mercoledì 30 dicembre 2015

We are family

Una cosa che ricordo dal primo viaggio in India dieci anni fa è che nei rituali di presentazione ci venivano rivolte sempre le stesse tre donande: siete sposati? Da quanti anni? Quanti figli?
All'epoca la cosa mi divertiva perché il fatto che fossimo sposati da più di tre anni e non avessimo figli provocava una reazione di
malcelato stupore, e mi stupiva perché  sembrava normale che potessimo girare il mondo lasciando a casa un numero imprecisato di bambini.
La suggestione spirituale che si e impossessata di me dopo una settimana di vagabondaggio nei tenpli tamil fa apparire queato ritorno con tre bambini a distanza di anni come un segno di qualche disegno di Shiva, ma la verità è che essere una famiglia occidentale  a zonzo in India aggiunge un pizzico di ebbrezza al viaggio.
Alcune cose ci accadono solo perché siamo chiari di pelle,  vestiti da turisti, abbiamo a volte l'aria spaesata e rappresentiamo qualcosa di esotico. Le donne ci toccano, più volte nella giornata ci chiedono "bitch country? " spesso in inglese stentato, le bambine mi incollano gli occhi addosso analizzando rapite le nostre differenze nel fisico, nelle pettinature, negli abiti.
Ma il vero spettacolo è la considerazione riservata ai bambini,  specialmente Flavio che è più piccolo e dall'aspetto più
grazioso un po rotondetto e biondino.  Ci divertiamo a contare quante carezze, buffetti,  strapazzamenti, richieste di nome e foto realizza durante il giorno.
In quanto famiglia in generale ci capita spessissimo di essere accerchiati da gruppi di persone che vogliono fare foto con noi o che ci chiedono di scattargli foto per il solo gusto di guardarle una volta sullo schermo della Canon,  visto che non avremo modo di condividerle.
Mi fa troppo ridere l'idea che appariremo negli album di famiglia di chissà quanti tamil, e con chissà quali leggendari racconti da tramandare tra generazioni!

martedì 29 dicembre 2015

Sari

Nei miei viaggi in Asia ho sempre avuto la sensazione di essere più stropicciata, polverosa e sciatta delle donne del luogo.  Inoltre per quanto mi sforzi di mettere in valigia i vestiti più lunghi e le magliette meno scollate, una volta sul posto l'inadeguatezza del mio guardaroba occidentale risulta in tutta la sua evidenza perché la composta eleganza e la discrezione delle donne asiatiche resta per me ineguagliata.
La forza della tradizione in India si esprime anche nell'abbigliamento, qui infatti nessuna donna indossa abiti occidentali. Per quel che ho capito ci sono sostanzialmente due  alternative e cioè il sari e il salwar  kameez. Il sari è semplicemente stupendo,  un unico pezzo di stoffa colorato lungo dai cinque ai nove metri e largo un metro, che viene drappeggiato attorno al corpo senza spille e senza bottoni e che si indossa sopra una maglietta attillata.

In ogni città può essere difficile capire dove comprare un repellente per le zanzare  o una burra ma  l'offerta di tessuti di seta o sari già confezionati è pazzesca e le donne hanno una cura maniacale nella scelta dei colori, degli abbinamenti,  degli accessori. Anche se in fondo si tratta di un solo tipo di indumento la risultante è un incredibile profusione di colori sapientemente combinati per restituire un immagine di vera eleganza, impossibile non sfigurare accanto a una donna in sari.

Il salwar kameez è la versione indiana del look casual,  una tunica lunga indossata su un pantalone stretto e una sciarpa che si chiama dupatta poggiata sulle spalle. Adoro anche questa mise, mi incanto a guardare gli abbinamenti di colori e la varietà dei tessuti.
Mi incantano in particolar modo le uniformi scolastiche, che di solito sono dei salwar kameez in tinte sobrie, e le ragazze che lo indossano hanno spesso delle belle trecce annodate con nastri infiocchettati.
In materia di capelli l'idea e che non ci sia molto spazio per i saloni di bellezza così come in occidente, perché qui esiste un solo taglio di capelli e cioè  lunghi, perfettamente curati e spesso raccolti in una treccia. La treccia serve per tenere i capelli in ordine nel caldo tropicale ma ha anche un significato ipnotico e religioso, e simboleggia la confluenza dei tre fiumi sacri.
Anche se ho sempre raccolto sguardi di benevolenza nei miei abiti occidentali succinti, dai colori spenti e approssimativamente abbinati la fascinazione del look indiano mi provoca un immediato effetto camaleonte e spinta dal bisogno di abbandonare shorts e magliette anche io come tanti altri compagni turisti sono approdata quasi subito nella bottega di un sarto a Mallalapuram e li ho iniziato il mio processo di trasformazione e adeguamento.

lunedì 28 dicembre 2015

5 aspettative da dimenticare

Potremmo essere portati ad avere delle aspettative sull'India per diverse ragioni,  ad esempio perché da decenni è meta per turisti di tanti tipi diversi,  in cerca di avventura di spiritualità di vocazione di cambiamenti ma comunque tanta gente che viene da ogni parte del mondo e si assume che esporti elementi della propria cultura e stimoli la creazione di situazioni adatte ad accoglierla.
O perché l'India è una realtà economica in crescita,  e magari anche a noi è capitato di avere interlocutori indiani sul lavoro.
In ogni caso ecco la mia top five di aspettative da abbandonare immediatamente, prima è,  meglio è per tutti :

1. Il senso di marcia
La prima cosa di cui convincersi è  che il senso di marcia ha poco a che vedere con elementi fissi tipo la segnaletica orizzontale e molto a che vedere con circostanze contingenti.  In pratica un veicolo cammina sulla porzione di strada in cui non ci sono ostacoli tipo altri veicoli,  persone, mucche o carichi ingombranti di altri veicoli. Al secondo ordine viene la qualità della strada, specie fuori città. Ci è capitato di percorrere strade su cui in linea di massima si dovrebbe circolare non dico su cingoli ma almeno su fuoristrada come ad esempio quella tra Mallalapuram e Pondicherry in cui la somma di accelerazioni verticali (buche e dossi) e orizzontali  (brusche sterzate) è risultata in 5 soste per vomito con 4 vomiti  (una sosta senza vomito e lolli ha dato due volte).  Preso atto della sotuazione nella tratta successiva, tra Pondy e Tanjhavur la xamamina è stata nostra grande amica.

2. I tovaglioli
Non dare per scontata la presenza di un adeguato numero di tovaglioli a tavola, ne la loro adeguatezza a fare quello che ci si aspetterebbe da un tovagliolo,  cioè assorbire qualcosa. Anche sulla carta igienica nei bagni bisogna tenere basse le aspettative perché qualora presente ha l'aria poco invitante e non ha l'invito per lo strappo che è una cosa fastidiosissima anche se si può sopravvivere benissimo senza.

3. I negozi
In conseguenza della forte identità nazionale e orgoglio di appartenenza,  l'India è fortemente resistente alla globalizzazione. Non solo non ci sono negozi delle catene internazionali più note, ma manca proprio ogni analogia con il sistema di vendite al dettaglio del mondo occidentale,  che non è in assoluto un problema fin quando non scatta l'esigenza di acquistare beni che per qualche ragione si rendono urgentemente necessari.
A me stavolta è capitato di dimenticare a Roma il caricabatterie della Canon, e quando l'ho realizzato a Pondicherry ho scartato in modo automatco l'idea di cercare un posto in cui comprarlo perché la complessità di questo gesto era superiore alla mia immaginazione, molto più semplice comprare su Amazon e mirare l'albergo dove avremmo soggiornato nei prossimi giorni per la consegna. Essendo però bersagli troppo mobili e soprattutto non avendo un albergo per ciascuno dei prossimi tre giorni mi sono rassegnata all'idea di affidarmi ai consigli della gente del luogo, preparandomi alle inevitabili frustrazioni come per seguire un Dharma.
Per come sono andate le cose devo ammettere la mia superbia  e riconoscere all'India la capacità unica di accendere sinapsi articolate e affascinanti. Esprimi un bisogno e subito qualcuno si consulta con qualcuno che suggerisce un posto e chiama un tuc  tuc e gli passa un indirizzo ma a un passo dalla meta si perde e chiede consiglio a qualcuno che accompagna tutti per un pezzo e una volta giunti a destinazione nel centro principale di assistenza Canon del Tamil Nadu il caricabatterie del tuo modello non c'e e allora qualcuno telefona a qualcuno e poi dice al tuc tuc di portarti nel negozio vicino che è un minuscolo e fetido laboratorio di riparazioni in un tunnel tipo Corviale con dentro vari oggetti elettronici smontati e un signore che esamina la batteria, chiama qualcuno è infine sentenzia: pive minutes they bring.
A quel punto resta solo da aspettare 5 (cioè 25) minuti tra chiacchiere improbabili e foto con il buon uomo e negoziare poi il prezzo portandolo esattamente alla metà della richiesta iniziale per poter finalmente entrare in possesso dell'oggetto e iniziare la giornata.

4. Passeggiare in città
Significa prima di tutto abbandonare per sempre l'idea di avere i sandali liberi da sabbia acqua e fango secondo la stagione.
Significa essere parte del traffico insieme a tutti gli altri mezzi in circolazione, inclusi i carretti di cibo e frutta  (esempi incredibili di impeccabili geometrie nel disordine totale che li avvolge) e le mucche, cercando di evitare o canali fognari a cielo aperto a margini della carreggiata perché non esistono marciapiedi ne porzioni di strada vagamente riservate ai pedoni, e non ci sono sconti perché il traffico è semplicemente inaudito e disperante.
Significa superare la barriera del suono, in particolare della quantità di suoni umanamente sopportabili,  perche oltre ai motori usare il clacson per segnalare qualsiasi cosa è parte della guida come per noi mettere la freccia prima di curvare.
Significa essere consapevoli che non si sta facendo del bene ai propri polmoni, alla pelle, ai capelli, alle mucose delle vie respiratorie, alle cornee e le ghiandole lacrimali.


5. Spiritualità
Immagino che chi arriva qui per praticare una delle discipline che l'India ha esportato in occidente di solito arrivi diretto nell'ashram di destinazione e trovi quindi le conferme che cerca.
C'è poi ancora un flusso di vecchi e nuovi fricchettoni che non saprei bene se cercano ancora qualcosa e se risolvono le loro ricerche negli angoli un sacco suggestivi in cui mi è capitato di incontrarli,  tipo Pushkar al nord o Mallalapuram al sud.
L'India non mostra facilmente il suo lato spirituale,  non almeno la spiritualità per come l'avevo immaginata al tempo delle mie letture sull'induismo.
Eppure mi sembra che tutto qui parla di spiritualità,  i riti delle puja nei templi, gli altari con i fiori sempre frescho nelle abitazioni, nei negozi, nelle automobili e nei tuc tuc, le corone di fiori intrecciate tra i capelli delle donne o appese sui parafanghi dei camion. Soprattutto per me la spiritualità spiega tutto quello che  per noi è inspiegabile della vita in India e che spesso durante la giornata ci fa arrabbiare e domandare come si possa vivere così,  sopportare immense disparità economiche e sociali, assenza o trasandatezza dei beni comuni, sporcizia, inquinamento, disordine, che ci fa chiedere come sia possibile che loro e noi abitiamo lo stesso mondo, i nostri governi si siedano a un tavolo per fare (o anche non fare) accordi, le nostre imprese facciano affari.

Dal diario di Lolli: cronaca di un giorno a Tanjhavur

Ieri sera siamo arrivati a Tanjhavur verso le 8 di sera abbiamo cenato, siamo andati in albergo e ci siamo addormentati.
Oggi ci siamo svegliati e siamo scesi per fare colazione a base del solito toast burro e marmellata e frutta fresca.
Dopo colazione siamo tornati nella nostra stanza e subito dopo eravamo pronti per cercare nei negozi del mercato per l' ennesima volta il caricabatterie della macchina fotografica di mamma, così come il giorno prima siamo andati  nel primo negozio di elettronica e telefonia nel bazar sotto il nostro albergo ma non abbiamo trovato niente. Dopo quel negozio ci è capitato di vedere un altro negozio, questa volta di scarpe per me e le abbiamo trovate, erano delle ciabatte con sopra montati degli stretch regolabili in  larghezza.
Dopo le mie scarpe siamo andati a ricercare il caricabatterie della macchina fotografica di mamma che aveva scoperto un altro negozio di elettronica che si chiamava Royal Camera e la per fortuna lo abbiamo trovato.
Dopo aver trovato il caricabatterie della macchina fotografica siamo andati nella stazione per chiedere se c'erano dei posti liberi per arrivare in treno a Madurai ma la abbiamo scoperto che non c'erano.
Dopo abbiamo preso un tuk tuk e siamo andati a vedere il palazzo reale; la galleria d'arte stava per chiudere perciò gli abbiamo dato uno sguardino ma non ci siamo persi in una stanzetta un mezzo scheletro di balena. Poi siamo
andati in un giardino dove io e Daniele ci siamo divertiti a fare foto  dove tutto il  mondo era inclinato.
Dopo abbiamo fatto un pranzo con tramezzini e donuts e siamo andati a riposarci in albergo. Dopo siamo andati in un tempio dove per arrivarci dovevi attraversare una strada dove venivano delle macchine che praticamente non guardavano dove andavano,  arrivati abbiamo fatto una fila lunghissima per vedere Shiva rappresentato da un lingam alla fine l' abbiamo visto e gli abbiamo fatto un offerta dove il sacerdote ci ha fatto la tikka e ci ha dato una busta con  la polvere per fare le tikke. Nel cortile del tempio un gruppetto di indiani ci hanno strapazzati con un sacco di foto. Poi siamo andati al luna park dove io e Daniele abbiamo fatto una ruota panoramica che andava alla velocità della luce e, la sulla ruota, io mi sono sentito malissimo.
Allora siamo andati al ristorante dell'hotel dove io Daniele e Flavio  volevamo prendere la bistecca di pollo con il formaggio ma non c'era allora ci siamo presi un omelette e del riso in bianco.
Quando abbiamo finito di mangiare siamo tornati in camera, abbiamo finito di vedere un film e ci siamo subito addormentati. 

sabato 26 dicembre 2015

Impressioni dall'India

In India tutto sembra un contrattempo e se ci si sofferma sulla catena di malintesi, imprevisti e cambi di programma in cui si inciampa dall'istante in cui si atterra, si rischia di tornare indietro senza aver colto almeno qualcuna delle tante preziose opportunità.
In effetti è  così per ogni viaggio, ma molto di più per un viaggio in Asia,  e più che mai per la prima volta di un viaggio non organizzato in India.
L'India però  è un po come una malattia infettiva,  se l'hai contratta in passato ci sono buone probabilità di sviluppare un' immunità duratura ed essere in grado anche a distanza di anni di opporre una vedica compostezza al disperante carosello di rumori, odori, colori e conquistare la condizione karmika in cui l'imprevisto non destabilizza e si resta concentrati sui propri piani quel tanto che basta per riuscire a prendere il volo del ritorno lasciando aperta la porta all'affabulazione.
All'arrivo a Chennai ad esempio avevamo deboli aspettative che qualcuno ci venisse a prendere per portarci a Mamallapuram, e quando dopo qualche telefonata abbiamo in effetti appurato che nessuno sarebbe arrivato in quanto l'ipotetico driver della guesthouse era tutt'altro che a Chennai abbiamo semplicemente colto una delle diecimila opportunità di taxi e negoziato il viaggio con sosta a Kanchipuram.
La reazione anticorpale al disordine indiano ha tardato un po ma poi è arrivata, c'è stato solo bisogno di cambiare pelle per adattarsi al clima tropicale  dismettendo gli abiti del viaggio intercontinentale per indossare  sandali e magliette da poco archiviati nel cambio stagione, di recuperare il sonno con attacchi di narcolessia in macchina, al ristorante,  ovunque e dodici ore di fila la prima notte per sincronizzarsi con l'ora locale,  di ricordarsi come si fa a prendere le distanze dal carosello di odori e rumori nelle strade per non esserne definitivamente e irreversibilmente sopraffatti.
Le solite 24 ore insomma, per superare il senso di estraneità e scoprire che ci si sente doppiamente fortunati  per avere per la seconda volta la possibilità di visitare questo paese.

venerdì 25 dicembre 2015

Dal diario di Lolli: Natale in India

Oggi abbiamo scoperto che in India,  anche se non sono cattolici,  io Natale è un giorno di festa.
Ci siamo svegliati dopo 12 ore di sonno per recuperare la stanchezza del giorno prima che, come ho già detto, abbiamo cominciato a visitare ľ India alle 4
del mattino.
Volevamo fare colazione al bar della
Guest House ma era tutto occupato allora siamo andati a un bar vicino alľ albergo:abbiamo fatto colazione con omelette, toast burro e  marmellata, succhi vari,tè e  caffè.
Dopo colazione siamo usciti dalla Guest House e abbiamo preso un tuk tuk cioè un piccolo autobus senza portiere e siamo andati a vedere la "baia dei coccodrilli' dove     c'erano tartarughe, serpenti e soprattutto coccodrilli.
Dopo la "baia dei coccodrilli" siamo andati a vedere i "five ratas" cinque templi scavati in cinque rocce dedicati ad alcuni dei e li io ho capito che li pregare è quasi una conquista perché su un tempio per visitarlo ti dovevi arrampicare su la roccia dove era stato scavato ed io temevo di non farcela ma alla fine ci sono riuscito!!!
Dopo i  "five rathas" siamo andati a pranzo in un ristorante dove mamma e papà hanno deciso di fare un massaggio ma prima volevano vedere la "Shiva butter ball" ovvero la palla di burro che è una roccia in equilibrio su una collinetta, appena ľ ho vista mi sono emozionato un sacco, sulla collinetta di pietra dove
c' era in equilibrio la "palla di burro" abbiamo visto uno spazio liscissimo dove si poteva fare un divertentissimo scivolo e ... noi ci siamo subito buttati in quella mischia di bambini che volevano provare quel divertente gioco, così noi abbiamo fatto un bel po' di scivolate finché mamma e papà non ci hanno detto di andare perché loro volevano visitare lo "Shore Temple" cioè un tempio sulla spiaggia di Mamallapuram prima di fare il massaggio: e là, allo "Shore Temple", io sono rimasto incantato perché quel tempio era davvero molto bello e interessante.
Finito di vedere il tempio siamo tornati nel ristorante del pranzo, perché era là che si doveva fare il messaggio, e abbiamo cominciato a vedere un film sull' I-pad di papà e la per la prima volta abbiamo assistito ad un black-out ma non mi sono spaventato perché papà ci aveva detto che nell' India a volte andava via la luce cosi abbiamo continuato a vedere il film fino a che papà è arrivato e ha detto che mamma stava ancora facendo la doccia così appena mamma è arrivata siamo andati in albergo e ci siamo fatti una doccia e siamo andati a mangiare in un ristorante molto carino dove ci siamo presi la banana flambee ma a me no non mi è piaciuta.
Finita la cena siamo tornati in albergo.

giovedì 24 dicembre 2015

Dal diario di Lolli: Arrivati in India

Siamo atterrati a Chennai dove erano le 8 di mattina ma per noi erano le 4.
Usciti dalľ aeroporto abbiamo preso un taxi che ci ha portato fino al tempio di Shiva dove abbiamo comprato delle corone di fiori per fare la puja,al tempio ci hanno chiesto delle offerte e ci hanno fatto la tikka cioè un segno di buona fortuna.
Dopo siamo saliti sul taxi e siamo andati in un ristorante vegetariano dove,mamma e papà dicono di aver  mangiato bene,ma noi abbiamo mangiato malissimo.
Siamo arrivati nelľ albergo che era pomeriggio e, mentre il signore ci preparava la stanza, noi siamo andati a fare una passeggiata sul mare; c'erano barche usate motori e un signore che vendeva il succo di cocco, ne abbiamo comprato uno e il signore lo ha tagliato con un machete.
Poi siamo andati a mangiare in un ristorantino vicino alľ albergo dov c' era  la bistecca di squalo ma ci hanno proposto la bistecca di tonno che alla fine si è rivelata una bistecca di pesce spada.
Finita la cena siamo tornati in albergo e ci siamo addormentati.

venerdì 28 agosto 2015

Top seven

Ovvero le cose cui ripensaremo con nostalgia in uno di quei pomeriggi di inverno lontanissimi dall'estate successiva, tornando a casa carichi di pacchi&pacchetti della sotto la pioggia dopo essere stati in piscina al termine di una giornata di lavoro, con il buio e il freddo e zero voglia di preparare la cena, etc etc.

Phaselis, ma anche Myra
Percorrendo la costa turca si acquista contezza delle civiltà che hanno prosperato intorno ad una condizione territoriale particolarmente favorevole. Le foto scattate tra Antalya ed Efeso fino a istanbul potrebbero completare i primi capitoli di un libro di storia, rovine  stratificate tipo pancake, i lici prima, i greci poi, i romani in mezzo e gli ottomani a copertura.
Phaselis è imboscata in uno dei tanti capitoli della Lonely e non l'avremmo notata se non fosse stato per un trafiletto su Meridiani. Tre insenature con pineta alle spalle, surreale immagine di barchette e bikini che sfumano su acquedotto, teatro, terme e  strada maestra.

Myra ha una bellezza più polverosa e appartata, uno di quei sito che abbiamo visitato quasi da soli, un grandissimo teatro da scalare e una montagna piena di tombe rupestri. le cicale in background di un muezzin cui è partito qualche tono sul cellulare spezzando l'jncantesimo della preghiera senza tempo.



Ucagiz
Sì arriva qui alla ricerca di un natante a bordo del quale partire per un safari idro-archeologico tra le caletta di Kekova. Canoa, battello privato o barcone festaiolo con pranzo comprsso, tutti pazzi per lo snorkelling e la ricerca di rovine sommerse.
A me piu ancora di Kekova e piaiciuta Ucagiz, per la sua posizione sull'incantevole baia che si annuncia a sorpresa dopo una delle tante curve arrivando dalla statale,  le sue bouganville che incorniciano tutte le viste,  i ristoranti sull'acqua accessibili solo da marr e il piccolo minareto a sovrastare i vicoli ombrosi.


Adana kebab, cuzu pirzola, coban salad
Gli italiani, anche i più cosmopoliti, faticano a prescindere dall'idea di non avere al mondo rivali in tema di cucina e alimentazione. Tutto da noi è meglio, tutto altrove è peggio, è una fede e in quanto tale non ci sono argomentazioni che tengano.
La realtà è che in Turchia abbiamo mangiato bene e in modo completo,  che è stato facile trovare ristoranti in qualsiasi posto siamo arrivati a qualsiasi ora, e che i menu sono sempre sufficientemente vari da accontentare tutti i gusti, avendo anche un pó di spazio per accomodare le special requests dei bambini.
Le nostre meze preferite sono state le melanzane in tutte le forme, l'hummus, i rotolini di foglie di vite, e i vari spalmafocaccia offerti dalla casa e cioè yoghurt e l'immancabile salsinea rossa dall'aria piccantossima che in pochi sono sopravvissuti per poterlo raccontare.
Tra le carni menzione d'onore per i pirzola, che in inglese si chiamano lamb chops e a Roma scottadito, e poi Adana kebab e spezzatini vari, che qui si chiamano sis kebap.
Tra i pesci un pó tutti quelli di mare, cucinati prevalentemente alla griglia, con un paio di incursioni nell'acqua dolce, trote e carpe sul lago di Beysheir e in una locanda deliziosa sulle colline dietro Kalkan.
Ottime le insalate, la coban sopra tutte, ordinata rigorosamente no onion.
Riso o bulgur accompagnano sempre le pietanze di carne, buonissimi cucinati nel brodo. A completare il capitolo carboidrati i prodotti da forno sono buoni e si trovano facilmente, buonissime le ciambelle col sesamo e quelle farcite di formaggio o patate. Il nazionalista gastronomico italiano deve fare un passo indietro su un paio di articoli: le pide, che sono l'esatto equivalente della pizza, che si possono consumare bianche appena sfornate in accompagnamento alle meze o farcite di carne, formaggio e verdure come pietanza principale di un  pasto. Le gozleme, che sono l'esatto equivalente delle piadine, si consumano un pó in ogni momento della giornata e sono tradizionalmente farcite di spinaci o broccoletti e formaggio grattugiato.
Le gozleme più buone sono quelle dei locali sulla strada, meglio se panoramici come quello in cui ci siamo fermati sulla via del ritorno da Oztuzu, con la signora col fazzolettone in testa che stende l'impasto seduta sul panchetto.


Antalya
Per qualche strana ragione la guida (e quindi molti dei suoi seguaci) fa un improbabile paragone tra Antalya e Rimini, cosa piuttosto scoraggiante anche se in effetti non sono mai stata a Rimini.
Ci siamo arrivati dopo una interminabile giornata in auto, accolti come in un abbraccio nell intrico dei vicoli della città vecchia nel momento della preghiera del tramonto, tutto molto suggestivo e comunque poco romagnolo.
Invece Ataturk caddesi con le sue belle palme mi ha fatto pensare alla California,  il grande parco alla fine della strada verso il golfo mi ha ricordato Parigi, l'ingresso alla città vecchia dalla bellossima porta di Adriano poteva essere un qualsiasi angolo di Roma, la solennità delle sale del museo archeologico non fa invidia a nessuna esposizione a Londra o New York, il suq nell'intrico dei vicoli che scendono al porto fa tanto Marocco e al paesaggio dalla terrazza sul mare sopra il porto, con il Tauro da una parte e i grandi alberghi-alveare dall'altra non trovo paragoni, è Antalya punto.


Cena a Kalkan
La Lonely raccomanda una cena a Kalkan, uno di quei consigli che di solito si ignorano serenamente.
Invece la nostra cena su una stupenda terrazza con vista sul porticciolo di Kalkan, la brezza fresca, le candeline, il legno azzurro, il calice di vino bianco, l'ottimo pesce, i bambini ipnotizzati dall'Ipad, conquista un meritatissimo posto nella nostra top seven.


Efes
Sognata come un miraggio nell'arsura dei pomeriggi,  attesa come la primavera nei ristoranti la sera, pianta come un amico perduto tutte le volte che siamo finiti in una locanda senza licenza per gli alcolici, celebrata come una regina all'ora dell'aperitivo in piscina o in spiaggia.
L'unico rammarico che ci resta è che in 20 giorni non siamo mai riusciti ad ottenere un numero di Efes e un numero di bicchieri pari alle nostre aspettative e necessità. Qui arrivano in tavola tanti bicchieri quante le bibite e fare richieste diversi è fiato sprecato.


Istanbul, Bisanzio, Costantinopoli
La prima volta era Ottobre 2007, Lolli aveva da poco compiuto un anno e Daniele era in arrivo, e siamo arrivati accompagnati dalle note di Guccini " Me ne andavo l' altra sera, quasi inconsciamente, giù al porto a Bosphoreion là dove si perde la terra dentro al mare fino quasi al niente e poi ritorna terra e non è più occidente: che importa a questo mare essere azzurro o verde? ". 
Di quel finesettimana ricordo la cerimonia dei dervisci alla stazione Sirkeci, il panino con le sardine sul Bosforo, la bellissima terrazza del nostro hotel sull'ipodromo, una passeggiata shopping la sera dell'arrivo in cui ho comprato crema alle mandorle contro le smagliatire da Body Shop a Taksim, l'iniziazione in Hammam a Suleymane e la cena in un  bel ritornate di pesce ai margini di Sultanamet.
La seconda volta era Novembre 2102, l'idea nata sulla terrazza di Katia una sera di fine estate e i biglietti comprati pochi giorni dopo. Di quel viaggio ricordo la pioggia, gli Hunter, un pomeriggio di acquisto tappeti al Gran Bazar, molti pistacchi al mercato delle spezie, molte lokumie da Aci Bekir, l'hammam di Suleymane e quello di Cemberlitas, il bel ristorante di pesce ai margini di Sultanamet e le note di Bisanzio.
La terza volta ad Agosto 2015, quattro adulti e cinque bambini, tappa di chiusura di un itinerario che ci ha dato qualche chiave di lettura per entrare più consapevolmente nello spirito della città sfuggendo alla giostra  dei turisti del finesettimana. Ricorderò l'arrivo dal mare a bordo dell'aliscafo da Bandirma, di essermi sentita libera di fotografare solo qualche ispirazione senza arrancare dietro tutte le possibili angolazioni di Aya Sophia e i gradi di buio della Basilica Cisterna, Flavio addormentato mentre i dervisci ruotano, il ristorante di pesce ai margini di Sultanamet, un pomeriggio da sola all'hammam di Cagaloglu, i minuti a studiare la mappa per imparare la geografia dei continenti e dei bracci di mare, di non aver comprato un tappeto, di aver pensato andando via  "accidenti il tempo è volato , due giorni sono troppo pochi, arrivederci a presto, ritornerò...


martedì 25 agosto 2015

Il bello di Pamukkale

La formula chimica di Pamukkale è la seguente
in pratica carbonato di calcio che nel tempo è precipotato avendo buone ragioni per farlo, lasciando su questa collina il famosissimo castello di cotone, una di quelle cose certificate dall'UNESCO che muove le persone tra i continenti.
Essendo una meta imprescindibile in un itinerario di viaggio turco, Pamukkale viene trattata un pó come Venezia o Pisa in un itinerario italiano; 'na botta e via.
Si può arrivare a Pamukkale in vari modi e da diverse direzioni, noi lo abbiamo fatto di sera in quattro ore di curve per scavalcare l'immancabile Tauro al termine di una giornata di mare a Iztuzu. Questo, più che considerazioni sussiegose del tipo "noi siamo turisti meno superficiali dei giapponesi", ci ha spinto a prenotare due notti anziché una al Withe Heaven, bell'albergo con piscina a poche centinaia di metri dal sito.
Di fatto Pamukkale non esiste al di fuori della collina calcarea, che è come una specie di santuario laico. arrivando ci si sente parte di un popolo di pellegrini, come quelli che da tutto il Mediterraneo 2000 anni fa convergevano ad Efeso per visitare il tempio di Artemide.
Sembra pazzesco che a meno di 15 minuti di auto da Pamukkale (due strade e sei alberghi) ci sia Denizli, una città di dimensioni rilevanti con offerta turistica nulla, nella quale per la prima volta da quando siamo qui abbiamo faticato a trovare un kebabbaro aperto per cena.
In effetti a nessuno verrebbe in mente di andare a cena a Denizli e chi rimane la notte a Pamukkale difficilmente si avventura oltre lo'oasi di comfort del proprio albergo con piscina e dalle sue funzionalità di ristoro per i turisti da una botta e via: buffet-colazione/ buffet-pranzo per chi visita il sito la mattina, e piscina/cena-a-la carte per chi come noi visita il sito al tramonto.
Noi abbiamo inserito tra la piscina e il tramonto una visita al sito di Laodikeia, che sulla carta aveva tutte le chance di essere 'na cazzata e di farci rimpiangere di non aver voluto fare le tre ore A/R di macchina che ci sarebbero volute per arrivare ad Afrodisia, e invece poi  ne e uscita una bellissima passeggiata in intimità tra le rovine di un sito tanto romantico, tra quel che resta di questa antica città dell'Asia minore fondata dal sovrano Antioco II per la moglie Laodikeia.

Tra la piscina e Laodikeia abbiamo inserito anche un pranzo a base di pide buonissima in una locanda di un villaggio dove non abbiamo trovato nessuno che parlasse una lingua in comune  con noi, e in cui siamo finiti grazie ad una momentanea perdita di orientamento, di Google.
Quando siamo arrivari al South Gate di Pamukkale la totalità dei pullman era andata via come promesso dalla guida, e abbiamo avuto lo spazio e la concentrazione per apprezzare al meglio la passeggiata in questo paesaggio tanto immaginato grazie ai racconti e agli scatti di chi ci ha preceduti.
4 adulti, 5 bambini, le luci del tramonto, l'acqua che scorre, la camminata a piedi nudi, il contatto con la natura, e tutti concordi sulla disonestà dei racconti ma soprattutto degli scatti, perché Pamukkale ha un solo profilo, quello migliore, e tutti le altre prospettive sono grandi assenti dai servizi fotografici. Cazzo!
E allora ci rendiamo anche noi conniventi dell omertà del viaggiatore, quella forma di crudele disonestà che porta i turisti a propagare e amplificare le leggende allo scopo di perpetuare l'inganno e non sentirsi gli unici sfigati ad aver attraversato il mondo per scoprire di aver fatto 'na cazzata. E quindi giù foto a manetta dell'unico profilo di Pamukkale, quello che non guarda una  valle ordinaria  o una piscina artificiale o un parcheggio o una strada statale, mentre ci sentiamo un po cazzoni per il fatto di non essere stati in uno dei pochi altri siti nel mondo in cui un fenomeno simile ha luogo, tipo Yellowstone o chessò, Saturnia.


Prima della partenza inseriamo la serata a Denizli, un tassista che ci accompagna nell'unico ristorante aperto nella downton, una meze ancora inedita che ricorda un pó un suppli e un pò un samosa e la prima cena senza Efes dopo la villeggiatura in Costa Turchese.
Il bello di Pamukkale non è molto diverso dal bello di tutti gli altri posti che raggiungiamo nei nostri viaggi. Al cuore di un luogo si arriva con il giusto tempo, vivendolo, dandogli il modo di svelarsì, concatenando i ricordi magari con un aiutino, kilim, pestemal, ceramica o lampada.
Andando via da Pamukkale abbiamo inserito Buldan, perché qualcuno ne ha parlato a qualcuno, che ha verificato  che ad insaputa della guida ci troviamo nell'epicentro del'industria tessile, dove si produce molto di quello che troviamo nei bazar delle città turistiche. Ghiotta occasione di shopping da cui usciamo tutti con diversi metri quadri di tessili in formato tovaglie, pashmina, asciugamani, il meglio del meglio della nostra sosta a Pamukkale.

domenica 23 agosto 2015

Neo-colonialismo

Ad Antalya atterrano ogni anno milioni di turisti, la gran parte russi e tedeschi. Alcuni boutique hotel espongono prezzi in rubli e assumono personale che parla in russo. Lo splendido sito archeologico di Myra è preceduto da un bazar di souvenir di bassa lega, con cartelli e descrizioni in cirillico.
Kas e Kalkan sono due perle della costa, la Turchia tirata a lucido in cui aleggia il sospetto di sentirsi un po troppo a proprio agio, circondati da riferimenti familiari nelle botteghe di tessuti e pelletterie, dagli artigiani delle ceramiche, nei negozietti di scarpe, nei deliziosi caffè su per i vicoletti scoscesi sul porto. 

I ristoratori parlano inglese, nei menu compaiono voci dimenticate nelle settimane in regime esclusivo di kebap e coban salad, tornano salsine, cremine, dolci e selezione di vini.
Oludeniz ha un'offerta turistica  molto più popolare, sistemazioni stile motel  sulla strada principale tutte dotate di piscina  e ristoranti chiassosi e senz'anima nel borgo sul mare. Un posto decisamente da evitare, se non si affacciasse su una laguna stupenda con il Babadag che incombe alle spalle e non fosse la base perfetta per arrivare a Kabak e Faralya, e naturalmente meta imprescindibile per gli amanti del paraglider.
A Dalaman, arrivano voli da praticamente ogni città del Regno Unito: Birmingham, Bristol, Belfast, Bornemouth, Bradford (Leeds) per citare solo quelli con la B.
L'Orca Residence tappezza la statale di cartelloni pubblicitari nei quali offre soluzioni immobiliari in vendita di ogni taglio e comfort, prezzi in pound. I locali la sera offrono intrattenimento su misura, cantanti madrelingua che negli interludi si lanciano un lunghi monologhi per intrattenere il pubblico sveglio tragiardando la mezanottee0, facevo fatica anche io a stargli dietro manco fossi ad una teleconferenza con Telespazio UK.
Creare presidi in terra straniera per sfruttare al meglio le risorse naturali, paesaggistiche e crearci intorno un'economia è una cosa sempre esistita nella storia e si chiama colonialismo, pratica che a noi italiani è sempre venuta malino, cosa che mi fa molto rosicare specie da quando ho scoperto che abbiamo avuto Antalya per qualche minuto tra la prima e la seconda guerra mondiale.
Creare presidi in località marittime in terra straniera è una cosa che l'Italia può permettersi di non fare, o fare in modo limitato nei dintorni di Sharm, Malindi  e forse pure a Bodrum tanto per restare qui vicino.
Mentre il mondo continua ad essere pieno di neo-coloni che cercano massicce dosi di rassicurazioni nella ricerca di esotismo - se parli la mia lingua e prepari il mio cibo non ti temo e posso anche affrontare un volo di due ore per farmi il bagno dalla tua parte del mio mare - noi continuiamo a non sentirci mai appagati nella ricerca di diversità, vincolati alla scelta di voli intercontinentali, condannati alla ricerca di sentieri meno battuti, costretti alla temporanea perdita di riferimenti.
Ci piace tornare ma non vorremmo mai smettere di viaggiare e gia sulla strada di casa pensiamo al prossimo itinerario...

Destrutturazione

Ovvero le sane abitudini che lentamente abbandoniamo nella transizione da persone perbene a viaggiatori sciattoni.

Usare i dischetti struccanti, abbinare la collana al vestito, usare la matita per gli occhi, lavare i capelli almeno ogni due giorni, usare il balsamo, sciacquare almeno i capelli con acqua dolce la sera, rimettere lo smalto trasparente alle mani quando si rovina, fare tutti la doccia prima di cena, leggere un libro sulla spiaggia, leggere un libro in generale, leggere almeno Internazionale, lavarsi le mani, lavare la frutta, usare la spazzola per sistemare i capelli dopo averli lavati, accertarsi che i bambini facciano pasti completi, vietare ai bambini le bevande gassate, le caramelle, più di un gelato al giorno, l'ipad,  le patatine fritte, il ketchup, troppe Pringles, far lavare i denti ai bambini prima che vadano a dormire, avere le gambe depilate, cenare prima delle 22:00, indossare le scarpe nelle camere in albergo, indossare una maglietta pulita, mettere ogni tanto una gonna, assicurarsi che i bambini non schiamazzino, non tocchino oggetti nei negozi, non rompano oggetti nei negozi, non infastidiscono le persone sui mezzi pubblici, non provochino tsunami nelle piscine degli alberghi, non danneggino opere d'arte, non sottraggono elementi preziosi ai paesaggi naturali, mettere la crema sulle mani, guardarsi allo specchio prima di uscire, assumere una posizione composta in macchina, non sbriciolare in macchina, non lasciare rifiuti in macchina, fare pulizia nella memoria della macchina fotografica, controllare ogni tanto la posta aziendale.

sabato 22 agosto 2015

Breath-taking to Kabak, twisting to Faralya

Sono cresciuta su una spiaggia attrezzata, del genere sabbia finissima e chiara, ininterrotta per km tra Mestre e il Gargano, mare calmo, fondale basso, acque tiepide.
Le file di ombrelloni sono la mia geografia di riferimento, il tabellone dei gelati è parte integrante del paesaggio, cono o cremino il più arduo dilemma quotidiano, ruotare il lettino per seguire il sole l'attività più faticosa.
Sono tanto fortunata da poter villeggiare su una spiaggia adriatica tutti i week end a partire da quando il meteo lo consente, e i bambini ancora di più perché possono trascorrere buona parte delle loro vacanze in modo semi destrutturato abbandonando scarpe e abiti urbani e pascolando tra casa spiaggia e gelateria al di là della strada.
Ora, anche se mi è chiaro che Francavilla non è esaustiva in merito di spiagge che vale la pena vivere, è altrettanto comprensibile che le liturgie marinare fatte di costume braccioli telo bagno pranzo caffè spaghetto allo scoglio gelato doccia vestitino e struscio alla rotonda non possono far parte di un mio piano ideale di viaggio e neanche di un second best.
Fuori dall'Italia tutto quanto è più confortevole di Laguna Blu o Lost mi fa sentire ordinaria, e il mio livello di soddisfazione in una giornata di mare è proporzionale al mazzo che mi sono fatta per raggiungere il luogo di spiaggiamento, meglio ancora se in presenza di un moderato disagio, diciamo va bene la scarsità di ombra se ci sono bagni e possibilmente rivendite di alcolici.
Tra le più gettonate nella porzione di costa tra Antalya e Fethiye compare Patara, una lunghissima e incontaminata duna sabbiosa che termina con un promontorio, sintesi perfetta di Capocotta e Sabaudia, il cui più grande pregio per una abituata a pascolare sull'adriatico è il tramonto sul mare, raro da queste parti tanto quanto la spiaggia sabbiosa.
Galleggiando (come direbbe Flavio) su Google Earth e interpolando le recensioni su guida e web si finisce quasi inevitabilmente a Kaputas Plaji, una discesa di più di un centinaio di scalini a picco nel tratto di statale tra Kas e Kalkan e un'acqua dal colore celeste quasi irreale. Bella senz'anima, ottima per trascorrere una giornata languida tra lettino e immersioni nella risacca.
Parimerito tra le spiagge facili c'è Iztuzu, del genere sabbioso con laguna alle spalle e centro di recupero per la tartaruga Carretta annesso,  la cosa più bella è passeggiare sulla lunga striscia di sabbia lasciandosi alle spalle la piccola porzione attrezzata con ombrelloni e sentirsi soli nel mondo in una natura intatta.
Sono abbastanza convinta che se si ripetesse un numero sufficiente di volte la ricerca su Google delle 10 spiagge più belle della Turchia, si riuscirebbe ad ottenere anche Francavilla tra i risultati, però ad esempio di Kabak la Lonely dice "A pochi chilometri da Oludeniz e anni luce da tutto il resto", si poteva non raccogliere la sfida?
Entrambe le spiagge hanno la caratteristica di essere scarsamente accessibili via terra, e questo le conserva in un bell'isolamento filtrando il turismo più intensivo della zona, che per lo più è fatto di famiglie da motel con piscina, poco trasportabili in Lagune Blu e spiagge Lost.
Il fatto è che noi siamo appunto due famiglie e pure numerosette, e pure noi soggiorniamo in un motel con piscina,  ma sentendoci molto più fighi del resto del mondo abbiamo affrontato in macchina la salita mozzafiato per scavalcare il Babadag e arrivare al parcheggio oltre il quale la cosa non è più fattibile per le persone normali e serve un pulmino zonzo, datato, omologato per 8 e guidato da un tizio dall'aria torva, per trasportare il doppio almeno delle persone giù per una discesa a picco che in pochi minuti e qualche tornante riazzera la quota slm restituendoci la speranza di un domani: Kabak.
Il sospetto che si trattasse di un posto molto freak del tipo radical chic c'era fin dall'inizio, per il fatto che una ricerca di alloggi nella zona restituisce solo campeggi con nomi tipo Shiva o Shambala, dove la proposta di intrattenimento principale è la meditazione e lo yoga tra gli ulivi.
Di fatto la baia è una vera meraviglia, fotogenica da morire come solo le pinete sulle montagne con scogliere esposte suppergiu ad ovest su ciottoli chiari sanno essere, quel mix di colori da cartolina come ce ne sono pochi in giro  (un po anche a Pescara, ma poco e poi li manca il tramonto sul mare).

Alle spalle della spiaggia c'è quello che tutti noi sognamo, un ristorante con  erba e piscina un po rialzata che si vede la baia, che serve birra Efes ghiacciata e fa insalate da urlo con un sacco di hot spot wifi che ti puoi svaccare a leggerti pure le mail di lavoro toccando il cielo con un dito.
Dalle 18:00 in poi l'età media era più vicina a quella dei bambini che degli adulti, il numero di tatuaggi impressionante e noi eravamo tristemente gli unici davvero sobri.
Kabak è bellissima, ci riandrei mille volte affrontando tutte le curve necessarie, faccia a faccia con gli strapiombi senza perdere la dignità, ma andiamo invece ora a Faralya.
Stessa direzione di Kabak, un paio di insenature prima, è la spiaggia su cui termina la Valle delle Farfalle, un trekking particolarmente difficile a causa della pendenza e non da tutti, e comunque non da noi, che come quasi tutti quelli che raggiungono Faralya lo facciamo via mare con un battello che parte dalla spiaggia di Oludeniz.
Quello che non è chiaro dalle guide è che per arrivare a Faralya si deve vivere l'avventura del Titanic, affrontando una passerella tipo tagata per salire a bordo e poi una mezz'ora di onda lunga laterale che arrotola stomachi e fa fare grandi consuntivi sul tempo trascorso in questo mondo.
Faralya è bellissima anche lei, di una bellezza meno radical e più selvaggia. Il campeggio qui è una cosa minimal davvero, non i bungalow accessoriati di legno profumoso di Kabak. Qui al massimo ti puoi conquistare un igloo di mezzo metro cubo o una baracca improbabile che io preferirei millemila volte dormire sotto le stelle.
Si può passeggiare risalendo la valle delle farfalle a ritroso, e noi ne abbiamo percorso giusto un pezzetto, ma la cosa davvero bella da fare è il bagno in questa cornice drammaticamente rocciosa controllando il mare e pregando che non si alzi troppo per l'ora del rientro.
Due giorni all'insegna delle emozioni, felici di non aver ceduto alle lusinghe della lunga (e anche bella) spiaggia di Oludeniz, a passare il tempo come birdwatcher a guardare le decine di paragliders che a tutte le ore volteggiano e planano e atterrano sul lungomare.

venerdì 21 agosto 2015

Nuovo Calcolo Itinerario

Una sera di Novembre 2014, davanti ad un bicchiere di vino in un pub di Heidelberg (DE), Katia ed io abbiamo buttato giù un'idea di viaggio per l'estate 2015. Si trattava di trascorrere tre settimane a New York (NY), prendendo in affitto un appartamento a Manhattan o meglio a Brooklyn, e poi fare una vIta da veri newyorkesi, corsetta a Central Park la mattina presto, acquisto giornale, coffee takeaway sulla via del ritorno a casa, colazione in famiglia, spesa, shopping, cucina, pranzo.
Naturalmente avremmo usato parte del tempo per visitare la  città e i dintorni, io da sempre vorrei andare a vedere sto cazz di Capo Cod che imperversa in tanti romanzi americani, e il traghetto per Ellis Island, e il tunnel per il New Jersey.
La sera ci saremmo dati il cambio a stare con i bambini per poter andare a Broadway perché io da sempre voglio vedere tutti i musical in scena, o al cinema.
Per i bambini avremmo trovato una scuola, così ce li saremmo riportati indietro a casa naturalizzati e madrelingua, sentendoci molto genitori perfetti per aver concepito una simile pensata.
Anche Tommaso, che era lì quella sera, si sarebbe unito assieme ad Andrea, e infatti nei nostri piani c'era quello di prendere una casa grande per poter ospitare gli amici che si sarebbero avvicendati a trovarci nel nostro lungo soggiorno newyorkese.
Evidentemente qualcosa non deve essere andato secondo i nostri piani se stasera mi trovo in una bella casa nella bella cittadina di Kalkan, sulla costa mediterranea occidentale della Turchia, a due terzi di un viaggio che ci ha portato in giro per l'Anatolia centrale e poi giù sulla costa turchese, a riprogettare la restante parte di un itinerario che ci riportera ad Istanbul il 29 Agosto, giorno in cui è previsto il nostro volo di rientro a Roma.
Una sera di fine Marzo, stanchi di monitorare i prezzi dei voli su destinazioni USA che non raggiungevano mai il prezzo per noi fattibile, abbiamo fatto una specie di giro del mondo attraversando varie possibilità, per un attimo abbiamo anche sorvolato la Scandinavia ma poi c'è stata una deviazione a sud est e una sera di fine Aprile abbiamo perfezionato 9 prenotazioni sui voli della Turkish per Istanbul, un partenza il 9 e il 29 Agosto.
Se stasera mi trovo qui è dunque a causa di un cambio di itinerario, suggerito dall'idea che la Turchia sia quasi un obbligo per noi che abbiamo  una bella parte delle nostre radici nel Mediterraneo, e anche perché tutti quelli che l'hanno visitata ne portano ricordi forti e racconti entusiasti,  perché avevamo bisogno di un progetto di viaggio per superare le ultime battute dell'inverno e perché la Turkish Airlines ha una buona tariffa su Istanbul Sabhia Gokcen, nella parte asiatica, rampa di lancio per un giro verso est tutto da immaginare.
Una sera di Luglio sulla terrazza di Katia e Pasquale è nata la versione beta del nostro itinerario turco,  un cerchio antiorario che passa per la Cappadocia, volta a sud passando per il lago di Egidir e Pamukkale per arrivare sulla costa turchese a Kas e percorrere un pezzo di via Licia verso ovest e risalire ad Efeso per fermarsi qualche giorno sull'isola di Bozcaada.
Credo che per quanto si possa studiare un percorso prima della partenza ci siano dei processi incrementali che si consumano sul posto, viaggiando: un highlight della guida che non avevamo notato leggendolo sprofondati sul divano di casa ma che magicamente si accende perché riflette un'esperienza fatta sul posto, una trafiletto nascosto in fondo a una pagina di Meridiani o il consiglio del solito viaggiatore loquace che fa il giro inverso al tuo e ha già visitato luoghi sul tuo cammino.
Cambiare idea durante un viaggio è un processo che passa attraverso la demolizione di un programma,  e quindi è difficile perché tendiamo ad affezionarci alle idee e ingessare i programmi di viaggio prenotando alberghi o trasporti interni.
Qui non abbiamo avuto bisogno di trasporti interni perché abbiamo noleggiato un'auto, e nell'epoca del wifi anche un gruppo della numerosità del nostro riesce a trovare alloggi il giorno precedente all'arrivo in una nuova destinazione. L'unico ostacolo ai cambi di idea resta la resistenza a cambiare idea, ma a nessuno interessava resistere ad un cambiamento e anzi tutti abbiamo lavorato insieme sul Nuovo Calcolo Itinerario, ricollocando luoghi e riassegnando tempi.
Grazie al cambiamento di idea il nostro viaggio si è impoverito di un po di mare e arricchito di due città. Cambiare idea ci ha portato ad Antalya e ci riporterà per la terza volta a Istanbul, dove arriveremo via mare imbarcandoci a Bursa o Bandirma, ed io sono molto contenta perché mi piace sempre trovarmi in una nuova città, le città attraggono e respingono, ti consumano mentre le conquisti ma sono generose e ricambiano quasi sempre la fatica lasciandoti un bel ricordo e il desiderio di tornare.
Felice tornerò dunque a Istanbul, stavolta attraversando il Bosforo con il senso di compiutezza di ritrovarla dopo avere attraversato alcuni dei tanti strati che compongono la storia di questa terra.


domenica 16 agosto 2015

Parco a tema Cappadocia

Goreme sta ai camini delle fate come Siaem Rep sta alle rovine di Angkor come Thamel sta a Katmandu come Sultanamet sta a Istanbul:
accesso facilitato alle attrazioni di fama globale che muovono la gente tra i continenti, babele di lingue nei negozietti di souvenir e di cibi nei ristoranti, bazar per il viaggiatore che a fine giornata vuole togliersi di dosso la polvere e il fango e abbandonarsi in un vestito pulito a qualche intrattenimento vagamente esotico e a buon mercato.
Mi prende sempre una reazione di sussiego e snobismo quando approdo in uno di questi parchi a tema e faccio la distaccata mentre ln realtà con voyeurismo cerco di indovinare le storie delle persone o di capire quali sono le situazioni fighe da non perdere.
Qui tutto inizia la mattina prestissimo, prima dell'alba quando il suono dell'aria scaldata dalle fornaci delle mongolfiere riempie l'aria e i  palloni colorati riempiono il cielo, spettacolo surreale. 

Noi abbiamo esitato tanto quanto è bastato per perdere la possibilità di salire a bordo, ma alla fine nessuno era veramente dispiacuto e abbiamo scelto di assistere allo spettacolo da terra. Se arrivi al viewpoint di Goreme quando ancora è buio senti una bella vibrazione, ti incanti a guardare i fuochi delle fornaci e la bellezza lunare del paesaggio e solo quando la luce del giorno avanza ti accorgi che tante altre ombre si sono aggiunte alla tua e che sei parte di una piccola folla.

A colazione si consuma il rituale dei racconti dei mattinieri e si stendono programmi per la giornata, mentre si continua a versare chay, languidi di fronte a un  panorama che è bellissimo da ciascuno dei tanti alberghi di questa cittadina incantata, e poi a bordo dei rispettivi mezzi di locomozione animati o inanimati, quad automobili cavalli o dromedari, si inseguono le proprie giornate. La Cappadocia è generosa di un paio di cose in particolare: chiese rupestri e paesaggi. Le prime esercitano un grande fascino sui bambini che si sentono molto Indiana Johns a infilarsi in tutte le caverne, ma ecco, diciamo che si tratta pur sempre di buchi tutti piuttosto simili fra loro, evitabili dal decimo in poi.
I secondi sono i miei preferiti perché a camminare nelle valli lo spettacolo è dietro ogni svolta,  e Goreme è un po il baricentro di una serie di possibilità interessanti, alcune a pochi minuti di auto e altre, come la valle di Ilhara, con un raggio un po più lungo, ma in ogni caso è solo allontanandosi da qui che si entra davvero in partita, perché per avvicinarsi all'essenza di un luogo tocca impolverarsi, sudare, avere sete, stancarsi e insomma, tocca soffrire. 



Non ho amato l'open air museum perché è troppo attaccato alla periferia dei negozi di souvenir e sotto tiro dei pullman da gita di un giorno mongolfiera-buchi-souvenir-foto al tramonto, e perché alla fine della fiera sono tanti buchi tutti uguali.
Amore a prima vista con Uchisar, ti ci trovi improvvisamente dentro dopo essersi lasciato alle spalle 6 ore di altopiano anatolIco praticamente desertico, e la percorri planando a spirale lungo il perimetro esterno mentre davanti si manifesta all'improvviso lo spettacolo geologico della Cappadocia, un corale wow ha attraversato le rambo-radioline di Katia che collegano le nostre automobili da quando siamo partiti.
Il tramonto dalla cima del castello di Uchisar è molto romantico  ma in generale è difficile resistere al fascino dei tramonti da queste parti, con il caldo che rallenta la presa, la luce che vira sui toni caldi, la promessa di una Efes ghiacciata e una torre-di-muezzino che intona la colonna sonora.

Ottimo feeling con Avanos, un po fuori dalle rotte più battute, ci abbiamo trovato un bel bar sul fiume per fare il pieno chi di chay, chi di caffè turco, chi di limonata e chi di coca cola secondo età e gusti. Ci abbiamo trovato anche ceramiche non banali in una bottega di un artista  nella città vecchia che accanto ai suoi lavori aveva appesa alla parete una poesia di Ikhmet.
A Urgup abbiamo trovato due serate, una serena e una piovosa, due tramonti, il belvedere, il tramonto dal belvedere, un ristorante in cui troppo tardi abbiamo realizzato che non aveva la licenza per gli alcolici e un ristorante un po improbabile nel quale alcuni di noi hanno dovuto vincere più di qualche resistenza ma che in compenso aveva la Efes.
Lascio la Cappadocia senza rimpianti, ci siamo volute bene, rifarei tutto uguale compresa la scelta di piantare il campo base a Goreme, ché alla fine il senso di appartenenza alla tribu dei viaggiatori è la cosa più sensata da provare, essendone in effetti parte, e poi mi sento pure un po noiosa a fare sempre la solita snob.