domenica 31 agosto 2014

Zoom

Per due settimane non ho fatto che inveire contro i bambini per il modo in cui trattano le loro macchine fotografiche,  poi a un  certo punto lo stesso Budda deve essersi annoiato di starmi a sentire e mi ha tesò un tranello lasciando che io facessi cadere il mio nuovo amato Tamron 25-70 a terra e rendendolo inutilizzabile per il resto del tempo.
Ho lasciato numerosi yen in altrettanti santuari pregando che la situazione sia riparabile senza troppi spargimenti di sangue, e nel frattempo tutto ciò che mi resta è un Canon 50-75. Inutile piangere sul latte versato (o sull'obiettivo spaccato), tanto vale adeguarsi al cambio di prospettiva e lavorare con lo zoom.

Gli amici di Flavio
Flavio ha una innata tendenza social: organizza giochi, inventa storie, intona cori, coinvolge masse. Ci sarà un momento della sua vita in cui farà il capo-animatore in un villaggio turistico.
Ha anche una spontanea inclinazione ad identificare oggetti di cui desidera ardentemente appropriarsi, nei supermercati, negli aeroporti, in qualsiasi luogo di vendita al dettaglio. Riempie buste e carrelli con la sua spesa, ed è un problema ogni volta alla cassa negoziare cosa  tra i vari yoghurt, patatine, confezioni e di wurstel e fazzoletti di carta debba sbarazzarsi.
Nel corso del nostro viaggio, grazie allo spirito social e alla tendenza all'acquisto compulsivo il nostro gruppo si è arricchito di tre elementi: Patino, Kumamon e Totoro.
Il portamonete di Totoro era irrinunciabile neanche a dirlo.
Kumamon è una specie di mangaorsetto stilizzato che si incarna in diverse categorie di merchandising. Noi abbiamo acquisito un pezzo da 90, un bambolotto animato in grado di ripetere danzando qualsiasi cosa gli venga detta, in un  paio di ottave sopra la voce originale era, con conseguente scroscio di risate di Flavio (ripetute due ottave più un alto, etc). Era mai possibile lasciarlo sullo scaffale del negozio a Takayama?!
Patino è stata la nostra guest star, il nostro compagno di viaggio fedele, presente sulle confezioni di noodles e patatine in tutti i kombini,  identificato ed acquistato a meno di mezz'ora dall'atterraggio a Tokyo. Patino purtroppo però non è più con noi, ingiustamente abbandonato chissadove tra i sedili del treno Kyoto-Osaka durante il trasferimento all'aeroporto del Kansai per il volo di ritorno. È un pò come se ci avesse scortato nel nostro viaggio, lo possiamo considerare un inviato speciale di qualche kami shintoista che si è voluto prendere cura di noi. Addio Patino!


Autostrade giapponesi
Sono costose, è risaputo.
Nella zona alpina dell'Honshu centrale sono molto belle perché passano tra colline ammontate di boschi fitti, che ti danno una idea della ragione per cui questo è il paese in cui è nato Totoro.
Quando si arriva ad un toll gate si può star certi che ci sarà un casellante che esce dal suo gabbiotto per salutarci al nostro arrivo con un inchino. Ci dirà una serie di cose in giapponese mentre avviene il rituale scambio di monete e talloncini, senza  preoccuparsi che abbiano un senso per noi, e del resto non ha davvero importanza comprendersi, questo è il paese dei riti e i riti parlano una lingua universale.

Panini 
Ogni sera per 20 giorni ci siamo fermati in un convenience store e abbiamo comprato sottilette e prosciutto cotto. Ogni mattina per 20 giorni abbiamo preparato minipanini a composte di due  divise in quattro.fettine di pacarrè farcite e poi diligentemente divise in 4.
Un jolly imprescindibile mai venuto a noia, valido a pranzo e a merenda, a colazione e per aperitivo.


Navigatore
Un  dispositivo internet hub wifi  noleggiato prima della partenza ci  ha assicurato sempiterna connettività per tutti i nostri giocattoli wifi, per tutta la durata del viaggio, affrancandoci dall'utilizzo del navigatore a bordo dell'auto.
Siamo pertanto stati fedelmente guidati da Google in ogni nostro passo perché noi ormai abbiamo disattivato tutti i nostri sensi compresa vista e udito delegando tutto ad un GPS. Non importa se la torre di Kyoto è dritta alla fine della strada davanti a noi: se Google dice che dobbiamo prendere la circonvallazione in carreggiata sinistra e lo svincolo autostradale direzione nord, quello è il Verbo.
Una ordinaria scena coniugale è quella in cui Francesco dialoga con Google e consulta la mappa online incrociando le informazioni con la Lonely Planet sul Kindle (il tutto guidando) e io sbraito per tentare di riportarlo nel mondo reale delle insegne e dei cartelli stradali.
In più stavolta il menage in auto si è allargato alla voce nippo/inglese del navigatore nativo della nostra Nissan, impostato sulla funzione "Go Home", che per tutta la durata del nostrp viaggio ha ostinatamente tentato di ricondurci alla stazione di kyoto.
Indicazioni di conforto - one hundred meters after that, turn right -
raccomandazioni sollecite - traffic merging on the left, please drive carefully - o consigli originali - diagonally on the left, turn left - ci hanno accompagnato nel nostro itinerario.
Ciao ciao navigatore!

Aquile
Siamo approdati a Tsuruga bay all'ora di pranzo nel trasferimento tra Takayama e Amanoashidate. Google earth prometteva una spiaggia chiara con pineta all'interno di una profonda baia, l'ideale per scorrazzare un pò e mettere qualcosa sotto o denti. Promessa mantenuta, ci mettiamo comodi e sbocconcelliamo, chi il suo sushi chi i suoi panini. All'improvviso avverto un movimento rapido e frusciante accanto a me, della durata di meno di un secondo, e con la coda dell'occhio vedo qualcosa planare. Mi giro e Lolli è come paralizzato dalla sorpresa, gli resta in mano un pezzo di pane ma il resto è svanito, ghermito (non avrei mai creduto di poter usare questa parola per una esperienza diretta) da un'aquila che a questo punto è già alta nel cielo con la sua preda di prosciutto e formaggio tra le zampe.
Uno zoom molto ornitologico!


Il Ponte verso il Paradiso
Una felice intuizione di Francesco, appena un pò al di fuori del percorso turistico classico sull'asse Tokyo-Takayama-Shirakawago-Kanazawa.
Amanoashidate è famosa per essere uno dei tre paesaggi più belli del Giappone, consiste in un borgo di pescatori tranquillo e appartato, dove il turista occidentale non è proprio pervenuto. Lo scenario più bello è quello di una lunga lingua di sabbia ombreggiato da pini, che congiunge i due lembi di una insenatura naturale.
Ad Amanoashidate la notte ha inizio con il tramonto, il che significa che ad arrivare alle 19:15 come è accaduto a noi, ci si sente dei grandi irresponsabili che portano in giro le creature di notte.
I turisti giapponesi trascorrono le serate negli alberghi a pensione completa per cui tutti ristoranti sono chiusi, anche quelli che espongono vivaci insegne raffiguranti granchi, la specialità della zona.
Un bel bookmark su Amanoashidate, il Ponte per il Paradiso, che per noi è più che altro un ponte verso casa, un bel modo di concludere il nostro viaggio.

Compostezza
Si dice che che il Giappone funzioni grazie  ad un  articolato sistema di regole per ogni momento e aspetto della vita in società, ed è proprio così. Le regole fanno sì che in generale non ci si debba preoccupare di nulla. Se piove c'è un assortimento di ombrelli all'uscita del ryokan, a disposizione di tutti, basta riportarli indietro. All'ingresso di case e negozi si tolgono le scarpe  e si prende in prestito un paio di ciabatte, ce ne sono per ogni taglia, si lasciano poi al loro posto, perfettamente allineate nel giusto verso, pronte per il prossimo ospite.
L'ingresso nei luoghi pubblici come bagni o musei o mezzi di trasporto è gratuito per tutti i bambini sotto i sei anni, basta indicare l'età dei bambini per ottenere la gratuita, bisogna solo non mentire (sul'età di Daniele ad esempio :)).
Dal momento che sono certa che in quanto turisti e soprattutto in quanto non giapponesi abbiamo provocato iù di qualche cricca nel complesso sistema di regole, quelle che abbiamo compreso e quelle che non siamo riusciti a cogliere, mi sono spesso  detta che l'immancabile sorriso giapponese noni celi in realtà una profonda tolleranza, frutto di millenni di cultura ededucazione. In ogni caso, che ci si trovi di fronte alla signorina del ristorante nel quale abbiamo percorso tre metri di troppo prima di toglierci le scarpe, o a spasso per Omotesando sporchi e consumati dal caldo e dalla polvere, a condividere lo struscio con gente curatissima ed elegante, la sensazione che si ha è di grande compostezza.

Zenkoji temple 
Viaggiare in famiglia ribalta il modello di soggiorno e pernotto, per coniugare esigenze di spazio, necessità di servizi e budget. Negli anni scorsi abbiamo scoperto la formula ostello, che ha il vantaggio di offrire spazi comuni in atmosfera informale e familiare,  attrezzati per intrattenere i bambini, e la presenza di una cucina accessoriata, comoda per la colazione o per preparare pranzi al sacco.
Siamo stati ospiti di YH - la in catena di strutture affiliata all'organizzazione internazionale Hostelling International - in  tre continenti negli ultimi quattro anni, cosa che secondo me a farlo presente in modo adeguato ci guadagnerebbe un premio fedeltà. È un pò come sentirsi a casa, si trovano gli stessi riferimenti incorniciati da scenari profondamente diversi, una versione globetrotter dell'Ibis.
Nel nostro cuore però riserveremo no spazio speciale per lo  Zenkoji temple a Takayama, una scoperta di Francesco nelle sue scorribande notturne alla ricerca di accomodation.
Si tratta di una struttura di accoglienza no-profit all'interno di un templio, che si remunera attraverso un meccanismo di donazione coatta, con un costo che assomiglia a quello di qualsiasi altro ostello ma una ambientazione molto affascinante.
Siamo stati accolti da una signorina che ci ha guidato nella visita del templio e ce ne ha illustrate le regole. Abbiamo dormito in una stanza grandissima piena di tatami, affacciata su un delizioso giardino giapponese, con le porte di carta scorrevoli senza chiavi e serrature, dove la mattina ci ha risvegliato il rumore della pioggia.
Bello, bello, bello!

sabato 30 agosto 2014

giovedì 28 agosto 2014

Ristorante Giappone

Non voglio parlare di cucina giapponese perché l'argomento è vasto e nel poco tempo  che abbiamo trascorso qui non si è potuto affrontarlo che parzialmente. Il cibo da queste parti  sembra essere una cosa da prendere molto seriamente, ve ne è una grande offerta a tutti i livelli, e se ne parla molto anche. Il glossario alla fine dei romanzi giapponesi è in buona parte dedicato all'illustrazione delle varie pietanze che vengono citate nel racconto, e infatti si può tranquillamente partire da li per iniziare un corso accelerato di orientamento nella geografia dei sapori di questa terra.
Ho capito che  la colazione giapponese è un pasto molto importante fin dal nostro primo giorno a Tokyo. L'albergo  in cui siamo stati dirottati serviva una buffet tipico con una grande varietà di portate di ogni tipo e tutte ad alto valore  proteico, con carne e soia nelle sue varie forme di aggregazione e fermentazione, dal brodo di miso al tofu. Mi affascinavano tutti gli  elementi in formato sminuzzato o bricioliforme di impossibile identificazione, che vengono aggiunti in quantità spesso irrisorie su brodo o sul riso  per arricchirne il sapore o i contenuti nutrizionali.
Altri elementi affascinanti ancorché misteriosi sono le salamoie e i sottaceti alla salsa di soia. Questi vengono aggiunti tipicamente a bordo piatto nelle pietanze di carne o in appositi minipiattini laterali.
Salamoie di ogni genere abbondano in colorate buste sottovuoto in tutti i negozi che vendono delicatessen o nei banchi dei bei mercati come il Nishiki di Kyoto o a Kanazawa, disponibili per l'assaggio da parte degli avventori. Lolli un paio di volte ha mostrato grande coraggio (pentendosi), io invece non  sono stata altrettanto audace.

Una applicazione di menu tipico giapponese variamente composto è quello a base di tonkatsu, una banale e internazionalissima cotoletta di maiale che viene sempre servita con brodo di miso e relativi pezzi di tofu galleggianti, sottaceti su piattino a latere e riso bianco in apposita ciotolina. Per il tonkatsu cosi come per il sushi vale il detto "o mangisushi la sera ci siamo fermati prima in un fast food per rifornire hamburger e patatine per Flavio e Daniele.
Cibi pronti di ogni tipo sono disponibili freschissimi in tutti i kombini  (un modo contratto di dire convenience store.), equivalenti a un grande frigorifero distribuito sul territorio disponibile H24. In qualsiasi centro abitato ci sono almeno un Lawson o un 7-eleven o entrambi, e in  città più grandi non passano più di 200 metri tra due kombini almeno nelle strade principali.  Noi siamo stati grandi frequentatori di kombini, mi mancheranno moltissimo al rientro a casa. Abbiamo sempre comprato i maki o gli onigiri per il  pranzo, che sono polpette riso  con o senza elementi aggiuntivi, carne o pesce o verdure, e in formato portabile. Praticamente la versione e giapponese del panino, rappresentante unico della categoria carboidrati,  nel paese  in cui pane e patate sono grandi  assenti da praticamente tutti i menu.

Il nostro debutto nella cucina giapponese è stato un ristorante di yakisoba e okonomiaki, di quelli in cui c'eravamo solo noi 5 seduti attorno ad un  balcone e un tizio che assemblava e saltava ingredienti su una grande piastra davanti a noi. I soba sono gli spaghetti di frumento, davvero del tutto analoghi ai nostri, serviti con verdure. Gli okonomiaki sono ottenuti una da una pastella di uova acqua e farina cui vengono aggiunti pezzetti di carne o altri elementi a comporre una specie di frittatone. 

Una cosa molto apprezzata dai bambini è lo shabu shabu, che consiste in fettine di carne di manzo o maiale  sottilissime che vengono cotte in una pentola di brodo posta al centro del tavolo e immerse in una salsa si semi di sesamo molto buona.  Nello stesso brodo vengono cotte anche delle verdure o dei noodles, il tutto all'insegna della convivialità.
Altrettanto conviviali tutte le varianti sul tema del barbecue, anche in questo caso un assortimento di carne e verdure da cucinare su un fornelletto al centro del tavolo.
Nella hit parade dei bambini, ai posti bassi per la presenza di salse alloro non chiare,  entrano anche gli yakitori, spiedini di pollo, che sono un'altra forma di cibo pret a porter da bancarella in strada.
In materia di noodles e soba, i miei preferiti, siamo stati grandi frequentatori di Ippudo, una catena in cui la portata principale consiste in un ciotolone di ramen, tagliolini in brodo di carne serviti con sottili fettine di maiale, una vera squisitezza.
Per quanto riguarda le quantità resto sempre sorpresa della frugalità con cui si nutrono i giapponesi. Il mercato del mattino a Takayama espone una quantità di pomodori totale pari a quella che io compro in una capatina all'ultimo momento al Pim per una panzanella serale. Ci è capitato di notare che spesso al ristorante ordiniamo (e finiamo) quantità di cibo pari a quelle di una tavolata da dieci persone.
Insomma, non è un caso che in Italia stia prendendo sempre più piede la formula sushi-all-you-can-eat, che tenta l compromesso tra prezzo e sazietà per una preparazione le cui quantità  giapponesi sono per noi assimilabili ad uno stuzzichino di supporto al prosecco di apertura.
Di contro il giapponese ha un fisico esile, perlopiù privo di  grasso, e si ha l'impressione che gli basterebbero poche settimane con le nostre porzioni e i nostri condimenti grassi per sterminarli con intollerabili valori di colesterolo cattivo.
Ecco, finisce qui la mia modesta recensione della cucina giapponese, un breve itinerario nei nostri pasti nel paese del Sol Levante.
A partire dalle resistenze iniziali, ciascuno con i suoi gusti è sopravvissuto e ha trovato la propria soddisfazione nella complicata geografia di una cucina che ha i suoi riti e i suoi tempi. Come per tutto ci si lascia con delle buone intenzioni, che nel mio caso riguardano i derivati della soia. Mi caro brodo di miso, per questa volta tra noi non ha funzionato ma questo è solo un arrivederci.
Arigatou gozaimasu!
questa minestra o ti butti dalla finestra" dal momento che i ristoranti di solito servono esclusivamente quella pietanza; ogni volta che abbiamo deciso di andare a mangiare

martedì 26 agosto 2014

Sento, onsen e dintorni

Nikko è una tipica puntata di una giornata da Tokyo. Meta molto popolare tra i turisti è patrimonio dell'umanità, sito ricco di eredità storiche tipicamente attorno al tema del templio buddista.
Noi con i nostri ritmi poco inclini alle levatacce arriviamo a Nikko nel primo pomeriggio dopo un allegro Pic nic in macchina sull'autostrada che da tokyo va a nord. Abbiamo giusto il tempo di visitare il santuario principale che, un dedalo di altari, templi, tori e divinità che si snoda lungo un colle ammontato di cedri nel  fitto di un bosco scuro e davvero tanto suggestivo. Salendo lungo la collina inebriati dal profumo di resina e protetti da una fresca ombra non ci accorgiamo quasi delle condizioni di umidità, che risultano evidenti man mano che andiamo avanti nel percorso. 

Incapace di smettere di sudare, guardando i bambini correre e arrampicarsi zuppi per le scale, non mi capacito di come possano le giapponesine apparire sempre così in ordine e al più tamponarsi il petto con con un fazzoletto mantenendo un fresco contengno e una dignitosa compostezza.
In questi tutti giorni abbiamo capito che tutti i siti di interesse turistico chiudono battenti intorno alle 16:30 e così alle 17:00, con le ultime luci del giorno, decidiamo di dare un senso al resto della giornata evitando di rimanere  imbottigliati nel traffico di Tokyo in rush hour, trascorrendo un paio di ore prima di cena in un onsen.
In Giappone il bagno pubblico sia chiama sento ed è stato praticamente l'unico modo per molti di potersi lavare, in assenza di bagni nelle abitazioni private, fino agli anni 70. Oggi il sento  e' ancora un importante servizio spesso pubblico (a Tokyo il prezzo è fissato in modo uniforme) per la cronica carenza di spazi nelle case che spesso penalizza i bagni, e perché il bagno pubblico offre una importante forma di socializzazione cui i giapponesi, che normalmente vivono in un regime di ferrea riservatezza, non sanno rinunciare.
Inoltre il bagno pubblico prevede una affascinante ritualità che rimanda alle cerimonie di purificazione, e infatti la religione è un elemento di sfondo importante per la sopravvivenza in salute del sento.
In aggiunta a tutto ciò c'è la deriva Spa che queste strutture hanno preso in ragione della tendenza globale a cercare spazi di relax e benessere tra acqua nuvole di vapore. Se pensiamo poi che il Giappone è una terra geotermicamente ricchissima dove non è infrequente vedere sbuffi di vapore risalire da piccoli corsi d'acqua camminando in macchina, si spiega  la grande offerta di onsen (un misto tra  bagno pubblico e piscina termale) ovunque.

La Lonely Planet ne indica una gran quantità ovunque, specie nella zona centrale e alpina dell'Honshu, ma non arriva ovviamente ad essere capillare più di tanto vista la  vastità di strutture di ogni tipo disseminate nel paese.  Noi decidiamo che oggi è il giorno giusto per il nostro battesimo termale e chiedendo consigli in giro ci allontaniamo dalla statale che parte da Nikko verso il lago Chuzenji e raggiungiamo un posto che dall'esterno somiglia ad un albergo. Entriamo un pò smarriti e senza il conforto di indicazioni in inglese. Facciamo un pò a senso e un  pò imitiamo quello che fanno gli altri, e le iniziali riserve si sciolgono man mano che ci lasciamo andare a questa bella esperienza.
Riserva numero uno: si entra senza scarpe. Niente ciabattine niente calzini via tutto. Del resto non è infrequente abbandonare le scarpe prima di entrare negli spazi chiusi, che siano case, templi, ryokan,  negozi. Personalmente adoro camminare scalza su legno e tatami, è una cosa che mi mancherà molto quando tornerò a casa.
Riserva numero due: nell'onsen non si ha bisogno di nulla se non di materiale per toeletta. Tablet, telefoni, portafogli e borse, raus, tutto in un armadietto con chiave nella  zona antistante l'atrio di ingresso.
Riserva numero tre: maschi e femmine si salutano all'ingresso e si ritrovano all'uscita. Lolli ha otto anni, quindi frequenta la scuola primaria quindi è una maschio a tutti gli effetti. Gli altri secondo il costume giapponese sono ancora asessuati e possono scegliere.
Riserva numero quattro, altrimenti detta la Grande Riserva: negli onsen e nei sento si entra rigorosamente nudi. No costume, no asciugamanino no foglia di fico.
L'etichetta negli onsen è semplice e a me nota per aver visto di recente un film giapponese recente che si chiama The Departures e ovviamente Totoro. Nel primo film il protagonista riallaccia dopo tanti anni una specie di regolare frequentazione di un bagno pubblico in cui si recava da bambino. Nel secondo Satzki e Mae fanno un bagno di sera  con il papà in una memorabile scena che ho nel cuore da quando l'ho vista la prima volta e che ha guidato alcune scelte che ho fatto nel realizzare il bagno di casa durante la ristrutturazione.
Entro quindi nel mio primo onsen da sola e imitando le mie compagne mi lavo accuratamente seduta n su uno sgabello davanti ad uno specchio con abbondante acqua calda e sapone di tutti i tipi per poi trovare  ristoro nella bella piscina bollente  prima e nel rotemburo (una vasca termale all'aperto) poi.
Ci rincontriamo nell'atrio dopo una mezz'ora circa e sembriamo rinati. Via la stanchezza, via la polvere, via il sudore. Come nuovi e sorridenti, davanti ad una tazza di tè  pronti ad affrontare la serata.
In seguito abbiamo ripetuto l'esperienza in diverse varianti, da quella di dimansioni molto ridotte nel ryokan di Kanazawa e nell'ostello ad Amanohashidate, a quella a dimensione molto familiare in un sento a Takayama.
Abbiamo avuto anche il nostro momento magico tra le Alpi giapponesi, al Fukuji onsen, un'ora a nord ovest da Takayama.
Qui siamo stati accolti da una signorina gentilissima in un ryokan fiabesco di quelli che non avrei osato immaginare nelle mie più ardite fantasie. Una specie di vecchia fattoria giapponese in stile tradizionale, dove siamo stati accompagnati in un onsen privato bellissimo e stra accessoriato nel quale abbiamo potuto fare il bagno tutti insieme in una vasca e un rotemburo tutti di legno. L'immagine dei tre culetti arrossati dall'acqua bollente che trotterellano tra una vasca e  l'altra è una  di quelle che resterà impressa miei ricordi di viaggio.

lunedì 25 agosto 2014

Tokyo blues (Norvegian wood)

Non so se sono in grado di contare tutti i riferimenti letterari e cinematografici attraverso i quali ho costruito nel tempo la mia immagine interiore del Giappone. Murakami, Yoshimoto, Myiazaki, tutto l'Olimpo dei cartoni visti e rivisti a partire dall` infanzia. Tokyo è sempre stato un elemento centrale del mosaico, una città che ho sempre percepito come tentacolare e potenzialmente respingente, al punto di aver seriamente considerato di non includerla nel nostro itinerario.
Le città ormai lo so, mi spaventano più di quanto mi attraggono. Sono faticose, richiedono tempo per essere comprese, più di quanto se ne riesca a ritagliare in un viaggio di 20 giorni, e dunque si ha sempre paura di non riuscire a entrare in partita e di fuggire prima di aver messo da parte una adeguata sequenza di bei ricordi o peggio ancora, senza aver formulato l'intenzione di ritornare.
Siamo arrivati a Tokyo da sud, sulla direttrice di Kanagawa diretti verso Yoyogi Koen (i giardini di Yoyogi), tra Shibuya e Shinjuku. Poter scrivere questo nomi con cognizione di causa è per me già fonte di emozione, perché è come assistere ad un romanzo di Murakami che diventa realtà. E` questo  l'effetto che  mi fa entrare in città di notte, costeggiando dal basso la Tomei express way, una delle grandi arterie sopraelevate che attraversa la città, dalla quale mi sembra in ogni istante di vivere la prima scena di 1Q84, quella in cui Aomame calandosi giù da una scala di emergenza inizia la sua contorta storia in una folle dimensione parallela.
 A parte i rimandi romanzeschi l'ingresso a Tokyo non ha nulla di ipnotico e psichedelico alla Blade Runner ed è semplicemente l'elettrizzante arrivo in una bellissima metropoli, chiara di  insegne e maxischermi che illuminano a giorno il cielo afoso e avvolgente di  una bella notte di estate.
Ci sono tutte le catene di kombini di Kyoto e molte di più, ad ogni isolato la promessa di supporto di beni di prima (e anche seconda) necessità H24: 7eleven , Family Mart, Lawson e molto di più.
Il nostro appartamento si chiama Sakura House, come la stragrande maggioranza delle strutture di accoglienza giapponesi, dal nome degli alberi di ciliegio, elementi primari della cultura locale e  principali propulsori del turismo interno ed estero, alberi la cui fioritura della durata di 10 giorni riempie l'immaginario di un popolo per tutto un anno.
A parte la suggestione, che per noi lascia il tempo che trova visto che siamo molto lontani dalla prossima e dalla passata fioritura, l'appartamento è niente di che se vogliamo fargli un complimento e da sconsigliare se vogliamo dare un contributo agli utenti di airbnb. Ha però il grande pregio di trovarsi in una bella zona, nevralgica per la sua vicinanza alla scintillante Shibuya e al poliedrico Harajuku, con  un comodo accesso alla linea C della Tokyo subway, con la quale si riescono a coprire più o meno tutte le tappe di una permanenza di cinque giorni con poche integrazioni ad un unico biglietto giornaliero da 700 yen.
Tokyo è la quintessenza della città, fortemente focalizzata sulla sua dimensione urbana, dove ogni quartiere ha un suo carattere ben delineato. In un certo senso è come un  parco a tema sulla metropoli, in cui il turista sceglie l'esperienza che vuole ripercorrere (shopping sfrenato, tendenze, passeggiata zen) e punta la relativa area sulla mappa e fermata di metropolitana, tal quale a Eurodisney.
 

Il viaggiaotore puo` dedicarsi al turismo metropolitano piu` sfrenato, perdersi in viali e vicoli ad Asakusa per stupirsi alla vista del Sensoji con la sua rossa grandissima lanterna o  saltare da un locale notturno a un altro nelle notti a Roppongi, senza mai avvertire lo strisciante senso di colpa che ti assalirebbe all`idea di non aver visitato un museo a Parigi o a Madrid o a San Pietroburgo. Non ci sono esposizioni piu`realistiche di quella che si osserva dal primo piano dello Starbucks su Shibuya Crossing, e nessuna esperienza teatrale piu` intensa dell`attesa del verde del semaforo, che ci fa sentire un po` tutti Bill Murray nell`ultima scena di Lost in translation.


Non c`e` quadro piu` colorato di Akihabara dopo il tramonto, scintillante vetrina di insegne e fumetti nel regno della tecnologia e del manga. E` bello passeggiare su Omotesando, far finta per un po` di essere sugli Champs Elysee, sentirsi terribilmente trascurati nei nostri 10 giorni da vagabondi passando accanto ai tiratissimi giovani, fashion victims in pellegrinaggio da una botique a un hair stylist. E` divertente passare un`ora dentro Kiddiland e scoprire per cosa impazziscono i bambini giapponesi (e i nostri) e rifugiarsi nella frescura di Yoyogi Koen per un`ora di tregua dal caldo infernale, e passare una giornata intera nel parco di Ueno tra zoo e giochi di acqua per ricaricare le pile prima di un nuovo giorno di viaggio.
Varcare poi l`immenso tori di Meiji Jingu per entrare nel santuario aggiunge una dimensione spirituale anche alla capitale delle tendenze nipponiche, ulteriore dimostrazione che da queste parti la religiosita` e` una componente forte nelle vite delle persone.

Se avevo paura di non avere delle ragioni per tornare le ho fugate sulla superstrada in uscita verso nord. Avrei voluto passare almeno un giorno intero a fare shopping di oggetti tecnologici e visitare almeno una delle filiali di Bic Camera dove pare si facciano affaroni nell`acquisto di obiettivi e quant`altro, avrei voluto passeggiare a Ginza, tornare a Tsukiji per filmare l`asta dei tonni con una videocamera e magari stavolta provare il sashimi a colazione nei ristorantini all`alba e fermarmi a riposare ai giardini di Amaryku, visitare una delle filiali Muji e tante altre cartolerie per portare a casa penne, matite e carta di riso, andare alla ricerca di stampe con esercizi di calligrafia e sceglierne una da appendere nell`ingresso di casa, cenare almeno altre quattro volte da Sushi Zanmai e almeno qualche altra volta da Ippudo, tornare alla Tokyo skytree e stavolta salirci sopra, fino alla sommita` dei 600 e piu` metri.
Tokyo, sayonara!

 

giovedì 21 agosto 2014

Tsukiji, sveglia fatale

Dice uno dei blogger che leggo un questi giorni che una sveglia prima dell'alba può essere fatale per il resto della giornata e anche per un paio di giornate successive. Probabile che sia così, ma io conto sulla indulgenza dei miei bioritmi che  da anni compensano un cronico deficit di sonno e ci provo. Da troppo tempo mi vedo a Tsukiji nell'ora in cui ogni giorno viene decisa la sorte dei tonni che popoleranno le cucine nei ristoranti giapponesi a partire dall'alba e ora ci sono troppo vicina, non posso rinunciarci solo per non perdere qualche ora di sonno.
Tsukiji è un luogo leggendario. I prezzi del pesce che si stabiliscono qui nelle prime ore del giorno si propagano e influenzano il mercato su scala globale. La maggior parte dei tonni in vendita a Tsukiji proviene dall'aeroporto di Narita, che viene considerato il più grande porto peschereccio del Giappone. Molti dei tonni che sbarcano a Tokyo provengono dal Nord America, da quando negli anni 70 la Japan Airlines si adoperò per trovare un senso ai voli di ritorno in patria di tutti gli aerei che in pieno boom economico esportavano materiale tecnologico in USA.
La mattina in cui si svolse la prima asta di tonni provenienti da oltre l'oceano è nota come "il giorno del pesce volante", e da allora Tsukiji è un luogo di straordinario charme, così tanto nevralgico per l'economia e così tanto tradizionale se non primitivo nell'aspetto.
Ecco la breve cronaca della mia visita a Tsukiji.
2:50 suona la sveglia. Ho dormito un sonno di tre ore agitato, sognando di esser già stata e tornata dal mercato, di averci ripensato e non essere più andata, di essere tornata dal Giappone e di  aver scritto un lungo romanzo sulla mia esperienza a Tsukiji.
Freud direbbe che l'idea di attraversare la città in taxi di notte mentre i miei familiari più stretti dormono sereni non mi convince poi  così tanto.
3:05 salgo sul taxi. Ne sono passati tre in cinque minuti, i primi due non li ho fermati perché mi stavo orientando sulla mappa. Mi ero tanto preoccupata (augurata) di dover tornare a letto sconfitta dall'impossibilità di trovare un taxi e invece...Efficienza nipponica, tariffario trasparente, poche parole rigorosamente giapponesi, portiera automatica perfettamente funzionante, recapito puntuale nel luogo di destinazione.
3:40 arrivo all'informatIon centre e vengo equipaggiata con smanicato verde fluo, il che mi caratterizza come facente parte del secondo gruppo (il primo è giallo). Significa che già almeno una sessantina di persone mi hanno preceduta, a conferma che la giornata per chi vuole assistere all'asta dei tonni inizia ben prima di quanto si legge in giro, e che almeno in questo periodo la sveglia va puntata in tempo utile per essere sul posto non oltre le 4:00.
Trascorro il tempo in quella splendida occupazione che accomuna le sale di attesa di tutto il globo, un equilibrato mix di "finalmente posso farmi i caxxi miei, leggo, scrivo, ascolto musica", dormicchiare e spiare gli altri  ricostruendone Le storie  a partire da  brandelli di  conversazioni.

5:20 viene  chiamato il primo gruppo. Gli addormentati si svegliano, mezza sala si svuota e noi verdi ci prendiamo i nostri spazi. Tra 20 minuti tocca a noi.
5:40 il  nostro turno. Sono felice di essere arrivata fino qui e un pò emozionata mi accodo alla fila. A guidarci ci sono  gli addetti del mercato che vigilano affinché non veniamo travolti da uno dei mille piccoli bulldozer che sfrecciano nelle stretta corsie tra i banchi e attorno agli hangar.
Scatto foto a raffica, scelgo il bianco e nero perché mentre aspettavo con il mio bello smanicato verde fluo ho visto una galleria sul web di qualcuno molto bravo che ha  fatto un reportage prima di me e il monocromo mi è parsa una buona idea. Intanto continuo a domandarmi se ne sia valsa la pena e non voglio ascoltare la voce dentro di me che mi dice che forse no. E faccio bene a non dargli retta perché l'asta è uno spettacolo. Protagonista assoluto il banditore, un uomo per metà samurai e per metà lottatore di sumo con una formazione giovanile al teatro kabuki. Inaugura il rituale con una scampanellata che cresce di intensità e sposta il gruppo degli acquirenti vicino alla partita di tonni in lizza. Canta e danza come un guerriero (così a me pare) mentre tra la folla in silenzio con  un rapido gesto della mano i concorrenti indicano la cifra da offrire. Tutto dura un  soffio, non ho neanche il tempo di realizzare che sto sbagliando strumento e che devo passare dalla Canon al telefono per filmare questi attimi. E va bene, terremo le foto e mi toccherà tornare in Giappone per le riprese la prossima volta, magari con Lolli che avrebbe tanto voluto accompagnarmi ma per questa volta si  è dovuto rassegnare perché ai bambini non è permesso accedere all'area del mercato.


6:15 l'asta è conclusa e veniamo riaccompagnati al centro informazioni. L'area del mercato del pesce per la vendita al dettaglo non aprirà prima delle 9:00 e non ho voglia di accordarmi alle lunghe file che gia si snodano fuori  dai tanti ristorantini dove pare che il sushi sia in superato, un pó perché non ho fame e un po perché ho desiderio di caffè. Fa già caldissimo e sopravvivo un paio di ore gironzolando nella parte già attiva del mercato, comprando ciotole di ceramica e alla fine mi rifugio in un tempietto buddista che ha l'impagablle merito di offrire dell'ombra.


9:00, finalmente faccio il mio ingresso nella zona raw fish del mercato, rituale giro tra i banchi per constatare che no, non ne valeva la pena, specie in considerazione dell'intralcio che arrechiamo alle persone che lavorano e che in definitiva sono li per vendere pesce.

10:00, ho ripercorso la strada verso casa, questa volta con  una combinazione di tre linee metropolitane, tra Tsukiji e Yoyogi Koen sulla linea C. Sempre felice e sollevata di ritrovare la via di casa, da sola e in  una città così grande e complicata, trovo i bambini svegli da poco che ascoltano i miei racconti mentre finalmente anche io faccio colazione con il solito plumcake e i soliti buonissimi kiwi gialli.
13:30 al parco di Ueno identifico una panchina e la occupo per un paio  di ore, per dare una mano ai miei bioritmi a non dichiarare perse le giornate di oggi e domani.

mercoledì 20 agosto 2014

Una giornata perfetta

I bambini sono a dieta stretta di Myiazaki dal giorno della partenza. Totoro a colazione, Hawl a pranzo e Città Incantata per dessert. I film dello studio Ghibli sono un equivalente piuttosto raffinato della Lonely Planet per i bambini. Li i nostri figli incontrano per la prima volta gli onigiri e i noodles mangiati con la faccia nella scodella, l'onsen di Satzki e Mae con il papà nella nuova casa e le lanterne magicamente accese alla sera nelle strade tortuose della città in cui Chiyio vive la sua notte incantata. I migliori riferimenti per i piccoli turisti nel Sol Levante si trovano nei manga, che anche se un po meno rispetto agli anni della nostra infanzia  continuano ad essere un importante sfondo nella cultura pop dei pargoli nell'età della scuola elementare.
A parte i vari Jeeg e Holly e Benji, che abbiamo nostalgicamente e appassionatamente riguardato su YouTube in tempi recenti, c'è la combriccola di Doraemon che  qui ancora la fa da padrona, assieme ai Pokemon e la Ghibli. Complice una forte campagna per il lancio del nuovo film prodotto dallo studio (when Marnie was there), in uscita in questi giorni pare con non troppo successo di pubblico nelle sale giapponesi, non è difficile imbattersi in merchandising variopinto nei negozi della città. Kiddilland in Omotesando riserva una parte di un piano a Totoro&friends e anche nel centro commerciale ai piedi della Tokyo skytree, la più monumentale tra le icone architettoniche della città, c'è uno Store Ghibli così tanto bello che ci abbiamo volentieri trascorso una mezz'ora di meraviglia nel nostro primo giorno in città.

È stato dunque un atto di forte volontà quello che ci ha portato a considerare che dopo 12 ore di volo e un dirottamento per bufera valesse la pena allungarsi di qualche fermata di trenino e arrivare a Mitaka, luogo in cui la Ghibli ha costruito la sua deliziosa disneyland in versione giapponese.
Atto rafforzato dalla consapevolezza di aver sborsato una ignobile cifra ad un odioso bagarino in una specie di succursale della yakuza, per comprare i nostri 4 biglietti ad un prezzo decuplicato rispetto a quello nominale, dopo aver tentato senza successo alle macchinette di  Lawson ogni  combinazione adulto/bambino possibile per ogni possibile orario di ingresso in  ciascuno dei nostri giorni di permanenza a Tokyo.
E siamo contenti così. Il museo Ghibli è una piccola perla e un altro raffinato esempio di nipponica sapienza nell'arte di accogliere il pubblico intorno ad un tema particolare. Gli riesce bene con il sushi come con i manga, scegli un interesse e abbandonati al piacere di lasciartelo offrire dala popolo che ha concepito la cucina kaiseki e la cerimonia del trucco delle geishe.
Lontano da qualsiasi stratagemma attrattivo di disneyana concezione, il Ghibli offre un intrattenimento pacato e didattico, adatto a grandi e piccini esattamente come accade per i film che produce.
I più piccoli hanno amato razzolare ed arrampicarsi su una incantevole versione peluche del gattobus lanciandosi manciate di nerini-del-buio, e i più grandi hanno indugiato nella sala dedicata all'illustrazione degli inganni ottici alla base delle tecniche di animazione.
Ho adorato gli allestimenti dedicati ai bozzetti, che accanto al fascino degli  schizzi originali combinano alcuni elementi delle vere storie dietro quelle dei cartoni. Un album di fotografie raccoglieva paesaggi e situazioni da cui  Miyazaki si è lasciato ispirare per scrivere il Castello errante di Hawl e Porco Rosso avverto, davvero molto affabulante.

Il tramonto è un momento speciale da queste parti. In questa stagione arriva prima rispetto all'Italia e già verso le 18:30 la luce inizia a ritirarsi. Il buio ci porta l'idea, puntualmente smentita ogni sera, che la morsa strettissima del caldo finalmente rallenti e conceda una tregua. Anche se poi non alla fine non succede, possiamo concederci di stare meno concentrati sull'equilibrio termico per un po, di rilassarci in un ristorante condizionato e iniziare a sperare in un giorno migliore - il successivo.
Il tramonto è comunque  un  momento suggestivo e val la pena scegliere con consapevolezza la situazione in cui trascorrerlo. Oggi abbiamo scelto Shimokitazawa quasi solo perché è il quartiere che fa prepotentemente da sfondo al romanzo della Yoshimoto che sto leggendo e perché incrociando le informazioni di guide e blog pare che ci sia una bella aria e ce la vogliamo respirare. Camminiamo nei vicoletti e ci fermiamo da Mos Burger, e confermiamo che c'è una bella aria che ai giapponesi deve sembrare parecchio rilassata in confronto alla tensione glamour che anima gli altri quartieri frequentati dai giovani. A noi italiani sembra invece tanto uguale all'aria di Trastevere, che è pure l'aria  di qualsivoglia altro groviglio di vicoletti di qualsiasi altra città, misto di negozietti e localino, vezzeggiativo di qua e diminutivo di la.
La giornata si conclude con il nostro debutto da Sushi Zanmai. Avevamo creduto che ne valesse la pena incrociando le solite  guide e i soliti blog, e non c'è bisogno di aggiungere altro, per noi che in questi  giorni ci siamo svezzati nei kombini questa serata é un vero e proprio rIto di iniziazione. La preparazione del sushi vista da vicino nell'ora trascorsa al bancone mostra quanto questa arte sia molto più vicina alla scultura che alla cucina. Così bello da vedere e così buono da mangiare.
Una serata perfetta alla fine di una giornata perfetta.

sabato 16 agosto 2014

Post-it di Kyoto

La stazione, portale di ingresso alla città, equilibrismi di vetro e acciaio in cui ogni forma sembra in bilico e ovunque lo sguardo si posi c'è un gioco di volumi o di luci. Molto bella la passeggiata serale sullo skywalk, una passerella sospesa che attraversa l'enorme atrio e offre una bella veduta del lato esterno alla di fronte la torre illuminata.

I giardini, sapiente concatenazione di spazi e passaggi, quintessenza dell'armonia tra cose create dalla natura e cose volute dall'uomo. Al tramonto danno il meglio, con il verso delle cicale in primo piano e la luce che cala stemperando la morsa del caldo. È proprio vero, li dentro si recupera un po di pace e ci si riconcilia con quanto è andato storto nelle proprie giornate.
Higashyama, senza una meta in particolare. Una passeggiata perdendosi tra le vie di questa "montagna dell'Est". Le storie di Buddha raccontate a Flavio, il gelato in un giardino ombreggiato, Daniele una alle prese con i suoi primi  yakitori (spiedini di enorme pollo), una campana in cima alla collina.

Arashyama, la zona delle colline ad ovest di Kyoto, nota per la fitta foresta di bambù. Molto carina la strada principale, animata di negozi e luoghi di ristoro. Deliziosa la stazione ricostruita in bambù, da cui parte un trenino apparentemente di altri tempi che ci riporta al centro di kyoto.


Una passeggiata nel parco dei cervi a Nara, animali prevedibilmente invadenti, abituati a ricevere cibo dagli uomini. Compriamo i biscotti e ci lasciamo assediare mentre attraversiamo un passaggio di bancarelle di Junk Food in versione asiatica per giungere al Todai-ji. Senso di religiosa soggezione al cospetto di questa enorme raffigurazione lignea di Buddha.

Nishiki market, una lunghissima sfilata gastronomica per iniziare ad avvicinare la cucina giapponese. Poche le  cose davvero comprensibili, in un tripudio di semini sconosciuti e verdure in salamoie alla soia.
Con Lolli abbiamo comprato i più buoni tra i sushi dei nostri pranzi al sacco, e dei deliziosi spiedini sashimi di tonno e salmone.

La Pagoda d'oro, un cameo di  indescrivibile fascino circondato da un laghetto. 25 kg di sottilissime lamelle d'oro, risultato di un recente restauro.

E come sempre una manciata di rimpianti le, o di scuse per ritornare. Le vie di Gion e di Ponto-Cho, dove avrei voluto trascorrere un po più tempo al tramonto e incontrare magari una geisha o una maiko in uscita per la serata di lavoro. Una passeggiata di giorno nella bella galleria di Teramachi, paradiso dello shopping, alla ricerca di un negozio di stampe recensito su Meridiani.

venerdì 15 agosto 2014

I primi passi

Immaginavo il Giappone un posto tecnotronico pervaso di robotica e gelida efficienza, che è un po l'immagine che mi arrivava dagli articoli che Terzani scriveva negli anni '80 e che fa da sfondo ai romanzi di Murakami. In realtà lo immaginavo anche un po zen-retro, come in Totoro e nei cartoni giapponesi, con i tatami, i bagni pubblici e i carretti di cibo in strada come quello di Marrabio, il padre di Licia.

A Kyoto ho trovato l'uno e l'altro e molto di più, cioè l'Asia un po sgarrupata dei vestiti plasticosi e della liturgia della preparazione del cibo alla sera nei locali, e l'Asia spirituale delle scarpe lasciate all'ingresso dei templi e del profumo di incenso.

Tradizione e modernità si cedono il passo e così noi entriamo a Kyoto dalla visionaria stazione  che sembra un immenso giocattolo tridimensionale di luci, suoni e forme, passiamo accanto la sfavillante torre illuminata e le sale giochi con i pachinko elettronici per arrivare nel nostro ostello tradizionale dove facciamo colazione inginocchiati attorno a un tavolo e la sera srotoliamo i nostri futon tutti affiancati nella stanza da 6 tatami.

Il cibo mi fa scoprire dei limiti che non immaginavo di avere. La barriera linguista è determinante nel creare una frontiera tra la mia curiosità e la diffidenza.  La semplice scelta del ristorante è una scommessa, perché l'offerta gastronomica, notoriamente vasta come sempre in Asia, si restringe drasticamente all'interno dei singoli locali, che sono sempre focalizzati su tipologie di cibo. 
Scegliere una pietanza da un menu è invece proprio  un atto di fiducia. perché  i nomi  dei cibi sono difficili da memorizzare anche nella loro versione traslitterata dal kanji al romaji  pur avendo letto diversi articoli prima della partenza, ma in più non é affatto scontato trovare un menù inglese.
Anche in pieno centro nei fascinoso vicoli di Ponto Cho, il quartiere delle geishe che sembra un po una versione molto orientale dei Navigli, la stragrande maggioranza dei locali non si sforza troppo di darsi un velo di internazionalità. Complesso di inferiorità o nipponico sussiego? In tanti ne hanno disquisito ben più autorevolmente di me e per noi di certo è troppo presto per dirlo.
Kyoto alla fine ci piace, confermando ciò che già si sapeva, e cioè che ad ogni città bisogna solo dare una chance, qualche serata per imparare a ritrovare la via di casa, per familiarizzare con le gerarchie metropolitane di bici e pedoni e attraversamenti stradali da affrontare al contrario rispetto all'Europa, per ricostruire il rituale notturno della sosta al 7-eleven per l'acquisto della colazione, per imparare a convivere con un clima che soffoca o gela, a seconda che ci si trovi all'aperto o in qualsiasi altro luogo.
Ci salutiamo con la pioggia e siamo contenti che non sia un addio. Ci vedremo nuovamente per passare una serata insieme prima della partenza.
Sayonara!


lunedì 11 agosto 2014

Mali di stagione

Agosto, stagione di tifoni.
L'arrivo del nostro uragano ad Osaka era previsto in modo meteorologicamente infallibile allo stesso orario del volo Alitalia sul quale ci eravamo imbarcati 12 ore prima. Gli abbiamo ceduto il passo e dopo il sedicesimo giro a 6000 m di quota sulla città ci siamo ritirati in buon ordine verso Tokyo.

C'è chi parte la sera per Kyoto, perché viaggia in coppia  dotato di Japan Rail pass,  con pochi  altri programmi e un bagaglio di possibilità, e ci sono gli altri, anziani e bambini, che restano a  terra con il pacchetto Alitalia "vi alloggio in un non-luogo nell'hinterland dell'aeroporto con cena e colazione pagata e per Osaka se ne parla domani".
All'inizio di ogni viaggio si fa fatica a lasciarsi andare, sembra sempre che qualsiasi altra scelta sia migliore delle nostre  compresa la destinazione stessa del viaggio, e per tutta la serata ho pensato che avremmo forse dovuto partire con il treno per Kyoto per rincorrere i nostri piani guastato dal tifone cattivo e in barba ai 300 euro che ci sarebbe costato l'operazione.
La notte alle 3:00 durante l'ora  di veglia che accomuna tutti i viaggiatori che vengono da Ovest, ho pensato che però non era male aver avuto un cuscinetto spazio temporale tra l'arrivo e l'inizio del viaggio.
Al mattino la colazione era buona, c'era una bella vista dalla grande parete a vetri su un piccolo giardino giapponese in cui degli operai  che sembravano usciti da una puntata di Doraemon incollavano assi di legno vicino ad uno stagno inncu nuotavano pesci giganti.

Mentre aspettavamo che aprisse il check in a Narita ci siamo fusi in un improbabile gruppo di viaggiatori del pacchetto Alitalia, che a vederci da lontano  sembravano tutti anziani e bambini ma poi adeguatamente zoomati non lo eravamo affatto, perché dimentico sempre che le persone nel bagaglio portano le possibilità ma anche le proprie storie, e che per conscere queste serve un po più di tempo.
Ho visto quindi il viaggio che vorrei poter fare fra 15 anni, per andare a trovare un figlio che ha deciso di costruirsi un  pezzetto di futuro in un posto  lontano. Sono entrata nel mio primo kombini Lawson accompagnata da una guida speciale che mi ha insegnato come scegliere gli onigiri e ho capito che c'è un intenso viavai tra Italia e Giappone, di italiani giapponesizzati che viaggiano per ricongiungers icon le proprie famiglie nel Solito Levante.
È così che con più di un giorno di ritardo ci troviamo ancora sul treno Osaka-Kyoto, tutti dormono mentre io scrivo, fra un po scenderemo e finalmente usciremo dal cuscinetto spazio-temporale per incominciare il nostro viaggio ma già con qualcosa in più nello zaino, perché ha ragione la Yoshimoto quando dice che  "i viaggi moltiplicano i ricordi delle persone".