lunedì 30 agosto 2010

Pick nick nel deserto


Capita a tutti di avere un colpo di fortuna durante un viaggio no?
Noi non abbiamo avuto nessun upgrade in prima classe sul volo intercontinentale, non siamo stati il milionesimo visitatore avente diritto ad un pasto gratis in nessun ristorante, tutti i pagamenti con carta di credito verosimilmente risulteranno addebitati sul nostro conto (qui non ha senso trovare contanti per terra perchè praticamente i contanti non si usano). Il nostro colpo di fortuna è stata visitare il Joshua Tree National Park in una fresca e piacevolissima giornata di Agosto, e fare il nostro ultimo pick nick – da domani entriamo nell'ultima fase, quella metropolitana, del nostro ultimo segmento di viaggio – sotto una piacevole brezza all'ombra dei pochi pini di questo spettacolare parco che ha ispirato tanti artisti e fatto scrivere a Bono&friends il loro celeberrimo album.
Io non so e forse non saprò mai cosa sia visitare la Death Valley, ma sono felice di aver passato questa bella giornata qui, del sentiero nella hidden valley tra joshua trees e strane rocce che sembrano tali e quali a quelle che la Disney riproduce nei suoi parchi a tema come sfondo alle montagne russe del west, con Lolli che esaltato dal suo ruolo di esploratore si è trangugiato un miglio abbondante di passeggiata tra saliscendi senza fare una piega, e tutti e due infine crollati esausti sui rispettivi seggiolini, e noi che abbiamo scelto il percorso più lungo per uscire dal parco in macchina, ottima musica di sottofondo, deserto tutto intorno a noi.

domenica 29 agosto 2010

Palm Springs




Portare in giro per il mondo un bambino che non mangia un cazzo è un problema.
Dei miei due figli il primo ha la stessa identica mia attitudine al cibo, il che significa che superate le intemperanze da svezzamento dei primi tre anni di vita, è decisamente onnivoro, incline a provare cose nuove, disponibile a collaborare, con buon appetito, in termini di viaggio del tutto trasportabile.
Daniele invece, il secondogenito che subdolamente aveva dato ad intendere di essere un gran mangione nei primissimi mesi del suo svezzamento, ha rivelato in seguito la sua perfida natura di essere ad elevati livelli di schizzinosità, particolarmente restio ad allontanarsi dal concetto di pasta al pomodoro, resistente ai cambiamenti e incoercibile, fermo sulla posizione che astenersi dal mangiare è preferibile all'introdurre nuovi item nella propria dieta.
Il risultato è che dopo 20 giorni è secchetto da morire, e io sono molto fiera del mio equilibrio interiore che non mi permette di allarmarmi conscia che di fame non morirà e che al ritorno avrà eserciti di nonni felici di assecondarlo in ogni suo  vizio. Mi preoccupo solo di come farà a rimpinzarlo nei tre giorni dopo il nostro rientro ormai prossimo, prima che anche mia madre faccia ritorno dal suo viaggio all'altro capo del mondo e chiami i servizi sociali per discutere la patria potestà del suo pupillo. Argh!
Comunque, se normalmente per convincersi che Dani si nutra correttamente bisogna fare la media sulla giornata (seguendo la regola di tralasciare dal bilancio gli elementi classificabili come schifezze), qui negli States si deve essere più tolleranti e fare la media su almeno tre giorni per sentirsi in pace con la coscienza.
Il nano malefico abbassa anche la media della sostenibilità della famiglia in termini di inserimento nel contesto gastronomico del viaggio, visto che abbiamo ordinato spaghetti with butter and cheese praticamente ogni sera (e non è detto che fossero del colore e della giusta consistenza, quindi affatto scontato che l'ordine sia andato a buon fine).
Comunque sembra sia sopravvissuto e goda di buona salute, grazia anche ai nostri pick nick mirati e vitaminici, quindi nella tratta Ridgcrest-Palm Spring ci concediamo persino il primo fast food, non essendoci altro a perdita d'occhio né sulla mappa per rifocillarci durante il viaggio.
L'esperienza fast-food alla fine è anche didattica, a parte il fatto che anche impegnandosi è impossibile ordinate qualcosa che non contenga elementi fritti, salse inquietanti o ingenti quantità di bacon (fritto).
Innanzitutto ho scoperto negli States che il nostro concetto di hamburger è altamente condizionato dalla popolarità in Europa della catena Mc Donald's, mentre qui è davvero un piatto nazionale, a volte di elevata qualità, servito in tutti i ristoranti con grande profusione di verdure a latere.
Poi mi intriga capire l'utilizzo del fast food da queste parti. Ossia, qui tutto è fast come dicevo in precedenza, il fatto di indugiare sul cibo è contro il pragmatismo e l'efficienza americana, il drive thru è una modalità applicatissima per ogni tipo di esercizio che commerci cibo o bevande, tanto nelle formule che riguardano l'alloggio quanto il vitto sembra che qui  viga la regola “non si sosta, al più ci si ferma”.
Ecco quindi una festante famigliola messicana con tanti bambini vestiti a festa (è domenica) che pranza in questo Farmer Burger a un'ora di strada da Palm Springs, o una coppia giovane, che ha tutta l'aria di essere uscita da casa apposta per venire qui.
In un modo o in un altro anche noi ci sfamiamo, con Daniele mi gioco la carta “omelette”, che se trovo un locale che la serve dopo le 14:00 (tipicamente è una roba da colazione qui) mi risolve il pasto.
Palm Spring ci accoglie come un'oasi nel deserto, che poi è esattamente quello che è. Le palme da dattero sono state importate un secolo fa, e ora si stagliano lungo il viale principale di questa strana cittadina, proiettando i loro altissimi profili contro le montagne aride e il cielo azzurrissimo.
Siamo in un bell'albergo sul Palm Canyon Drive che è la strada principale, abbiamo una grande piscina tutta per noi e una vasca di acqua caldissima con idromassaggio in questa cornice pazzesca, ci rinfreschiamo prima di andare a cena in questo luogo di villeggiatura di vip e mi viene voglia quasi di entrare in una delle tante cliniche dove le star si rifanno le tette o si fanno installare by-pass gastrici, magari torno pure rinnovata nel corpo oltre che nello spirito.
Domani la nostra piccola gita nel deserto!

sabato 28 agosto 2010

Arrivo a Ridgecrest


Ero rimasta alla pausa sigaretta che ha reso possibile l'incontro con l'amico orso, allora mi soffermo sul tema fumo per raccontare un po' quanto poco sia semplice la vita qui per chi non sa rinunciare alla sigaretta.
Credo di essermi sentita vagamente colpevole di crimini verso l'umanità ogni volta che ne ho accesa una in luogo pubblico non nascosta dalle tenebre in posto isolato, anche in luogo deserto senza apparenti testimoni del crimine 
La verità è che qualcuno c'è sempre, e questo qualcuno puoi star certo ti seguirà, si accerterà che tu abbia spento la sigaretta e sarà pronto a intervenire scattando qualora tu per una volta, per distrazione o anche per semplice senso di sfida a alla sorte, decida di non raccoglierla e che ne so, ingoiarla, in certi posti è oggettivamente difficile trovare cestini della spazzatura o cestini della spazzatura non rigidamente predisposti al riciclo.
Il tuo giustiziere ti coglierà alle spalle, o peggio apparirà dal nulla e si incamminerà risoluto nella tua direzione affrontandoti frontalmente forte della forza di chi ha Inconfutabilmente Ragione, ti domanderà con malcelata ostilità se per caso tu abbia intenzione di lasciare la sigaretta proprio lì per terra e quando tu gli risponderai che è tua intenzione raccoglierla e conservarla gelosamente in un involucro di plastica che gli mostrerai (l'involucro esiste, ma nella fattispecie non avevo intenzione di usarlo per sfida alla sorte) lui non si muoverà fin quando tu non l'avrai fatto, e butterà lì anche qualche parola sull'opportunità di spegnerla bene, anzi meglio di quanto tu non abbia già fatto.
Tu a quel punto sarai assalito da una grande, grandissima voglia di dire qualcosa del tipo “è encomiabile la sua attenzione per il rischio incendi, la sua sensibilità verso l'ambiente, la tutela del rispetto della salute altrui, ma vogliamo parlare delle decine di civili, donne e bambini, che grazie al vostro intervento in Afghanistan perdono la vita ogni settimana?!”.
Non lo fai ovviamente, ingoi il boccone amaro, sei ospite in terra straniera e hai torto, ma ti rode un po' il culo anche perchè è sempre così, qualsiasi cosa tu faccia, c'è sempre un Attento Osservatore che ti punta dalla distanza e ti fa la morale per i motivi più disparati, perchè hai occupato indebitamente la corsia ciclabile (con la tua bici) per qualche secondo in più del necessario, perchè i tuoi bambini fanno il bagno nudi in un ruscello montano e pare sia sconveniente, perchè nel pulire il culetto santissimo di un nano che ha sentito impellente bisogno di defecare nel mezzo del nulla, in una radura di un parco piena di animali scagazzanti, tu hai lasciato un pezzo di carta perfettamente ecocompatibile e biodegradabile ai piedi di un albero isolato.
Del resto esiste anche una potenza evocativa molto forte nella lingua inglese, secondo me, e ogni volta che leggo un cartello che dissuade gentilmente e in modo vagamente minaccioso dal fare qualcosa - dar da mangiare agli animali selvatici danneggia l'ecosistema ed è causa di inquinamento, e tra le altre cose è punibile con 5000 dollari di multa -  mi fa sentire in dovere di dargli retta non per un semplice dovere di osservanza di legge, meccanismo mentale tipicamente mediterraneo per non dire italiano,  ma per un più sottile senso del dovere, perchè è giusto così, perchè sarebbe eticamente non sostenibile fare il contrario.
Comunque tornando al nostro itinerario-fuori-dal-comune abbiamo davvero strafatto,  nessuno sano di mente avrebbe programmato da Mammoth una tappa intermedia di avvicinamento a Palm Springs nel posto in cui abbiamo deciso di farlo noi, perchè il verdetto del nostro amico navigatore è vicino alle 7 ore, troppe per i nostri giovani compagni di viaggio.
La nostra prima meta è quindi una inutile località di nome Ridgecrest, sulla carta anche abbastanza estesa per essere una cittadina americana, ma me ne aveva parlato mio padre che molti anni fa passò di lì in visita ad una grandissima base militare di nome China Lake xxx. Non so bene quali attività l'esercito americano svolga da quelle parti ma vedo che la base si sviluppa su un'area immensa e deduco che Ridgcrest, sperduta in una zona praticamente desertica, viva intorno alla base.
Il primo tratto di strada, tra Mammoth e Bishop, è praticamente un'immersione, si perdono mille metri di quota in meno di mezz'ora su una percorso rettilineo nella valle di Owen, una specie di corridoio lunghissimo racchiuso tra la Sierra Nevada a destra e non so cosa a sinistra. Credo di capire come si sentono i sub.
Una specie di tempesta ci spinge a partire presto, subito dopo pranzo, e il vento ci accompagna fino a destinazione e non ci abbandona, non è più un vento fresco di montagna ma un soffio tiepido che la sera rinfresca, una tipica roba da deserto.
Arriviamo presto quindi in questo non-luogo, dove sarebbe anche bello non-fare e non-pensare  e limitarsi a riflettere sul senso del tutto davanti ad una birra aspettando domani per ripartire alla volta di Palm Spring, ma l'inattività non piace ai bambini e l'unica cosa che ci sembra abbordabile è una specie di scivolo multiforme al Mc Donald's. La scelta è premiata, io bevo caffè e scrivo e loro si trastullano per un paio d'ore, prima di prendere possesso della nostra camera al Comfort Inn.
Mi sto americanizzando credo, trovo sempre più geniale la formula motel parcheggio sotto la stanza, camera gigante con accesso dall'esterno, io che odio discretamente i parteur e le lobby degli alberghi, mi sembra così intimo, e poi sempre in coerenza con l'apertura di questa giornata, per un fumatore l'accesso immediato all'esterno è vitale, specie di notte.
A cena ci infiliamo in un grandissimo locale in stile Texano con tanto di cactus finti, ruote da carro (Mucche alla Riscossaaaaa) e menù a base di ribs. Il vento continua a soffiare da questa immensa landa desertica di cui Ridgcrest occupa un epsilon, il pensiero ricorrente è “ma dove cazzo sono finita?”, ma la birra è entrata in circolo e tutto sembra sublime.
A domani strada polverosa, Palm Spring ci aspetta!


venerdì 27 agosto 2010

Buonanotte signor Orso!

La Lonely Planet dispensa degli illuminati consigli per rendere più tollerabile l'aumento di quota, tipo avanzare di mille metri e fermarsi tre giorni. Grandi saggi i culosissimi scrittori della Lonely, praticamente tutti hanno tanto tempo da spendere per passare dal Pacifico al Tioga passa, 9 giorni, e che sarà mai?
Il fatto è che la prima sera a Mammoth me ne sono accorta che c'era qualcosa di strano e rarefatto, e poi la mattina ho aperto il tubetto della crema al Muschio Bianco ed era in pressione, e avevo l'affanno anche mentre parlavo. A parte noi grandi, quello che ha accusato di più è stato Daniele, che è rimasto tra l'irascibile e l'uggioso tutta la mattina, ma poi le cose si sono sistemate e anche i tubetti di crema hanno ricominciato a comportarsi bene.
I problemi di quota non ci hanno impedito di esplorare le bellezze del luogo. La cittadina è niente di che, e come potrebbe essere altrimenti, siamo negli States, in più è parecchio turistica, la tipica località di villeggiatura montana, ma con delle vere chicche paesaggistiche nei dintorni.
Da quanto capisco l'abbondanza di deliziosi laghetti montani dalle acque cristalline sono un paradiso per i pescatori di trote, e sembra che proprio in questi dintorni sia stata una volta pescata la trota più grande del mondo per cui ora sono tutti in fissa e li vedi svaccati su poltrone pieghevoli da regista con la loro bella canna quali che siano le condizioni meteo, o che si inoltrano con piccoli gommoncini al largo, o che si impigliano sui greti di qualsiasi corso d'acqua, anche quello in fondo alla caldera dell'ex vulcano tutto circondato di cartelli di avviso con anatemi su presunti geyser che potrebbero spuntare da un momento all'altro.
Altre attività per cui tutti vanno matti sono l'hiking e biking, e in questo paese c'è una profusione di percorsi per passeggiate di ogni tipo in ogni dove, io che pensavo il trekking fosse roba per gente molto in forma mi ritrovo ad affrontare percorsi deliziosi e fattibilissimi. Non portiamo mai il passeggino perchè sarebbe un'agonia di “porto-io, salgo-io” etc, quindi capita che su un miglio o poco più ci si debba caricare l'uno o l'altro in collo ([c]appello Lele, dice il secondogenito), ma è comunque più di quanto immaginavo saremmo riusciti a fare.
In particolare da Mammoth, si può salire in macchina fino alla base degli impianti sciistici (e prendendo quindi ulteriore quota rispetto a quella del villaggio). Qui in estate è obbligatorio parcheggiare, la misura si è resa necessaria per limitare il traffico per le solite ragioni ecologiche e perchè un tratto della bellissima strada che scende verso la valle sottostante è molto stretto. C'è una navetta che fa su e giù e lascia i montanari nei punti di inizio dei vari percorsi, e noi scegliamo di scendere alla fine, dove c'è il Visitor Center e la base dei Rangers, dove tra le altre cose distribuiscono libri colorati per i bambini, che insegnano le basi della vita in montagna e delle cose del luogo, per diventare piccoli Rangers.
Da qui parte una passeggiata di quelle carine e brevi in mezzo alla vera natura, e alla fine di questo percorso ci sono queste colonne a base esagonale molto caratteristiche. Si tratta di roba di origine vulcanica che si è raffreddata così, sarebbe bello poter dare maggiori spiegazioni attingendo a qualcuno dei miei vari esami di geologia ma non mi ricordo una mazza, tutto quello che posso dire l'ho letto sulla targa esplicativa, e cioè che pare l'esagono sia la forma più stabile in Natura, perchè le api altrimenti costruirebbero le celle degli alveari così?
Rinunciamo invece a scendere verso le Raimbow Falls a partire da Red Meadows (il punto di inizio del percorso, una delle fermate della navetta) perchè il sentiero è al di sopra delle nostre possibilità a questo giro, circa 3 miglia che si inoltrano parecchio a fondo in una valle molto calda, insomma sarà per la prossima volta, abbiamo bisogno di compagni di viaggio più collaborativi e autocamminanti per un'impresa del genere. Peccato perchè dovevano essere molto belle queste cascate, in certi orari della giornata le gocce d'acqua attraversate dalla luce del sole riflettono i colori dell'arcobaleno.
Altra cosa molto bella nei dintorni di Mammoth è il sito geologico di Devils Postpile, la famosa caldera di cui sopra, dove affiorano delle sorgenti termali che viste dall'alto, ossia dal punto in cui si lascia la macchina e inizia il percorso a piedi, sono meravigliose, tutte fumanti color smeraldo e turchese, al di là di un sinuoso fiume celeste e blu.
Un tempo si poteva attraversare il fiume e fare il bagno, ma da qualche mese l'attività geotermica nel sito è aumentata, i geyser e via dicendo, per cui gran parte della zona prossima al fiume è stata recintata e non si possono più raggiungere le acque fumanti. Ma tanto c'era un vento frizzantino quando siamo scesi noi, e aria di tempesta e un'atmosfera da eruzione imminente che non invitava troppo ad avvicinarsi.
A proposito di punti di raccolta nelle prossimità dei percorsi di trekking, rilevo che ovunque tali aree sono attrezzate con parcheggi - inclusi rigorosamente quelle per i disabili, fosse anche, come spesso è, una landa desolata nel nulla più cosmico - bagni veri o semplici “latrine” direttamente in fossa e tavoli da pick nick.
I pick nick hanno davvero salvato la nostra vita e il nostro valore di colesterolo in questi giorni.
A parte l'eccitata atmosfera festante da famiglia nel Montana ogni volta che smontiamo buste e pacchetti alla ricerca di affettati e salsine, è stato davvero un bel modo per vivere a contatto con la natura e per sfuggire ai tentacolari fast food, dove è praticamente e per definizione impossibile ordinare qualcosa che non avverta come intossicante.
Non lo avrei mai detto ma non siamo praticamente mai entrati in un Mc Donald's in tutti questi giorni, e la sola volta che vi abbiamo trascorso un paio d'ore pomeridiane è stato per tutt'altra ragione, e ho ordinato solo un caffè, che tanto quello è universalmente una merda in queste longitudini.
Tra i laghi notevoli nei dintorni di Mammoth segnalo invece il Convict Lake, che abbiamo vissuto poco in quanto fulcro di una specie di tempesta di vento quando ci siamo arrivati, ma che è davvero bello, con un sentiero nei dintorni per passeggiare, tutto racchiuso dalle montagne circostanti e con tinte azzurre, blu e turchesi. Lì vicino c'è un resort che è la cosa che più si avvicina alla mia idea di ristorantino sul lago, anche se proprio sul lago non è (sarebbe stato tropo edonistico qui in America pretendere la vista-lago), ma dove perlomeno sono riuscita a prendere un caffè seduta su un tavolino in mezzo a un prato.
E stasera è successa una cosa di quelle che non si scordano. Ho fatto tardi scrivendo qualcuna di queste pagine, tutti in stanza dormivano sonoramente e sono uscita sul terrazzino di legno della nostra stanza a fumare una sigaretta prima di dormire. Il terrazzo è sul piano strada, una strada che sale su una colllina. Vedo un'ombra salire su, e mi dico “quale anima umana gira ancora a quest'ora in questo posto sperduto tra i monti?”
Nessuna anima umana, era un vero e proprio esemplare di orso bruno americano, seguito da un cucciolo, uguale identico ma in scala ridotta. Due ombre felpate che camminavano nella notte silenziosa. Ho svegliato Francesco perchè volevo qualcuno con cui condividere questa bella immagine. Dormiva profondamente ma l'ha presa bene.
E' piuttosto comune che gli orsi si allontanino dai boschi in cerca di cibo nei villaggi e nei campground, ragion per cui ogni secchio della spazzatura più o meno in ogni luogo in cui siamo stati è provvisto di chiusure anti-orso che impediscano loro di ravanare in cerca di cibo, e ci sono contenitori per cibo a prova di orso in ogni area di campeggio, dove i visitatori sono invitati a riporre le provviste. Ovunque ci sono decaloghi per evitare che gli orsi prendano di mira le automobili in circa di cibo (principalmente non lasciare nulla che evochi cibo in mostra). Sono animali onnivori, food-processing-machines ha detto il gestore del nostro albergo quando glielo abbiamo raccontato.
Non è comunque banale avvistarne in città, e quindi ci sentiamo un po' scelti dalla fortuna (soprattutto perchè eravamo al sicuro e LORO – gli orsi – non avevano visto NOI!)
E qui mi sento di voler lasciare questo pezzo magistrale di Battista, perchè sul finale contiene gli stessi suggerimenti scritti negli highlights della Lonely su come comportarsi in caso di avvistamento di orso. Avevo le lacrime mentre lo leggevo in macchina!
http://www.youtube.com/watch?v=xy4mnHEzpfM 
Buonanotte signor orso!

giovedì 26 agosto 2010

Abbandonare l'itinerario più battuto

Va detto, affrontare un volo intercontinentale, arrivare allo Yosemite, lasciarlo attraverso il Tioga Pass e non tirare dritto correndo come matti verso la Death Valley può sembrare abbastanza da deficienti.
Ho visto foto e sentito racconti di questa folle corsa con al massimo una tappa intermedia in qualche posto sperduto nel nulla, solo per spezzare un viaggio che altrimenti sarebbe troppo lungo, ed è affascinante la cinetica del passaggio dalle vette granitiche e gli altipiani al deserto più ipnotico, ma se ha un senso in autunno secondo me lo perde in estate, dove tutto quello che puoi fare con quelle temperature è arrivare stravolto in un lodge e buttarti in piscina, e rimandare al mattino all'alba il giro nella Valley per poi rintanarti di nuovo sotto aria condizionata nelle ore centrali del giorno.
Forse da soli lo avremo fatto, ma con i bambini non mi va, e allora si aprono due possibilità: correre a ritmo sostenuto verso San Diego, con tappa di decompressione a Palm Spring, o prendersi un po' di tempo da spendere nella Eastern Sierra, che è la nostra scelta.
Il luogo prescelto è Mammoth Lakes, quota 2378 m, una specie di Scanno della Sierra Nevada (continuo con i paragoni abbruzzesi), località turistica prevalentemente sciistica e punto di partenza per numerose possibilità di esperienze montane.
Per me, che rifuggo intrattenimenti montani estivi e ho sempre giurato di non superare i 1500 di quota se non provvista di un paio di sci è buffo fare questa esperienza proprio all'altro estremo del mondo, ma l'idea mi diverte e il luogo sembra ameno, per cui il nostro itinerario odierno prevede l'uscita dallo Yosemite lungo la Hwy 140 (Tioga Road) attraversando una serie di abbaglianti costoni granitici dove i pini sembrano letteralmente impigliati nella roccia, proseguire costeggiando lo splendido Tenaya Lake e andando avanti sugli immensi prati delle Toloumne Meadows, svalicando il Tioga Pass a quota 3032 m e procedendo fino a bordeggiare lungo terrificanti fianchi di montagne in fase di sbriciolamento dove tutto quello che riesci a pensare è correre prima che la prossima frana investa proprio la tua macchina e durante la corsa vedere nuovamente mutare il paesaggio, comparire un altopiano desertico e cespuglioso che porta dritto al secondo lago formatosi nel Nord America, il Mono Lake a quota 1944 m, con le sue lunari concrezioni di carbonato di calcio a formare misteriose colonne di tufo.
Chi aveva detto che nei giorni di trasferimento non accade nulla?
Il pranzo al sacco oggi lo abbiamo consumato sul Tenaya Lake, che ci è apparso all'improvviso poche miglia dopo una sosta tra i costoni granitici, splendidi e immacolati, e che ci ha attratto come le sirene di Ulisse. Non fosse per il paesaggio alpino e questa roccia bianca abbagliante le acque del Tenaya sembrerebbero uscite da una cartolina dei Caraibi, trasparentissime su una sabbia candida. Il pick nick perfetto, seguito da giochi da spiaggia e disegni fatti con pigne sulla sabbia.
L'arrivo al Mono Lake lo ricorderò sempre molto suggestivo, questo paesaggio aspro che mi ricorda l'episodio del film di Inarritu dove i figli di Brad Pitt e Cate Blanchett si perdono nel deserto con la governante messicana mentre Brad e la moglie sono vittime di qualche altra sfiga in Marocco. E' quasi il tramonto, intraprendiamo il sentiero di un miglio che dal parcheggio conduce alla spiaggia di questo lago che Mark Twain definì il Mar Morto d'America - la sua salinità è incompatibile con la vita di molte specie di pesci ma in realtà il lago pullula di organismi di cui pare vadano ghiotti diversi uccelli che infatti stabiliscono qui una importante tappa nei loro flussi migratori stagionali – e arriviamo in questo luogo silenzioso e surreale, dove i pochi turisti si muovono con circospezione tra queste colonne di tufo che enigmaticamente affiorano dall'acqua, in molti equipaggiati con cavalletti e telecamere, e io mi domando mentre andiamo via cos'è che ci stiamo per perdere e a che ora avrà inizio lo spettacolo.
Altra cosa interessante sul lago è che il suo livello è attualmente in crescita dopo un minimo storico raggiunto nell'ultimo decennio a causa del drenaggio da parte di uno degli acquedotti che alimenta Los Angeles. 
LA è lontana, ma è un gigante assetato di acqua, che da tempo attinge anche dal Mono. Le autorità hanno concordato un piano di recupero secondo il quale il lago dovrà raggiungere un mandatory level che resta segnalato da un cartello una decina di metri prima l'imbocco della spiaggia.
Giungiamo a Mammoth Lake in serata, il tempo di prendere possesso della nostra stanza in questo albergo da sciatori al solito scarno ed essenziale e cercare un ristorante per la cena.
Da domani inizia la parentesi montagnosa del nostro itinerario-poco-battuto!

mercoledì 25 agosto 2010

Yosemite.zip

Si tratta di uno tra i più famosi parchi naturali degli States, patrimonio dell'UNESCO ai piedi della Sierra Nevada, piuttosto esteso e con diverse possibilità di ingresso.
Il nostro punto di accesso è la South Entrance lungo la Hwy 41, che raggiungiamo in 45 mins di macchina costeggiando il Merced River immersi nel profumo di resina. Il biglietto di 20$ per automobile è valido una settimana – il nostro soggiorno qui è un po' zippato, vi trascorreremo due giorni nella valle più il terzo che transiteremo lungo la Hwy 120 per svalicare attraverso il Tioga Pass – e il Ranger distribuisce la mappa e lo Yosemite Today, che esce due volte a settimana e contiene aggiornamenti su eventi, percorsi didattici o spettacoli.
Per i ragazzi ci sarebbero un sacco di attività, passeggiate fotografiche, brevi corsi per Junior Rangers, ma i nostri sono troppo piccoli per cui restiamo insieme a bighellonare.
Scopro che la Sierra Nevada è un'enorme massiccio granitico, e le principali attrazioni della valle, l'Half Dome a la cima di El Capitain, sono delle vette elevatissime a strapiombo, paradiso per arrampicatori e per aspiranti fotografi.
Io di fotografia naturalistica non ho proprio le basi e non ci capisco niente, per cui vado un po' a caso mettendo dentro l'inquadratura frammenti di tutte le cose belle che vedo intorno a me e sperando di riuscire a catturare qualche sensazione, cosa di cui dubito.
Non sono fissata per montagne e per i paradisi naturalistici, ma essere qui è suggestivo, è un picco nella generale consapevolezza di attraversare uno Stato per lo più immerso nella natura selvaggia, e questa è un bel filo conduttore di questo viaggio.
La quantità di campground dispersi lungo praticamente tutte le Hwys, e di aree pic nick, e di vista points segnalati sulle strade, mi suggeriscono che qui la dimensione urbana è di gran lunga ridotta rispetto alla nostra, e chi si mette sulla strada deve essere equipaggiato con tutti i mezzi per la propria sussistenza, che siano un camper gigante o una tenda, o una grandissima borsa frigo, che è il tool più diffuso tra i nostri vicini di tavolo nei pranzi da due settimane a questa parte.
Forse questo è uno dei motivi per cui l'aspetto edonistico della vita è apparentemente tanto latitante tra la gente di questa parte del mondo. La praticità, l'essenzialità, l'accessibilità sono dogmi perchè ogni vezzo si frappone all'esplorazione di nuovi orizzonti. Gli americani sono un popolo per metà boy scout e per metà giovane marmotta, che non indugia su una tazzina di caffè e un cornetto in un bar vista lago perchè mangia uova e latte e cereali e il caffè lo sorseggia nel walkie cup mentre va al lavoro o mentre consulta la mappa per il prossimo hiking in uno dei mille sentieri opportunamente segnalati e attrezzati (con punti di raccolta, servizi, tavoli e parcheggi); non esiste il concetto di ristorantino tipico dove oziare, la locanda accogliente non ha senso perchè il motel sulla strada ha tutto, proprio tutto, dall'asciugacapelli, al microonde, al ferro da stiro e in spazi rigorosamente ampi. 
Inizialmente la mia mente europea alla ricerca di situazioni epicuree fatte di bed&breakfast con lenzuola candide e mobili antichi ha pensato che non fossimo stati in grado di cercare sistemazioni accoglienti per fretta e disattenzione, ma dopo qualche giorno sulla strada capisco che non è così, e dopo il primo impatto quel motel che ci sembra senza sentimento rivela la sua natura neutra, cui immancabilmente siamo noi ad imprimere la nostra firma, nel nostro caso gli schiamazzi dei bambini che eccitati percorrono i balconi da dove si accedono le stanze ed esplorano i pertugi,  che si divertono a giocare con l'acqua nelle vasche da bagno o a saccheggiare disordinatamente il buffet della colazione, e poi ogni volta, anche se non l'avremmo mai detto arrivando, andiamo via lasciando (o portando) dei ricordi e un po' di nostalgia.
Grandezza e praticità, ecco i due assi cartesiani lungo cui si colloca lo stile di vita degli americani.
In questa ottica appare chiara anche la logistica delle città, che sono luoghi di transizione e di passaggio accessoriati in modo efficiente e senza fronzoli, senza una via di passeggio, senza quei vezzi che sono nel nostro DNA e la cui mancanza ci fa sentire sempre un vuoto, ci fa perdere i riferimenti, ci fa sognare vie acciottolate e pasticcerie e artisti da strada, Roma o Salisburgo, Napoli o Barcellona.
Tornando allo Yosemite, a noi che viaggiamo con i bambini sono precluse alcune tra le attività più avventurose o un minimo estreme del Parco, e ci limitiamo a stazionare nella valle, insieme al resto dei millemila turisti che affluiscono qui in questo periodo.
Gli spazi sono tuttavia vasti, e limitiamo la nostra permanenza allo Yosemite Village e al Curry Village – i due principali centri di raduno dei visitatori – al tempo che ci occorre per noleggiare le biciclette, perchè il modo migliore per esplorare la Valle è proprio questo, e anche se tutti sembrano entusiasti dei bus navetta che scarrozzano i turisti nelle prossimità dei punti di partenza delle passeggiate migliori io non sopporto veder circolare questi bestioni (ovviamente   eco-compatibili e ibridi) disturbando il silenzio e inquinando la vista.
C'è da dire che per 75$ al giorno ti appioppano delle vere merde, una bici non-mountain per me, senza freni (si pedala all'indietro) e una sottospecie di mountain bike con rimorchio per nani che sarà la croce e la delizia di Francesco.
Per il resto le nostre due giornate procedono così, bighellonando per le strade, fotografando le Falls, scoprendo angoli paradisiaci per i nostri pick nick e consumando merende tardive a base di Hagens Daasz all'ora che per tutti è quella di cena, in una relativa quiete da fine giornata con le ombre dei colossi granitici che proiettano un prematuro tramonto.
Il Parco è aperto tutto l'anno, anche se d'inverno molte strade e molte strutture restano chiuse, e l'inverno qui inizia con le prime nevicate in Ottobre per concludersi con il disgelo a Maggio. Visitarlo d'estate significa, oltre a dover dribblare le aree più affollate, anche avere un rapporto particolare con la parte acquatica, innanzitutto perchè il caldo afoso mi rende possibile dapprima avvicinarmi timidamente ai vari creek che attraversano la valle e divertirmi a vedere i miei bambini del Montana sguazzare nudi tra i ciottoli, e perchè il regime stagionale di torrenti e cascate ci ha imposto una versione redux delle Yosemite Falls, ridotte ad un rigagnolo e soprattutto la sorpresa (non posso neanche dire delusione, era troppo surreale) del Mirror Lake, così tanto visto e fotografato, limitato a poco più di una pozzanghera al termine di una bellissima passeggiata nel bosco di conifere all'ombra delle montagne.
Come diventerà lo Yosemite, riuscirà il General Management Plan che le autorità hanno varato negli anni '80 per limitare l'impatto turistico nella zona a preservarne gli aspetti più selvaggi?
Boh, per il momento non è neanche chiaro come ci stia provando, non esiste un piano di ingressi controllati, l'unico modo attualmente potrebbe essere la limitazione della capacità di accoglienza in termini di strutture ricettive.
Noi lo lasciamo felici di averlo visitato e con la curiosità di attraversarlo nelle sue sezioni più rarefatte in termini di affluenza, percorrendo la Tioga Road diretti verso le montagne della Eastern Sierra domani mattina. Come sempre è la strada che ci attira, malattia da viaggiatori impenitenti.

lunedì 23 agosto 2010

Back to Montana

In una giornata di trasferimento spesso non si fanno foto e non succede molto, pertanto approfitto per parlare di robe generali tipo:
- sensazione di abbandono salutando Santa Cruz
- le salse delle insalate californiane
- notize sui market
- arrivo allo Yosemite Bug
Nell'ordine quindi, parliamo di Santa Cruz, questa cittadina che ho odiato a prima vista e dalla quale sento di dovermi far perdonare. Colpa mia, l'ho trascurata, non le ho concesso il tempo che avrebbe meritato, l'ho presa dalla parte sbagliata (il Luna Park) e solo sulla fine ho tentato di rimediare, con una corsa nella nebbia di prima mattina e una sosta sulle sue alte scogliere, dove ho capito cosa significa essere californiani e a cosa serve davvero l'oceano.
A Santa Cruz si trova la California dei nostri telefilm di adolescenti, si capisce che bermuda e infradito non sono il vezzo dei 15 giorni di afa estiva ma una divisa nazionale e soprattutto si capisce che il surf è una religione, la cui liturgia comprende l'arrivo su una scogliera nebbiosa con la musica a palla allo stereo della macchina, indossare la muta – la temperatura dell'acqua rende livida la pelle solo dopo pochi minuti – gettarsi da una scogliera altissima nel tempo che a me è servito per formulare il pensiero: dov'è la scaletta? e poi ¾ di pazienza, ¼ di coraggio e ¼ di potenza, ecco cos'è il surf.
Per me i surfisti sono dei semidei, mi mancano praticamente tutti gli ingredienti nonché la resistenza al freddo, ma per il resto mi incanto e potrei rimanere ore in cima a questa scogliera dove ormai è uscito il sole, è un meraviglioso lunedi di Agosto, chi non surfa fa jogging, porta a spasso il cane o una carrozzina e si ferma qui perchè evidentemente il surf incanta tutti, all'ipnosi delle onde si aggiunge quella di indovinare chi e come cavalcherà l'onda che sta arrivando correndogli incontro all'impazzata e scattando nel momento esatto in cui comincia a infrangersi, e da lì inizia lo spettacolo, potessi avere un decimo dell'adrenalina del semidio che va avanti 200 metri in cima alla massa di acqua schiumosa mi dico, anche io mi butterei dalla scogliera.
Ma così va la vita, noi abbiamo il campetto di calcio sotto casa, loro hanno il Pacifico con tutto quel che ne consegue.
Passiamo alle salse. Tutto ha avuto inizio a San Francisco, la sera che i bambini si sono addormentati all'unisono sul piatto e io mi sono sentita libera di ordinare il cazzo che mi pareva anziché risolvere la terribile quotidiana equazione in cui l'incognita è il loro appetito, le costanti sono le pietanze ordinate e nella risoluzione si deve tener conto di: cosa-mangio-io, cosa-avanza-a-loro, cosa-cedo-loro, cosa-butteranno-a-terra, insomma mi sento libera e ordino un'insalata con gamberetti condita con la specialissima salsa blu-cheese della casa.
Scopro con immenso rammarico che la salsa blu-cheese è ottenuta disciogliendo ingenti quantità di gorgonzola dentro qualcosa di cremoso (panna acida? probabile), e qui non si tratta di fare la solita italiana purista del pesce fresco che va mangiato scondito, qui se fossi stata uno di quei gamberetti me ne sarei andata dal piatto dicendo: qui non avete bisogno di me!
Dopo questo primo approccio alle salse e dopo un altro paio di sbagli e incomprensioni, riconosco proprio ad un cameriere messicano a Santa Cruz il merito di avermi chiarito le idee in merito. Si ha sostanzialmente una triplice scelta, la stessa in tutti i luoghi della California finora visitati:
- blue cheese, di cui si è detto, di base il sapore è gorgonzola
- ranch, la mia preferita che compro anche al supermercato per condire le mie insalate ai pick nick, una specie di mayonese enhanced, oggi mi sono fatta leggere gli ingredienti da Fra ma preferisco dimenticarli. Molto buona comunque
- italian style, che di italiano non ha molto, una specie di vinaigrette addensata non so con cosa, e anche un pà piccantina
Sempre rimanendo intorno a questioni di ristorazione, aggiungo qualche informazione che potrebbe essere utile a futuri viaggiatori, e cioè che da queste parti la portata principale non è economica, si viaggia tra i 15 e i 35 dollari secondo il tipo di carne o pesce e anche secondo il luogo dove la si ordina, le città e i posti turistici sono molto più expensive. Tuttavia si tratta di un pasto completo, che alla bistecca (o al salmone, o al pollo) fa precedere a scelta l'insalata o la soup of the day - che adoro e che dopo ogni viaggio mi propongo di introdurre nel mio repertorio salvo poi realizzare che affinchè sia buona deve contenere preoccupanti quantitativi di panna – e che arriva completa di patate (mashed o baked) o riso pilaf e altre verdure, di solito broccoli e carote.  
Andiamo al supermercato con gran regolarità sia per approvvigionare i pick nick sia perchè credo che la pratica faccia parte dei punti di riferimento di Francesco, qualcosa di cui ha bisogno per sentirsi stabile e a casa, così come di fare il bucato - probabilmente avrei potuto portarmi dietro un terzo dei vestiti, che già erano pochi, visto che ogni tre giorni ho tutto pulito - qui poi è anche diffusa l'asciugatrice, figuariamoci un nuovo tool una nuova pacchia.
I supermercati sono una poesia, gigantesche confezioni di tutto, specie delle cose liquide tipo latte, si fa fatica a trovare il classico tetrapack da litro, sia perchè rappresentano la quintessenza del pragmatismo di questo popolo. Salumi di ogni sorta già affettati pronti per essere impaninati, sottovuoto o in pratiche confezioni che necessitano di un soffio per essere aperte, confezioni di insalata Caesar faidatè con tutti gli ingredienti sfusi e pronti per essere aggregati in modalità espressa, cibi precotti di ogni sorta, panini e pane affettato morbidissimo, profumatissimo nella sua fintezza. E poi tutto il resto che abbiamo anche noi eh, non si fanno mancare verdure fresche assortitissime, pesce e carne al banco.
I Mall sono tutti all'aperto, diciamo più alla Da Vinci che alla Parco Leonardo, quindi non mi ci trovo proprio malissimo. Credo sia una questione climatica, ricordo che in Florida, con clima torrido, fosse in voga il Mall indoor, quello col parcheggio esterno e le scale mobili o quello che io più aborro, con parcheggio sotterraneo. Noi da bravi copioni importiamo le due soluzioni senza particolari razionali climatici.
Il paesaggio e il clima cambiano drasticamente abbandonando la highway 1 ed entrando nella 156 prima e la 140 poi. Compaiono i primi ranch, l'aria diventa calda e afosa. Chi visita lo Yosemite può dormire all'interno del parco, ma le sistemazioni sono più costose e bisogna prenotarle per tempo specie in Agosto, o può scegliere uno dei motel o lodge tra Mariposa ed El Portal. Noi scegliamo Midpines, ad una 30ina di miglia dal varco di accesso sud del parco,  e alloggiamo allo Yosemite Bug, ritroviamo l'estate che avevamo lasciato e ci togliamo nuovamente di dosso la civiltà, la famiglia fa ritorno nel Montana nel villaggio di legno tra i pini ai piedi della Sierra Nevada.
 E' tardo pomeriggio in questa specie di campeggio gestito dalla Hostelling International. Nelle tende c'è gente che sonnecchia aspettando ore più fresche, il silenzio e la quiete sono rotti dagli schiamazzi dei nani che esplorano i dintorni.
E' bello qui, ci sono camerate, grandi tende o piccoli cottage tipo il nostro, una specie di capanna di legno a palafitta, si vive e si dorme tra i rami degli alberi con questo splendido odore di resina che non ci abbandona mai.
Non è la prima volta che alloggiamo in un ostello gestito dalla HI, è capitato in passato, quando viaggiavamo più low budget.
L'associazione è antichissima, leggo che si parla dei primi del '900, oggi conta, a detta delle fonti internet, qualcosa come 8000 ostelli in tutto il mondo.
Un ostello è un luogo di accoglienza orientato ai giovani, pertanto spesso spartano, con locali comuni, in questo caso camerate, bagni e una cucina di cui usufruiamo anche noi per la colazione, molto pratica e con tavolazzi di legno all'aperto all'ombra dei pini.
Il problema è che sono luoghi con molte regole, anche giustamente, ospitando tanta gente e tanti giovani ed essendo HI un'associazione no-profit, mira a ridurre i costi mantenendo un servizio tra il decoroso e il confortevole.
Ecco quindi che non si possono consumare alcolici al di fuori di certe aree, non si può far rumore, bla bla, diciamo che in questa fase della mia vita le vivo un po' come costrizioni, specie se alla fine della fiera il budget è tale e quale a quello di un normale lodge e specie se si parte dal principio che il rumore si cerca di non farlo comunque e di andare in giro ubriachi non passa per la testa a nessuno.
La struttura principale è un po' più in basso rispetto alla collina in cui sono collocati gli alloggi, quindi è tutto un saliscendi. C'è un ristorante-bar e una specie di salotto molto accogliente e conviviale con tavoli, divani, e giochi di società e libri, la connessione wireless c'è solo lì e quindi tutti i viaggiatori hanno questo punto di accumulo che trovo adorabile. Ai tempi dei miei ultimi viaggi, qualche anno fa in Asia, la wireless era agli albori e gli Internet Point erano un must. Si aspettava la sera, o una sera ogni tanto, si studiava il posto più conveniente sulla guida o per le strade, ci si dava il cambio al pc per sbrigare i proprio affari di comunicazione, si incontravano altri viaggiatori, si sbirciavano le prime telefonate intercontinentali con Skype.
Vivo la diffusione capillare e gratuita del wifi nei motel californiani come una perdita, o un ulteriore contributo all'isolamento. Dalle porte lasciate aperte si vedono scene fin troppo familiari, di persone spaparanzate sul letto con il loro pc in grembo.
Qui al Bug sopravvive l'elemento aggregatore della sala comune, si scende magari con il proprio pc ma poi si socializza, arriva una birra, si propagano le risate, bello!
Noi contribuiamo al folklore con i nani messi a massa davanti l'ennesima puntata di Peppa Pig dopo cena, ci finiamo la bottiglia di Benziger e buonanotte!

domenica 22 agosto 2010

Esperienza Big Sur

Non so mai bene cosa rispondere quando, di ritorno da un viaggio mi sento chiedere “ti sei divertita?”
Secondo me non c'è niente di divertente nel viaggiare, o meglio, la domanda è mal posta, non è la domanda giusta.
Un viaggio è spesso faticoso, polveroso, stancante, stressante, inutile negarlo. Basta poco in certo momenti per spostare l'equilibrio dall'incanto allo scazzo, tipo ad esempio una mattinata al Luna Park di Santa Cruz seguita da un pomeriggio a Monterey.
Anche per questo si deve stare ben attenti ai compagni di viaggio, perchè quando l'equilibrio si sposta è anche facile essere nervosi, misantropi, poco inclini allo spirito di gruppo, egoisti.
Quest'esperienza Californiana vede il raddoppio netto della collaudatissima formula-2 (Francesco ed io), che ha funzionato egregiamente negli anni passati e che proprio per la perfetta alchimia non era mai stata modificata, e che ha solo alcuni acerbi precedenti a corto raggio nell'aera Mediterranea. Inoltre i nuovi elementi a bordo appartengono alla peggior specie di viaggiatore: generatori continui di necessità (è mai possibile avere simultaneamente sete sempre ogni volta che si è pronti per partire in macchina, ossia dopo i 20 minuti standard necessari per convincere entrambi a prendere i rispettivi posti sui seggiolini?!), elevati produttori di rumore intorno a questioni di dubbio rilievo (è mia mammaaaaaa, no è miaaaaaa, mammmaaaaaaaa, nooooooooooooo miiiiiiiaaaaaaaaaaa), perversi introduttori di intempestività (mal di panciaaaaa, voglio scendereeeee, devo fare la caccaaaaaa), testardi e impenitenti esercitatori di reticenza (prima Daniele lavare i dentiiiii, prima Lolli bere, non voglio vestirmi/farmi la doccia/mangiare l'hamburger etc etc)
Insomma, a volte si avverte davvero il bisogno di riconciliarsi non solo con questo viaggio, ma con l'idea stessa del viaggio, della serie “ma che ci faccio io qui?!”
Ecco, l'esperienza-Big-Sur appartiene ai fattori di riconciliazione, nel tempo trascorso sulla strada costiera a sud di Monterey si concatenano una serie di momenti perfetti, si creano circoli virtuosi di bambini che si addormentano sereni in macchina, o che si svegliano emozionati perchè sembra di essere sulle montagne russe solo che sotto c'è l'oceano, si rilassano gli animi e la radio comincia a mandare le canzoni giuste, esce il sole e i colori sono pazzeschi, il paesaggio ti ricongiunge alla parte più zen di te stesso, ricordandoti che tutto va bene quando tu stai bene, che la realtà è un riflesso del tuo stato interiore.
Non so se anche tutti gli artisti, scrittori o musicisti che hanno scelto questo pezzo di America come casa e atelier per le loro creazioni la pensassero allo stesso modo, ma posso capire la scelta. Leggo che la famosa cricca della beat generation, Kerouak, Ferlinghetti, Miller&Co hanno fatto del Big Sur il loro rifugio negli anni '60, e che anche oggi sia un posto molto New Age. Sembra vi ci conducesse una vita piuttosto sregolata, sesso libero e droga insomma. L'elettricità arrivò solo negli anni '90.
Il tratto della Hwy1 è lungo 130 miglia ma la nostra strategia della prevenzione (delle intemperanze infantili) ci suggerisce di non tirare la corda, e anche se saremmo andati avanti volentieri guidando lungo la costa il nostro punto più remoto per oggi è il Pfeiffer State Park (e la sua area pick nick, of course), dove ci fermiamo per mangiare e per trascorrere un paio d'ore scorrazzando e bagnandoci le gambe nel torrente di acqua ghiacciata che vi scorre all'interno.vedo comunque sulla mappa che ne abbiamo percorso una buona metà.
In questa strada non ci sono semafori o illuminazione, il paesaggio è selvaggio, la strada corre parallela alla costa, in certi punti la spiaggia è appena pochi metri oltre la carreggiata ma in altri si eleva vertiginosamente aprendo orizzonti mozzafiato. A valle la temperatura è elevata ma in alto c'è un vento frizzantissimo e potente, che sembra volerti trascinare verso lo strapiombo.
Sulla via del ritorno visitiamo la famosa Missione di Carmel, questi luoghi esercitano sempre un forte fascino con i loro bei chiostri fioriti e le chiesette raccolte, ce ne sono diversi nel Golden State ma questo sembra essere uno dei più interessanti.
Ci fermiamo anche a Carmel-by-the-sea, (che alla fine è un po' come dire Francavilla-al-mare no?!) che è un paese graziosissimo e tenuto egregiamente, sono vietate le insegne al neon e i carretti degli hot dog, un vero gioiello di villini lungo una via che digrada dolcemente verso l'oceano.
Scendiamo sulla spiaggia e restiamo fino all'inizio del tramonto. So che siamo prossimi a chiudere le nostre tappe oceaniche e sento già la nostalgia che avanza. Resto a guardare le onde, potrei stare ore li davanti osservando la massa d'acqua che avanza da lontano, spiandola per capire se è un'onda seria, di quelle che fanno paura, e restare ad osservarla con rinnovato timore ogni volta fin quando si infrange, pensando a cosa farei se mi trovassi sotto quella montagna in movimento, mai dare le spalle all'onda dice il cartello di istruzioni all'imbocco della spiaggia.
Ed è proprio questo clima di assodato timore e di riverenza che pervade la gente che popola lo sharf di Carmel oggi, e qualsiasi spiaggia del nord del pacifico sempre, questo essere sì lì a chiacchierare, ma sempre fronte mare, sempre sul chi vive, sempre a distanza di sicurezza.
Fa strano per noi, chiassosi mediterranei che diamo per scontato che il mare ci sia amico, lo violiamo con canotti, spiaggine, gommoni, braccioli e gonfiabili di ogni foggia, ingratamente ci lamentiamo se il sole è troppo forte perchè anche quello per noi è scontato, mentre qui con fede si porta l'ombrellone e si indossa il costume (sotto la felpa) perchè forse ad un certo punto il sole troverà la via per sciogliere la nebbia.
In formato redux, questa la nostra esperienza-Big-Sur!

sabato 21 agosto 2010

Acquario? No, thanks

Lo so, è famosissimo. Lo so, non si può perdere. Lo so, ci vanno tutti e sei un cazzone se ti sei fatto un volo intercontinentale, capiti nei paraggi di Monterey e non visiti l'acquario.
Per me comunque un acquario continua ad essere roba per gente fissata con i noiosissimi pesci, è appena un gradino sotto il bird-watching nella scala delle robe zero emozionanti della vita, e avendo solo un paio di giorni e non volendo perdere assolutamente l'esperienza-Big-Sur (si deve dire così, il Big Sur è un'esperienza, fa figo, c'è scritto sulla Lonely!) io all'acquario non ci vado, punto, e ora diciamolo pure, sono una cazzona. E comunque andrò al Sea World di San Diego, è l'ultimo dei punti fermi del nostro itinerario. Vedrò il solito delfino che gioca con la tipa in bikini, vedrò la solita orca che spruzza l'acqua addosso alla prima fila di spettatori dello show-dell'orca, può bastare per questo lustro in quanto a pesci.
La prima riflessione di oggi è che tra non molto questi salutisti californiani che vietano (I) il fumo persino in alcuni spazi all'aperto, tipo entro 20 piedi da un luogo commerciale e (II) il consumo di alcolici in spazi aperti, persino i cortili e lo spazio antistante i ristoranti che vendono i suddetti alcolici, beh scopriranno che le esalazioni da olio rancido rifritto miliardi di volte sono tossiche e cancerogene. Un regista tipo Michael Moore ne farà un reportage, e il popolo salutista della Californa organizzerà manifestazioni sotto la sede della lobby dei friggitori d'America, incoraggerà i cittadini lesi a fare causa ai friggitori, le assicurazioni si impoveriranno e verrà inventata da un omosessuale residente a Castro la bandiera contro-il-fritto.
Per ora comunque rilevo che in tutto il Luna Park di Santa Cruz (i bambini si meritano una mattinata macchina-free in luogo ricreativo dopo la loro splendida performance di ieri) aleggia questo effluvio da cibo spazzatura della peggior specie, e pure io che non sono una talebana dell'alimentazione sana rabbrividisco curiosando nei piatti della gente che per tutta la mattina gravita intorno ai numerosissimi stand “gastronomici” e fast food.
In ogni caso il Luna Park di Santa Cruz di sabato mattina è al disopra delle mie capacità di sopportazione, è un girone di dannazione per famiglie che ingannano l'attesa del sole sulla spiaggia (oggi si palesa intorno all'ora di pranzo) muovendosi con una disinvoltura che mi sconcerta tra attrazioni e suoni e colori e musica e odore di fritto rancido. Io fremo per fuggire dopo i primi 20 minuti ma  i bambini ovviamente sono eccitati, e anche se con mio rammarico non posso portare Lolli sulle montagne russe storiche – cosa che avrebbe dato un senso alla mattinata in quanto, nonostante avrei stramaledetto ogni momento la decisione di esserci salita, avrei auto come ricompensa qualcosa di eccitante da raccontare - perchè è troppo basso (bisogna superare i 45 pollici), troviamo delle collinette russe su cui entrambi si divertono molto, mangiamo terrificanti hot dog e troviamo il modo di scappare. 
Nel frattempo il sole ha trovato il varco, e la spiaggia diventa meno surreale perchè adesso quegli ombrelloni che stamattina sembravano assurdi hanno un senso.
Visto che tutta la giornata la vogliamo dedicare un po' ai bambini decidiamo di passare il pomeriggio a Monterey e restare lì a cena, e Francesco non so dove ha trovato la recensione di un parco giochi meritevole. Davvero, ma dove le trova?
Questo mi porta alla seconda riflessione, che quando ho una Lonely Planet per le mani, dopo averne letto qualche pezzo mi viene la curiosità di vedere chi l'ha scritta e salto sempre alle biografie degli autori tanto per capire se sono affidabili o se magari si tratta di gente originaria dalla Nuova Zelanda o dal Nebraska, fattori che diminuirebbero grandemente il mio livello di fiducia in recensioni di ristoranti ad esempio, o vini, e provo tuttavia un'immensa invidia per il mestiere che fanno e decido che prima o poi mollo tutto e mi metto a scrivere recensioni per le guide turistiche. Vicino alle biografie degli autori ci sono sempre le note all'edizione corrente e la sezione “scriveteci”, dove la redazione invita i viaggiatori a segnalare qualsiasi rettifica o informazione utile per cui valga la pena mandare uno di quei culosissimi autori della Nuova Zelanda o del Nebraska sul luogo a fare una verifica e aggiornare la suddetta edizione corrente.
Io ho deciso che invierò alla EDT la recensione delle aree giochi della California, sono sicura che in molti mi adoreranno per averlo fatto, ho materiale per scrivere almeno un paio di pagine!
In ogni caso:
- il parco giochi di fronte al waterfront di Monterey è bellissimo, è galattico, mi ci sono divertita anche io ad attraversare ponti di legno e labirinti, a seguire i bambini che si infilavano in gallerie misteriose e che si arrampicavano su quella stupenda locomotiva a vapore antica collocata in un'aiuola di sabbia all'ingresso con la targa Southern Pacific, e a bere nella fontanella a forma di testa di leone. Sono davvero una spanna avanti in quanto ad attenzioni sull'infanzia
- Monterey è un'altra città americana che non vale la pena ricordare, senza anima, senza un vero motivo per visitarla, a parte ovviamente l'acquario, che non ho visto ma per il quale mi allineo ai commenti entusiastici di tutti, ci mancherebbe!

venerdì 20 agosto 2010

Americani

Non mi sono mai sentita davvero americanofoba, quindi non ho nulla su cui ricredermi in questi giorni in cui familiarizzo un po' con usi e costumi della gente del luogo.
Una certa forma di pregiudizio strisciante però c'è, una supponenza fisiologicamente europea che guarda al Nuovo Mondo con la sufficienza di chi ha una vera Storia-di-Veri-Millenni alle spalle, cui si sovrappone una diffidenza di natura geo-politica, il neoimperialismo, le politiche sociali, la pena di morte bla bla.
La verità è che io non ci credo che siano cattivi gli americani, non ci ho mai creduto e ora voglio capire come vivono, come accolgono noi stranieri, quali sono i loro modelli, le loro regole nella quotidianità. Piuttosto ambizioso pensare di farlo in 20 giorni gironzolando da turista, ma resto permeabile ad ogni segnale.
A cena l'altra sera abbiamo aspettato parecchio per essere serviti, cosa insolita. Ne ero certa, me lo aspettavo, che al momento del conto, scusandosi, ci  applicassero unoo sconto per rimediare all'inefficienza. Riconosco in questo un'impronta che va ben oltre le finalità e le accortezze commerciali del rapporto gestore-cliente. Qui il rispetto, l'onore, il senso di responsabilità sembrano davvero una modalità attraverso cui vene espressa un'etica. Mi dico che in Italia sarebbe stato ben difficile anche solo ottenere delle scuse. E' un po' come quando ti chiedono alla dogana di firmare il modulo in cui giuri di non essere terrorista. Noi ridiamo, ma per loro quella firma ha un significato.
Con i bambini hanno molte accortezze, altro fatto per niente scontato alle nostre longitudini. Ogni singolo ristorante in cui siamo entrati offre un menù bambini a prezzo ridottissimo, e spesso vengono portati a tavola pastelli a cera e fogli per colorare.
In generale il popolo californiano è solare e gentile, non nega mai nessuna forma di aiuto in caso di necessità, anche non richiesto. E' possibile che qualcuno si fermi per darti indicazioni se solo ti vede un po' smarrito con una mappa in mano per strada.
Noi di mappe ne abbiamo, abbiamo un intero atlante di mappe, peccato che Fra sia entrato in una modalità autistica in cui parla (discute) solo con il suo GPS, e questo è un vero peccato, ricordo che nell'era pre Ovi Maps aveva un ottimo senso dell'orientamento quel ragazzo lì.
Sugli americani, beh per ora non ho nessuna conclusione arguta o profonda. Lascio qui queste prime impressioni e aspetto di capire se il numero della mia carta di credito che ho dato a Steve, il mio sollecito soccorritore alla reception di un Best Western a Santa Cruz in cui cercavo asilo, e che a detta sua gli serviva per fermare una stanza a prezzo scontatissimo in un altro motel (da lui non c'era posto), verrà utilizzato per svuotarmi il conto (la stanza all'altro albergo comunque esisteva veramente, e al prezzo scontatissimo che mi ha promesso lui).

Oggi ho capito tre cose

La cosa-numero-1 è che il turismo enogastronomico non è roba per bambini. Cioè, l'azienda vinicola che abbiamo scelto nella Sonoma Valley (si chiama Benzinger http://www.benziger.com/ ) è molto molto bella, su un'altura a cinque minuti dal villaggio di Glen Ellen, con un bel percorso tra le vigne e le cantine a bordo di un tram scoperto trainato da un trattore e una bellissima area pick nick. Solo che del percorso di comprensione e della degustazione ho potuto cogliere poco, impegnata com'ero ad arginare gli entusiasmi e la mancanza di pazienza delle due belve tentando di salvaguardare la pace e la serenità delle coppiette che tentavano di trascorrere una mezza giornata nel cuore del distretto vinicolo più importante della California. Poi diciamolo, anche senza bambini sti californiani si capiscono da soli quando parlano eh...
Comunque insomma, leggo in giro che i vini della California si sono conquistati questo posto nel mondo a seguito di una competizione alla cieca avvenuta a Parigi tanto tempo fa, dove i prodotti del Golden State si rivelarono superiori a quelli francesi. Bello smacco, e comunque in ogni caso qui ci sono delle condizioni climatiche da paura, appena dietro le nebbie più spesse e con il terreno proprio giusto pare non abbia neanche senso parlare di annate, qui ogni anno è un anno buono.
Il vino in California non si produce solo a Sonoma. Ad esempio Sideways era ambientato nella contea di Santa Barbara. Però sembra che qui ci siano i prodotti di più elevata qualità, e quelli che proviamo noi sono in effetti eccezionali, compriamo anche una bottiglia di bianco, aspettiamo una tappa propizia per aprirlo e sorseggiarlo al chiaro di luna.
Il pomeriggio è di trasferimento, la nostra meta è Santa Cruz, un'ora più vicina di Monterey ci permette di risparmiare tempo sul viaggio di oggi e di rimanere comunque nella zona della baia, con il Big Sur a portata di mano. La nostra idea è di arrivare con comodo nel pomeriggio e cercare una sistemazione molto tipica e caratteristica, sull'oceano, bla bla bla.
Santa Cruz a leggerla sulla Lonely (e dai racconti sentiti in giro) sembra essere proprio  roba da non perdere. E' posta all'interno di una baia, quella di Monterey, che mitiga i furori del Pacifico e ne fa da un lato una meta di surfisti e dall'altro un posto davvero trendy dove tutti vanno a trascorrere il week end, dove c'è un'atmosfera peace&love, tutta gente open minded, la generazione dopo la beat-generation etc etc. Ah poi c'è questo Luna Park sul mare dove ci sono delle antichissime montagne russe in legno, che assieme alla giostra antistante sono state decretate da qualche autorità americana patrimonio storico. Potevamo forse perderla?
In ogni caso le previste tre ore di viaggio si dilatano, come al solito, questa volta a causa di una specie di ingorgo nell'intorno di San Francisco.
Mentre smadonno in macchina litigando con Francesco come si fa di solito quando ci si innervosisce in macchina, accusandolo di aver scelto la strada sbagliata anzi peggio, di aver dato retta a quel cazzone del navigatore che ci dice di percorrere nuovamente il Golden Gate e puntare verso est anziché andare dritti a sud come il buon senso e la geografia suggerirebbero, penso che cazzo, è venerdi, arriveremo sicuramente a cavallo della temutissima ora di cena e dovremo cercare un motel e pure di corsa, altro che pittoresca sistemazione sull'oceano, siamo davvero dei deficienti.
Capisco quindi la cosa-numero-2 della giornata, e cioè una città può essere anche immensamente progressista e avere questa giornata di festa municipale che è il gay pride dove il sindaco abbraccia gli assessori, democratici e repubblicani si baciano in bocca, puà essere ecosostenibile fino alla morte e dedicare una corsia dell'autostrada alle macchine che praticano il car pool (almeno due persone nella stessa auto), può incentivare l'uso dei mezzi pubblici ed essere talmente politically correct da accettare ogni tipo di reietto della società dando un'occasione a qualsiasi nerd di fondare un impero tecnologico, ma poi alla fine siamo alle solite, il traffico sula tangenziale, l'aggressività sulle strade, le fughe per i week end, tutto il mondo è paese e il tratto di autostrada intorno alla Silicon Valley è davvero un inferno.
Arrivati a Santa Cruz capisco infine la cosa-numero-3, e cioè che sono tropo europea per innamorarmi ed incantarmi in una città americana (fatta eccezione per San Fran, dove potrei vivere e sentirmi a casa). Anche se si tratta della mitica Santa Cruz. Con i surfisti, gli open-minded, la beat-generation e via discorrendo. Il mio occhio europeo continua a considerarle come una singola strada piuttosto insignificante con una serie di negozi di poco conto.
Datemi un market tra le montagne, una strada panoramica, scenari spettacolari, la gente della provincia.
Con Francesco, la sera dopo essere sopravvissuti alla ricerca di una sistemazione ed aver trovato un motel a conduzione quasi familaire, meno impersonale dei vari Best Western/Travellodge e Quality Inn, decidiamo di ristudiare il resto del nostro itinerario e dribblare le città che inizialmente avevamo incluso.
Venti giorni possono sembrare tanti ma non sono abbastanza per bilanciare vita metropolitana e vita nella natura, e allora scegliamo la seconda, in particolare studieremo un percorso che includa un avvicinamento graduale al deserto dopo l'uscita dallo Yosemite, con sosta tra le montagne del Mammoth Lakes.
Ceniamo in un ristorante che sembra uscito da un film (e qui a Santa Cruz si ritrovano davvero tanti characters usciti dai film): divanetti in similpelle rossa, chiasso del venerdi sera, menù variopinto di cibo stra-americano, camerieri latinoamericani.
Bambini felici ed eccitati come sempre quando arriviamo in un nuovo posto (albergo), anche questa giornata è trascorsa, un altro pezzo di strada consumato.

giovedì 19 agosto 2010

Cronaca dalle strade secondarie

La prima buona notizia è che i miei figli non soffrono la macchina pegnente.
Episodi su stade italiane mi avevano fatto pensare il contrario e temere il peggio per questo on-the-road che si sta rivelando più impegnativo di quanto avessi in mente, le tratte in macchina si dilatano rispetto alle previsioni, le soste ai market per le provvigioni per i pick nick, i pranzi, le pause panoramiche etc, capita insomma di passare intere giornate sulla strada.
La Pacific Ocean Highway, sulla carta Highway 1 è recensita dalla Lonely come provante anche per lo stomaco più resistente, ma noi decidiamo lo stesso di spararci questa roulette russa - e siamo provvisti di supposte di simil-Xamamina se butta proprio male -  di rara bellezza per i paesaggi costieri che costeggia. Noi decidiamo di prenderla all'altezza di Legget come alternativa alla one-O-one dell'andata, con meta Santa Rosa, dove abbiamo prenotato una stanza in un motel, tappa di avvicinamento alla zona di Santa Cruz e Monterey, che sarà la nostra base per i tre giorni successivi.
La partenza dal Myers Inn è un po' triste per me, perchè mi dispiace sempre lasciare i posti in cui sono stata bene, ma the show must go on, e iniziamo la mattinata gironzolando ancora tra le sequoie della Avenue of the Giant. Ci fermiamo a raccogliere more, c'è un rovo grandissimo che deprediamo indisturbati, sempre come la famiglia americana con l'idrovolante e l'orso ci stiamo perfezionando e addirittura ci procuriamo la frutta per il pranzo.
Ci tocca anche la tappa superturistica alla sequoia col tunnel, Lolli con la perseveranza e l'insistenza che i quattrenni sanno dispiegare non ci da tregua fin quando non raggiungiamo questa trappola per turisti, 6 dollari per quella che sostanzialmente è una puttanata ma visto che ci sono i soliti tavolini da pick nick ci fermiamo per una merenda strategica che ci consenta di andare più lunghi sul pranzo, visto che vogliamo raggiungere Legget e pranzare lì e abbiamo ancora un'oretta di strada.
Anche a Legget c'è l'area pick nick, e pure qui c'è la sequoia col tunnel e pure qui paghiamo 5 dollari, a saperlo prima ci risparmiavamo i 6 precedenti, ma stavolta sono ben spesi, il posto è carino e per la prima volta fa caldo, siamo sufficientemente lontani dalla costa e ci scampiamo le nebbie, qui il cielo quando è azzurro è azzurro davvero.
Quando imbocchiamo la 1 comprendo che stavolta gli zelanti reporter della Lonely Planet non hanno esagerato, è davvero un percorso tortuosissimo nel folto della Redwood. Do chiacchiera a Lolli che è in fase loquace e non si addormenta, chiacchiero chiacchiero e mi si secca la gola ma  è essenziale non giungere al primo lamento, quello che decreta la fine della pace e l'inizio di un'andatura stile processione con fermate ad ogni improbabile spiazzo dove peraltro si rischia seriamente di rimanere falciati dal resto degli automobilisti in marciai Chiacchierando smarchiamo queste meravigliose prime 44 miglia, le più impervie, e ci lanciamo verso Mendocino, la località di punta del tratto di costa a nord di San Francisco – la chiamano Spendocino per la frikkettaggine modaiola degli ultimi anni – che troviamo misteriosamente immersa nella nebbia.
Saranno sì e no tre isolati di case a ridosso del mare, ma mi piace l'atmosfera, è poetica e il fatto che il paesaggio non si sveli mai e rimanga in questo tratto così ermeticamente celato nella nebbia lo rende affascinante.
Continuo a provare stupore e meraviglia guardando le persone che popolano queste spiagge muovendosi in modo surreale in questa coltre bianca, mi verrebbe da scendere e dire di tornarsene a casa e tornare quando il meteo è più propizio, e soprattutto di mettere un pullover in più a quei poveri bambini.
Tra Mendocino e Cloverdale percorriamo una statale – la 128 – che non trovo recensita sulla guida ma che merita sicuramente lo studio di un itinerario simile al nostro, che la comprenda.
E' uno spettacolare susseguirsi di paesaggi bellissimi in modi differenti: inizia nella nebbia della costa che nasconde cottage bellissimi dove mi fermerei immediatamente per trascorrere un pomeriggio senza fare assolutamente niente e ascoltare le onde dell'oceano, procede poi con andatura tortuosa in una vegetazione bassa fatta di cespugli e arbusti proprio come la macchia mediterranea, poi entra nel folto del bosco di sequoie, e qui ci si allontana dalla costa così si perde la nebbia e la luce filtra bellissima tra questi giganti che costeggiano la strada, per terminare poi nella prima delle fertili vallate coltivate a vigneti che incontriamo diretti proprio verso Sonoma, una delle regioni vinicole più rinomate della zona.
Qui alla selvaggia bellezza della costa e del bosco si sostituisce un paesaggio bucolico, un susseguirsi di  Estates – le tenute agricole – dove campeggiano cartelli che invitano alla degustazione del vino. Sulla fine, a qualche miglio dal ricongiungimento con la 101, il tracciato diventa di nuovo molto tortuoso, ma abbiamo perso Lolli che sfinito dorme beato, mentre Dani, che non ha mai chiuso occhio e non si è mai dimostrando uno stomaco di acciaio, altro che mal-di-pancia, guarda il paesaggio e continua a borbottare nel suo linguaggio incomprensibile.
Ceniamo a Healdsburg scelta solo perchè si è fatto tardi, perchè è sulla nostra strada e la guida ne parla bene. Il paese è rinato in chiave modaiola-chic con la crescita di popolarità del turismo gastronomico, guarda caso pure questo scopro essere stato inventato qui in California, ma scendere dalla macchina equivale ad una specie di ritorno alla civiltà, la famiglia che torna dal Montana dopo aver salutato l'amico orso e che forse stona anche un po' nel look – cominciamo a sembrare un po' barboni – nella fighettaggine generale per le strade che salutano il giorno.
Mangiamo qui, in un locale qualsiasi scelto solo perchè esausti e affamati, il miglior hamburger della storia. Niente di sofisticato, l'hamburger è per definizione un oggetto di estrema semplicità, ma la carne è squisita e cotta esattamente al punto giusto. Slurp.
A Santa Rosa dormiamo nel nostro primo motel, una grande catena piuttosto impersonale. Lo abbiamo scelto sulla carta senza badare troppo ai fronzoli, del resto quando arrivi in un posto alle 23:00, dopo aver viaggiato tutto il giorno, con un bambino dormiente sulle spalle (insieme a vari zaini) e l'altro che arranca per le scale, qualsiasi sistemazione sembra la più accogliente, e questo penso sia esattamente lo spirito del motel, rinfrancarsi togliendosi di dosso polvere e stanchezza. 
Tutti si addormentano in pochi istanti, io sognando l'oceano e una delle deliziose pensioni sulla costa a Mendocino.

mercoledì 18 agosto 2010

Botanica di base

Le sequoie sono quegli alberi giganteschi per cui le persone impazziscono e fanno viaggi lunghissimi per fare le foto con la macchina che attraversa il tronco.
Ecco, tutto questo fino a ieri.
Oggi la foresta di sequoie è un luogo che entra a far parte dei miei paesaggi interiori, quelli che a volte ripercorro nei momenti della vita in cui mi serve un viaggio anche solo per un attimo, in fila nel traffico in macchina, un giorno di inverno in cui fa freddo e ho bisogno di un ricordo per scaldarmi.
Magnificenza e senso di riverenza, consapevolezza di essere infinitamente piccoli e fragili in una Natura che ci sovrasta e potenzialmente ci distrugge, ecco cosa è percorrere il Redwood State Park a partire da Myers Flat - dove inizia la Avenue of the Giant - verso Nord, direzione Eureka e poi Praire Creek, che è la meta della nostra giornata.
Qui l'oceano, quello vero perchè a San Francisco il Pacifico è placidamente abbracciato dalla morfologia della baia e delle lingue di terra e isole antistanti, manifesta una solenne potenza, incute timore, lambisce e avvolge scogli e spiagge, e la foresta incombe sfacciata spingendosi quasi fino alle acque impetuose.
I rappresentanti della famiglia delle sequoie necessitano di una quantità impressionante di acqua ogni giorno per sopravvivere. La cosa pazzesca è che per due terzi la ricavano dalle piogge stagionali e per un terzo dalle nebbie estive.
La corrente del Pacifico allontana lo strato superficiale di acqua più calda lasciando quella gelida delle profondità lambire la terra secca e calda in estate. E' così che si formano le famose nebbie che avvolgono i pochissimi chilometri della costa del nord della California, e che nutrono e dissetano questi giganti di legno e foglie.
Sono conifere bellissime le sequoie, e se ne conoscono tre tipi, e visto che in questi giorni mi sono fatta una cultura la sfoggio. In ordine crescente di dimensione abbiamo la Dawn Redwood, decidua e originaria della Cina, fino a 140 piedi di altezza e 6 di diametro; la Giant Sequoia, originaria della Sierra Nevada e della California Centrale, fino a 311 piedi di altezza e 40 di diametro, può vivere fino a 3000 anni; infine la Coast Redwood, originaria della costa della California del Nord, fino a 370 piedi di alteza e 22 di diametro, può vivere più di 2000 anni.
Leggo inoltre sull'ottima guida al Redwood State Park che Fra ha diligentemente scaricato e stampato prima di partire (e mai lo ringrazierò abbastanza di avermi portato in questo posto), che pare che la sequoia gigante sia l'essere vivente più grande della terra, con un volume che può giungere ai 90.000 piedi cubici, e mò fatevi i conti. Io pensavo fosse la balena ad avere questo primato, in ogni caso  posso smarcare entrambe le specie avendole incontrate almeno una volta nella vita, oh che grande viaggiatrice!
La cosa che più mi impressiona di questa passeggiata indietro nel tempo nel triassico è che il logging da queste parti è iniziato nel 1850 e che ad oggi solo il 4% dell'originaria foresta sia sopravvissuta. Questo è sconvolgente, pensare a cosa dovesse essere la California prima di quella data. Sembra impossibile, eppure basta passare davanti ad una delle tante segherie della contea per comprendere il significato di deforestazione, centinaia di metri quadri occupati da giganteschi tronchi tagliati.
Inauguriamo oggi la nostra liberazione dall'hot dog e l'inizio dell'era dei pick nick. Ci siamo riforniti di pane e companatico, le famose confezioni famiglia di tacchino, pomodori e formaggio e sembriamo proprio quella famiglia del film che andava di moda a metà anni '70, dove c'erano quei tipi che per far guarire la figlia da non so che male asmatico arrivavano in idrovolante in qualche luogo sperduto del Montana e diventavano amici di un orso.
Almeno così i bambini si abbuffano di pomodori e frutta, che non è male, ogni tanto anche a me capita di pensare alla loro salute...
Peraltro l'area pick nick qui è sacra, ce ne sono davvero ovunque non solo nel parco, debitamente attrezzate con barbecue, ma anche sulla 101 nei tratti più panoramici, davvero non c'è il rischio di pranzare all'addiaccio, un bel tavolo di legno e servizi li abbiamo trovati sempre. Stessa cosa per le aree da campeggio, diffusissime in ogni dove.
La nebbia stavolta non ci abbandona mai, a Myers Flat c'era il sole ma qui siamo nuovamente vicino al mare. Si dirada solo sulla via del ritorno verso Eureka, e ci sono addirittura campeggiatori sulla spiaggia.
Realizzo qui, vedendo adulti e bambini comportarsi come se fossero su una vera spiaggia - e lo sarebbe, non fosse per le onde pazzesche e il vento e la temperatura diciamo fresca - che il Mediterraneo è appena un attimo sotto i Caraibi per esoticità, e che la nostra concezione di mare è molto esclusiva rispetto al resto del mondo provvisto di spiagge.
Un'ultima rilevazione sui mezzi di trasporto: qui la berlina di San Francisco è completamente soppiantata dal pick up, che è il mezzo di trasporto più diffuso. Seguono le moto ma quasi pari merito con i camper. Ecco, concetto di camper, qui viaggiamo proprio su magnitudo differenti, gli oggetti che vedo in giro sono impressionantemente grandi, e per lo più abitati da un paio di persone che a questo punto hanno uno spazio pro-capite largamente superiore a quello che abbiamo noi nelle nostre case. Ho visto camper che trasportavano addirittura la macchina, se non una barca.
Qui le barche sono diffusissime, sembra strano visto il landscape prettamente montano, ma ci sono diversi corsi d'acqua evidentemente navigabili, e vedo in giro facilities per rafting nei vari empori.
Eureka ci delude, è una cittadina piccola dove tutto ciò che è gradevole e interessante si concentra in un paio di isolati a ridosso del porto turistico, c'è zero vita ed è spenta, senza cuore. Ceniamo qui perchè è tardi e pensiamo di rientrare a Myers a cena fatta e bimbi cotti (voglio arrivare “a notte” dice il mio piccolo viaggiatore in erba).
Non ho contato le miglia ma anche per oggi ne abbiamo macinate a sufficienza, dormire è un attimo, fine della nostra giornata nel profondo Nord!

martedì 17 agosto 2010

De fuso orario

Una buona parte del mio rapporto con la maternità gravita attorno ai ritmi di sonno-veglia dei miei figli.
Nascono, e immediatamente il fatto di renderli innocui per at least 8 ore notturne diventa il centro del proprio progetto pedagogico, e la giornata ruota intorno ai bioritmi propedeutici ad una sana dormita notturna per tutti.
Le crisi da jet leg mi hanno sempre terrorizzata, molto più del dover pensare a nutrire i bambini in luoghi lontani, dover trasportare ennemila pannolini e salviettine, far fronte ad eventuali malanni, insomma tutto ciò che dovrebbe occupare i pensieri di un genitore assennato per me è sovrastato da una sola ed unica semplice domanda: dormiranno la notte?
Qui siamo a -8 UTC, vale a dire -9 dal fuso di Roma, e la buona notizia, il punto di partenza è che il delirio è completamente fasato, vale a dire la crisi da jet leg provoca effetti del tutto simili ad adulti e bambini.
Dicono che viaggiare verso ovest sia meno pesante, in fondo è come vivere una giornata lunghissima e arrivare a sera superstanchi anche se nel nostro meridiano è mattina.
Ciò è verissimo, in aereo si dorme poco e male per cui anche se è mattina in effetti viene spontaneo addormentarsi non appena si conquista un vero letto.
Il problema è che il corpo si ricorda i ritmi europei, e intorno alle 4:00 suona la sveglia biologica, e non c'è niente di peggio che rimanere a letto quando ci si sente sveglissimi, una vera tortura, i minuti si dilatano, le mezzore si conquistano a fatica, una galera.
L'altra buona notizia è che dura poco, diciamo le prime due mattine è altamente probabile svegliarsi con le tenebre e dover attendere l'alba, ma già dal terzo giorno tutto migliora, con piccoli strascichi, specie per i bambini, che hanno un gran bisogno di riposare dopo pranzo, anche i più reticenti al pisolino crollano in pochi secondi, e che vorrebbero non svegliarsi mai più, da cui tragedie e capricci per il resto della serata.
Al terzo giorno, stufa di dover rianimare nanetti sonnolenti, ho la brillante idea di non prevedere la pausa pomeridiana e stare a vedere come va.
Va benissimo, i bambini ci seguono arzilli come al solito, siamo orgogliosissimi di aver avuto una tipica giornata dell'adulto viaggiatore, torniamo in albergo nel tardo pomeriggio per docciarci e farci belli per la cena tra l'entusiasmo generale.
Usciamo presto e alle 20:00 siamo a tavola.
Da lì il disastro: Lolli mi supplica di poter dormire, ma tesoro resisti, guarda è arrivato il pollo con le patate che ti piace tanto, no mamma ti prego non voglio resistere voglio dormire, e crolla sulle mie ginocchia in un nanosecondo.
Daniele regge qualche minuto in più, fino all'arrivo della sua amata pasta al pomodoro (dell'alimentazione di Daniele preferisco non parlare più di tanto, primo perchè è la mia spina nel cuore avere un bambino che ammette un assortimento di circa tre possibilità in tutto e secondo perchè per riuscire a nutrirlo ricorro a soluzioni che richiederebbero l'intervento dei servizi sociali e dell'organizzazione mondiale della sanità...), poi crolla pure lui sul divanetto senza neanche toccarla. Francesco ed io abbiamo una piacevole serata con cena senza salti mortali, posate in terra ogni due secondi (ma perchè le posate all'estero pesano centodieci chili e i tavoli sono microscopici?), non c'è che dire, e un ottimo rientro in albergo con bambini in collo o trascinati per la metro di San Francisco in stato di sonnambulismo.
Si sparano 12 ore di sonno e al mattino sembrano nuovi, per il resto aggiornamenti nel seguito!

Cronache dalla 101 Inland Highway

Nei prossimi giorni la leggendaria statale americana sarà la nostra dimora e il filo conduttore, ci accompagnerà al Nord verso le foreste di sequoie del Redwood State Park e nella provincia americana dell'Humboldt, dove inizia il nostro vero on the road dopo l'atterraggio morbido a San Francisco. Entriamo sulla one-O-one attraversando il Golden Gate Bridge, visto sullo sfondo e nella nebbia in questi giorni e ora finalmente vicino. Pare che in media una persona ogni due settimane si tolga la vita gettadosi nelle fredde acque della baia proprio dal Golden Gate. Si dice qui negli States che se ce la si fa a sfondare a New York allora ce la si può fare ovunque. Sembra invece che chi cerca la morte qui lo faccia nella consapevolezza che se non ce la si fa qui a San Francisco, città dove a tutti è data una possibilità, sarà impossibile farcela ovunque. Sempre in tema di prosaicità rilevo anche che alle 11:00 del mattino, quando lo attraversiamo noi, il traffico è intenso, ci accodiamo ad altri automobilisti e ad una processione di turisti in bicicletta che si fermano al View Point per le foto di rito. Guardando questa disordinata eterogenea folla non sono poi così triste per aver rinunciato all'escursione in bici. Il Golden Gate tuttavia mi strega e faccio foto in ogni posizione, dentro la macchina, dal finestrino, e dal View Point of course. Nessuna viene bella come quella del mio sfondo personalizzato su Google, ma da dove l'hanno scattata? Quel bellissimo rosso proiettato sull'oro della collina antistante a me comunica vitalità e allegria. All'inizio la 101 è una highway trafficata che si snoda su paesaggi di poco pregio, peloppiù piatti e desolati, lcome visibilmente violati dall'intervento umano. Noi deviamo per una sosta tecnica quasi subito, a Petaluma, il primo vero esempio di provincia americana sul nostro percorso ed io, ancora frastornata dalla città, non riesco a entrare nella logica dell'urbanistica di questo paesotto, sento che perdo i miei punti di riferimento metropolitani senza trovarne di nuovi neanche in questo outlet, che è la nostra prima metaz a Petaluma, il classico fashion district che ovviamente nasce qui prima di essere importato alle nostre longitudini e in cui infatti non mi sento a mio agio neanche quando razzolo in quelli nostrani. La prima metamorfosi cui vado incontro riguarda il sistema metrico e le unità di misura standard. Da oggi mi trovo a ragionare in miglia e suoi sottomultipli, galloni e libbre, senza neanche più fare le equivalenze che tanto mi perdo, faccio prima a convertire le mie percezioni delo spazio e dei pesi. Comunque insomma, in modo straclassico per chi sorvola l'Atlantico e giunge in terra americana di questi tempi, approfittiamo del vantaggio sulla valuta con la scusa di un paio di mini-Nike deliziose per Dani che, membro della categoria dei duenni, dismette scarpe a ritmi bimestrali. Io inciampo letteralmente nello zerbino della Levi's e mi vedo costretta ad entrare, mannaggia. Ho letto sul numero di Meridiani dedicato a San Francisco che il brevetto dei Levi's ha una precisissima data che ora non ricordo, giorno in cui un sarto armeno assieme al rivenditore di tessuti all'ingrosso suo fornitore - il tedesco signor Levi - depositarono il brevetto dei waiste overall, antenati dei famosi pantaloni jeans, che avevano sostanzialmente la caratteristica di essere rinforzati da questi bottoncini in rame e venivano usati dai contadini nei lavori di fatica. Io per questioni di moda opto per un modello “boot” da donna colore chiaro per 32 dollari, non male... L'outlet è strano, uguale ai nostri ma con un milionesimo del pubblico, tutte famigliole con almeno tre figli, c'è un solo bar dove servono praticamente solo hot dog, pare non si riesca ad uscire dal loop degli hot dog da queste parti. Il viaggio che ci aspetta è lungo e ci mettiamo in marcia dopo i frettolosi acquisti, guardo languidamente le vetrine di Gap e Converse e rimando lo shopping ad altra data. Non sappiamo bene in quale posto ci fermeremo per dormire, l'idea iniziale è raggiungere Eureka ma sembra troppo lontana, e ci fermiamo a Legget per una merenda veloce e decidere il dafarsi. Il nostro primo market sulla 101 è proprio come nei film, vi sostano moto e pick up guidati da pittoreschi personaggi, uomini di mezza età con lunghe barbe bianche, signore sovrappeso, easy riders su Harley Davidson in viaggio per chissà dove. Campeggiano enormi frigoriferi che vendono ghiaccio e galloni di acqua o latte addizionati di qualcosa o liberi di qualcos'altro , confezioni famiglia di tacchino multiforme (nostro ingrediente primario nei sandwich per i pick nick), sigarette in saldo e salse multicolor. Sulla 101 per la prima volta ho realizzato che ho un problema serio di comunicazione. L'avevo subodorato a San Fran che il mio inglese non avrebbe funzionato come avrei sperato, ma qui ne ho la certezza: non capisco i californiani (e probabilmente anche loro capiscono poco me...). Grande smacco ma tant'è. Ci fermiamo per una merenda a Leggett, è tardo pomeriggio e il panico da non-abbiamo-un-posto-in-cui-dormire si somma alla certezza che non arriveremmo ad Eureka prima di sera, orario in cui alla ricerca di un'accomodation si sommerebbe la ricerca urgente di un posto in cui mangiare, in un'orario in cui anche a detta della Lonely si farebbe fatica a trovare anima viva in giro, figuriamoci un ristorante aperto. Deliberiamo che Eureka è inarrivabile e seguo con apprensione la mappa alla ricerca di un villaggio appetibile in qualsiasi punto dell'Humboldt nelle prossimità della 101, e vedo scorrere accanto a me paesaggi adesso bellissimi sulla strada che adesso serpeggia nei boschi fitti e verdissimi, campeggi e cottage di legno e mi chiedo perchè puntare una cittadina quando è così bella questa natura, e proprio in quel momento raggiungiamo Myers Flat, nel mezzo del nulla ma proprio sotto il cartello segnaletico del villaggio c'è l'indicazione del Myers Inn, una deviazione di un nonnulla dalla statale che ci porta direttamente dentro il cortile del luogo più accogliente del mondo specie per una combriccola di viaggiatori in macchina dal mattino. La quotazione iniziale è tipo il doppio del mio budget ideale, ma ho i bambini razzolanti nel cortile, felicissimi di essere scesi dalla macchina e desiderosi di fermarsi, io vorrei dare a loro e a me stessa un nido accogliente per le prossime due notti, e nel frattempo non so come Francesco ha negoziato una cifra molto simile al mio budget ideale, il che fa del Myers Inn, per un paio di giorni casa nostra. Ceniamo in un posto pazzesco, una specie di locanda accanto ad un saloon, sulla mappa la località risponde al nome di Miranda, quattro tavoli, tre tipi di hamburger, una cameriera che sembra uscita da un B-movie e un acquario tropicale dove i bambini si imbambolano davanti a due tipici esemplari di pesce-Nemo. Fine della nostra prima giornata sulla one-O-one.

lunedì 16 agosto 2010

San Francisco, itinerario minimo (2)

E' una città dove sarebbe sensato e logico fermarsi per qualche giorno, non c'è dubbio.
Ci si sente a casa, e questo non è banale negli Stati Uniti.
Noi ci materializziamo qui direttamente dall'Europa e diamo per scontata una certa familairtà che probabilmente non lo è per chi opta per un itinerario differente, con un diverso punto di partenza.
Non fosse per la consapevolezza della grandissima distanza da tutto ciò che considero “casa”, San Francisco non mi spaventa e non mi disorienta, ho tutti i punti di riferimento abituali, l'urbanistica e i mezzi di trasporto, la vita nelle strade, i ritmi della giornata. Potrebbe ben essere una città in cui vivere, non fosse per il clima ovviamente, di cui si è già parlato.
Il nostro itinerario minimo si conclude oggi, e per la mattinata scegliamo la zona del fisherman wharf a nord del Pier 39, ancora molto turistica, ma stavolta le famiglole Lonely-Planet lasciano il posto alla tipica fauna da viaggio-organizzato, gruppi numerosi e a volte rumorosi si riversano e distribuiscono nei negozietti di cianfrusaglie e si addensano in Ghirardelli square, il regno della cioccolata.
Ghirardelli, un altro nostro compatriota che ha fondato un regno da questa parte del mondo, un impero che gli sopravvive e che attira masse nella deliziosa piazzetta su cui affacciano l'emporio e la caffetteria. Anche noi ci fermiamo per un po', con la nostra tavoletta 70% cacao, il mio solito caffè e i bambini che continuano a rincorrersi dribblando spericolatamente scale e fontane.
Nel pomeriggio abbiamo visitato il quartiere di Castro, noto per essere stato il fulcro del movimento hippy e dell'estate dell'amore, negli anni 70, ed in tempi più recenti l'epicentro della comunità gay.
Gradevolissimo quartiere di deliziose case vittoriane, con i loro ingressi fioriti e il legno colorato, la via con il passeggio e una bella atmosfera, verde tutto intorno e le tipiche strade di San Francisco che precipitano verso il mare che si vede sulla distanza.
Sul serio il mio pensiero più ricorrente è che non sarebbe niente male vivere qui.
Ci fermiamo in un bel parco, doverosa tappa di sfogo per i nani, il premio per averci seguito docilmente tutto il giorno, e come sempre è divertente, le aree giochi sono fisiologicamnte zero frequentate dai turisti e per noi è un modo di curiosare tra le abitudini delle famigliole locali.
Sarebbe stato bello restare qualche giorno in più, avremo visto i murales del quartiere di Mission, le curve di Lombard Street, fatto la passeggiata sula ciclabile che atraversa il Golden Gate e pranzato a Sausalito, ma il nostro tempo in San Francisco è scaduto e domani si parte verso il Nord.
E' sempre bello lasciarsi una città alle spalle e mettersi sulla strada, esplorare le distanze, lasciarsi attrarre da tappe improvvisate. Non abbiamo ancora fissato l'itinerario nei particolari, ma puntiamo Eureka, zona di boscaioli e taglialegna con camice a quadrettoni a quanto pare, lungo le statali 1 e 101.
San Francisco, bye-bye!