OKI è sempre inferiore al dovuto.Il cortisone endovena invece non si è ancora capito se abbia un senso.
- L'unica felpa in valigia si macchiera al primo utilizzo. Molto probabilmente sul volo di andata.
- Cavetti caricabatterie come se piovesse.
- Un powerbank serio: priceless.
- Cuffiette e auricolari non servono.
- Ci sono molti outfit possibili con un paio di Salomon da trekking.
- Nei territori gestiti dai Navajo non si trovano alcolici. Nelle aree di influenza mormoni (quindi praticamente tutto lo Utah) non si servono alcolici. In ogni caso nei diners e nei fast food non si trovano alcolici. Paese demmerd.
- Le panoramiche in verticale sono geniali. Ma Istagram non le accetta per cui perde un po' di senso fino al prossimo aggiornamento.
- Bisogna smettere di improvvisare in materia di bilanciamento del bianco.
- Le magliette azzurre vengono molto bene nelle foto della Monument Valley.
- Le reti Wifi negli alberghi tendono a fare schifo. Una sim locale potrebbe essere una buona idea. Ma va comprata al momento dell'arrivo altrimenti si discute all'infinito se ne valga ancora la pena mentre si impreca ogni sera che non si riesce a postare sui social.
- Una grande borsa frigo potrebbe essere una buona idea, con considerazioni simili a quelle della sim
giovedì 15 agosto 2019
Plateau (il giorno più caldo)
Non è solo l'effetto del jet leg che mi tira fuori dal letto la mattina all'alba e mi scaraventa fuori dalla stanza e dai motel.
C'e una componente adrenalinica fortissima dietro la voglia di divorare la strada e stordirsi di paesaggi.
Lo sapevo da sempre che questa porzione di US ospitava uno sconfinato parco a tema geologico, e ora che sono qui mi sembra che il tempo mi sfugga, guardo con struggimento gli stagionati easyriders, le immense motorhome e camionisti perché hanno tutti in comune una forma di nomadismo che solo in questa parte del mondo diventa filosofia e modalità di vita. On the road.
Dal Gran Canyon a Page è una discesa di qualche centinaio di piedi e un'impennata di un paio di decine di Farheneit (numeri in libertà), condizioni estreme di temperatura e (in)umidità che inaridiscono i pensieri e prosciugano le forze, 42 gradi di implacabile deserto.
Il Colorado Plateau è un arido disabitato vasto nulla a 2000 metri sul livello del mare, un monumentale affioramento di più di 500.000 km2 di arenarie letteralmente solcate dal Colorado e dai suoi affluenti che lo tagliano in verticale ostacolando dai tempi dei tempi le vie di comunicazione.
Ma mentre sul Grand Canyon ti senti all'epicentro del viaggio ideale da sempre sognato da tutti i mortali, arrivato a Page sei li che ti chiedi se non sia a causa della follia collettiva alimentata da tour operator malvagi e avidi, che centinaia di persone passeggiano indifesse sotto il sole allo zenit in mezzo al nulla ad Agosto. Lo sconforto dura poco, il tempo di affacciarsi sull'horshoe bend, di calarsi nell'Antelope Canyon, scaraventarsi nel Lake Powell in cerca di forme di acqua diffusa, farsi sorprendere dal tramonto sulla scenic view per il Glenn Canyon.
Tra dannazione e stupore il plateau, questa immensa pila di sedimenti, è protagonista e filo conduttore, elemento di raccordo delle tappe di un percorso che fino a pochi giorni fa era solo la lista dei toponimi coordinati su una delle tante proposte turistiche.
C'e una componente adrenalinica fortissima dietro la voglia di divorare la strada e stordirsi di paesaggi.
Lo sapevo da sempre che questa porzione di US ospitava uno sconfinato parco a tema geologico, e ora che sono qui mi sembra che il tempo mi sfugga, guardo con struggimento gli stagionati easyriders, le immense motorhome e camionisti perché hanno tutti in comune una forma di nomadismo che solo in questa parte del mondo diventa filosofia e modalità di vita. On the road.
Dal Gran Canyon a Page è una discesa di qualche centinaio di piedi e un'impennata di un paio di decine di Farheneit (numeri in libertà), condizioni estreme di temperatura e (in)umidità che inaridiscono i pensieri e prosciugano le forze, 42 gradi di implacabile deserto.
Il Colorado Plateau è un arido disabitato vasto nulla a 2000 metri sul livello del mare, un monumentale affioramento di più di 500.000 km2 di arenarie letteralmente solcate dal Colorado e dai suoi affluenti che lo tagliano in verticale ostacolando dai tempi dei tempi le vie di comunicazione.
Ma mentre sul Grand Canyon ti senti all'epicentro del viaggio ideale da sempre sognato da tutti i mortali, arrivato a Page sei li che ti chiedi se non sia a causa della follia collettiva alimentata da tour operator malvagi e avidi, che centinaia di persone passeggiano indifesse sotto il sole allo zenit in mezzo al nulla ad Agosto. Lo sconforto dura poco, il tempo di affacciarsi sull'horshoe bend, di calarsi nell'Antelope Canyon, scaraventarsi nel Lake Powell in cerca di forme di acqua diffusa, farsi sorprendere dal tramonto sulla scenic view per il Glenn Canyon.
Tra dannazione e stupore il plateau, questa immensa pila di sedimenti, è protagonista e filo conduttore, elemento di raccordo delle tappe di un percorso che fino a pochi giorni fa era solo la lista dei toponimi coordinati su una delle tante proposte turistiche.
mercoledì 14 agosto 2019
Discontinuità
277 miglia di abisso che attraversa ere geologiche di stratificazioni rocciose, si vede dallo spazio, è espressione di sovrumana magnificenza che taglia l'Arizona e il fiato a 5 milioni di turisti ogni anno.
La discontinuità geografica riverbera da qualche parte nella testa e diventa una discontinuità mentale, l'interruzione del legame con quello che che abbiamo dietro e quello in cui credevamo prima, un invito a riconsiderare la nostra rilevanza come esseri umani.

Il vuoto attrae e respinge, e io costringo tutti ad arretrare di un passo sui viewpoint per non finire di sotto, e a percorrere le prime tre miglia per addentrarci di 600 metri nell'abisso lungo il sentiero di Bright Angel.
La polvere e il sudore servono a prendere un po' di distanza dalla macchina turistica dei lodge e dei bus navetta in superficie e al saliscendi dall'auto per accumulare prospettive, deceleriamo quel tanto che basta per sincronizzarci con il lungo tramonto estivo, viviamo con lentezza i cambiamenti di luce e di colore e di ombre proiettate sui versanti e sui pinnacoli.
Prima di invertire la rotta al terzo miglio guardiamo la strada rimanennte per raggiungere il Colorado River, che non possiamo permetterci di percorrere in un solo giorno.
Tutti provano sollievo tranne me, i miei pensieri hanno preso una deriva un po' Western e sogno il fiume, una carovana, i pellerossa, il fuoco, i coyote qualche cowboy belloccio che beve whiskey mentre arrostisce coyote, ma poi finisce che al posto del coyote bbq ci sfasciamo burger baconator da Wendy sulla strada per Williams.
E vabbè.
La discontinuità geografica riverbera da qualche parte nella testa e diventa una discontinuità mentale, l'interruzione del legame con quello che che abbiamo dietro e quello in cui credevamo prima, un invito a riconsiderare la nostra rilevanza come esseri umani.

Il vuoto attrae e respinge, e io costringo tutti ad arretrare di un passo sui viewpoint per non finire di sotto, e a percorrere le prime tre miglia per addentrarci di 600 metri nell'abisso lungo il sentiero di Bright Angel.
La polvere e il sudore servono a prendere un po' di distanza dalla macchina turistica dei lodge e dei bus navetta in superficie e al saliscendi dall'auto per accumulare prospettive, deceleriamo quel tanto che basta per sincronizzarci con il lungo tramonto estivo, viviamo con lentezza i cambiamenti di luce e di colore e di ombre proiettate sui versanti e sui pinnacoli.
Prima di invertire la rotta al terzo miglio guardiamo la strada rimanennte per raggiungere il Colorado River, che non possiamo permetterci di percorrere in un solo giorno.
Tutti provano sollievo tranne me, i miei pensieri hanno preso una deriva un po' Western e sogno il fiume, una carovana, i pellerossa, il fuoco, i coyote qualche cowboy belloccio che beve whiskey mentre arrostisce coyote, ma poi finisce che al posto del coyote bbq ci sfasciamo burger baconator da Wendy sulla strada per Williams.
E vabbè.
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