venerdì 28 agosto 2015

Top seven

Ovvero le cose cui ripensaremo con nostalgia in uno di quei pomeriggi di inverno lontanissimi dall'estate successiva, tornando a casa carichi di pacchi&pacchetti della sotto la pioggia dopo essere stati in piscina al termine di una giornata di lavoro, con il buio e il freddo e zero voglia di preparare la cena, etc etc.

Phaselis, ma anche Myra
Percorrendo la costa turca si acquista contezza delle civiltà che hanno prosperato intorno ad una condizione territoriale particolarmente favorevole. Le foto scattate tra Antalya ed Efeso fino a istanbul potrebbero completare i primi capitoli di un libro di storia, rovine  stratificate tipo pancake, i lici prima, i greci poi, i romani in mezzo e gli ottomani a copertura.
Phaselis è imboscata in uno dei tanti capitoli della Lonely e non l'avremmo notata se non fosse stato per un trafiletto su Meridiani. Tre insenature con pineta alle spalle, surreale immagine di barchette e bikini che sfumano su acquedotto, teatro, terme e  strada maestra.

Myra ha una bellezza più polverosa e appartata, uno di quei sito che abbiamo visitato quasi da soli, un grandissimo teatro da scalare e una montagna piena di tombe rupestri. le cicale in background di un muezzin cui è partito qualche tono sul cellulare spezzando l'jncantesimo della preghiera senza tempo.



Ucagiz
Sì arriva qui alla ricerca di un natante a bordo del quale partire per un safari idro-archeologico tra le caletta di Kekova. Canoa, battello privato o barcone festaiolo con pranzo comprsso, tutti pazzi per lo snorkelling e la ricerca di rovine sommerse.
A me piu ancora di Kekova e piaiciuta Ucagiz, per la sua posizione sull'incantevole baia che si annuncia a sorpresa dopo una delle tante curve arrivando dalla statale,  le sue bouganville che incorniciano tutte le viste,  i ristoranti sull'acqua accessibili solo da marr e il piccolo minareto a sovrastare i vicoli ombrosi.


Adana kebab, cuzu pirzola, coban salad
Gli italiani, anche i più cosmopoliti, faticano a prescindere dall'idea di non avere al mondo rivali in tema di cucina e alimentazione. Tutto da noi è meglio, tutto altrove è peggio, è una fede e in quanto tale non ci sono argomentazioni che tengano.
La realtà è che in Turchia abbiamo mangiato bene e in modo completo,  che è stato facile trovare ristoranti in qualsiasi posto siamo arrivati a qualsiasi ora, e che i menu sono sempre sufficientemente vari da accontentare tutti i gusti, avendo anche un pó di spazio per accomodare le special requests dei bambini.
Le nostre meze preferite sono state le melanzane in tutte le forme, l'hummus, i rotolini di foglie di vite, e i vari spalmafocaccia offerti dalla casa e cioè yoghurt e l'immancabile salsinea rossa dall'aria piccantossima che in pochi sono sopravvissuti per poterlo raccontare.
Tra le carni menzione d'onore per i pirzola, che in inglese si chiamano lamb chops e a Roma scottadito, e poi Adana kebab e spezzatini vari, che qui si chiamano sis kebap.
Tra i pesci un pó tutti quelli di mare, cucinati prevalentemente alla griglia, con un paio di incursioni nell'acqua dolce, trote e carpe sul lago di Beysheir e in una locanda deliziosa sulle colline dietro Kalkan.
Ottime le insalate, la coban sopra tutte, ordinata rigorosamente no onion.
Riso o bulgur accompagnano sempre le pietanze di carne, buonissimi cucinati nel brodo. A completare il capitolo carboidrati i prodotti da forno sono buoni e si trovano facilmente, buonissime le ciambelle col sesamo e quelle farcite di formaggio o patate. Il nazionalista gastronomico italiano deve fare un passo indietro su un paio di articoli: le pide, che sono l'esatto equivalente della pizza, che si possono consumare bianche appena sfornate in accompagnamento alle meze o farcite di carne, formaggio e verdure come pietanza principale di un  pasto. Le gozleme, che sono l'esatto equivalente delle piadine, si consumano un pó in ogni momento della giornata e sono tradizionalmente farcite di spinaci o broccoletti e formaggio grattugiato.
Le gozleme più buone sono quelle dei locali sulla strada, meglio se panoramici come quello in cui ci siamo fermati sulla via del ritorno da Oztuzu, con la signora col fazzolettone in testa che stende l'impasto seduta sul panchetto.


Antalya
Per qualche strana ragione la guida (e quindi molti dei suoi seguaci) fa un improbabile paragone tra Antalya e Rimini, cosa piuttosto scoraggiante anche se in effetti non sono mai stata a Rimini.
Ci siamo arrivati dopo una interminabile giornata in auto, accolti come in un abbraccio nell intrico dei vicoli della città vecchia nel momento della preghiera del tramonto, tutto molto suggestivo e comunque poco romagnolo.
Invece Ataturk caddesi con le sue belle palme mi ha fatto pensare alla California,  il grande parco alla fine della strada verso il golfo mi ha ricordato Parigi, l'ingresso alla città vecchia dalla bellossima porta di Adriano poteva essere un qualsiasi angolo di Roma, la solennità delle sale del museo archeologico non fa invidia a nessuna esposizione a Londra o New York, il suq nell'intrico dei vicoli che scendono al porto fa tanto Marocco e al paesaggio dalla terrazza sul mare sopra il porto, con il Tauro da una parte e i grandi alberghi-alveare dall'altra non trovo paragoni, è Antalya punto.


Cena a Kalkan
La Lonely raccomanda una cena a Kalkan, uno di quei consigli che di solito si ignorano serenamente.
Invece la nostra cena su una stupenda terrazza con vista sul porticciolo di Kalkan, la brezza fresca, le candeline, il legno azzurro, il calice di vino bianco, l'ottimo pesce, i bambini ipnotizzati dall'Ipad, conquista un meritatissimo posto nella nostra top seven.


Efes
Sognata come un miraggio nell'arsura dei pomeriggi,  attesa come la primavera nei ristoranti la sera, pianta come un amico perduto tutte le volte che siamo finiti in una locanda senza licenza per gli alcolici, celebrata come una regina all'ora dell'aperitivo in piscina o in spiaggia.
L'unico rammarico che ci resta è che in 20 giorni non siamo mai riusciti ad ottenere un numero di Efes e un numero di bicchieri pari alle nostre aspettative e necessità. Qui arrivano in tavola tanti bicchieri quante le bibite e fare richieste diversi è fiato sprecato.


Istanbul, Bisanzio, Costantinopoli
La prima volta era Ottobre 2007, Lolli aveva da poco compiuto un anno e Daniele era in arrivo, e siamo arrivati accompagnati dalle note di Guccini " Me ne andavo l' altra sera, quasi inconsciamente, giù al porto a Bosphoreion là dove si perde la terra dentro al mare fino quasi al niente e poi ritorna terra e non è più occidente: che importa a questo mare essere azzurro o verde? ". 
Di quel finesettimana ricordo la cerimonia dei dervisci alla stazione Sirkeci, il panino con le sardine sul Bosforo, la bellissima terrazza del nostro hotel sull'ipodromo, una passeggiata shopping la sera dell'arrivo in cui ho comprato crema alle mandorle contro le smagliatire da Body Shop a Taksim, l'iniziazione in Hammam a Suleymane e la cena in un  bel ritornate di pesce ai margini di Sultanamet.
La seconda volta era Novembre 2102, l'idea nata sulla terrazza di Katia una sera di fine estate e i biglietti comprati pochi giorni dopo. Di quel viaggio ricordo la pioggia, gli Hunter, un pomeriggio di acquisto tappeti al Gran Bazar, molti pistacchi al mercato delle spezie, molte lokumie da Aci Bekir, l'hammam di Suleymane e quello di Cemberlitas, il bel ristorante di pesce ai margini di Sultanamet e le note di Bisanzio.
La terza volta ad Agosto 2015, quattro adulti e cinque bambini, tappa di chiusura di un itinerario che ci ha dato qualche chiave di lettura per entrare più consapevolmente nello spirito della città sfuggendo alla giostra  dei turisti del finesettimana. Ricorderò l'arrivo dal mare a bordo dell'aliscafo da Bandirma, di essermi sentita libera di fotografare solo qualche ispirazione senza arrancare dietro tutte le possibili angolazioni di Aya Sophia e i gradi di buio della Basilica Cisterna, Flavio addormentato mentre i dervisci ruotano, il ristorante di pesce ai margini di Sultanamet, un pomeriggio da sola all'hammam di Cagaloglu, i minuti a studiare la mappa per imparare la geografia dei continenti e dei bracci di mare, di non aver comprato un tappeto, di aver pensato andando via  "accidenti il tempo è volato , due giorni sono troppo pochi, arrivederci a presto, ritornerò...


martedì 25 agosto 2015

Il bello di Pamukkale

La formula chimica di Pamukkale è la seguente
in pratica carbonato di calcio che nel tempo è precipotato avendo buone ragioni per farlo, lasciando su questa collina il famosissimo castello di cotone, una di quelle cose certificate dall'UNESCO che muove le persone tra i continenti.
Essendo una meta imprescindibile in un itinerario di viaggio turco, Pamukkale viene trattata un pó come Venezia o Pisa in un itinerario italiano; 'na botta e via.
Si può arrivare a Pamukkale in vari modi e da diverse direzioni, noi lo abbiamo fatto di sera in quattro ore di curve per scavalcare l'immancabile Tauro al termine di una giornata di mare a Iztuzu. Questo, più che considerazioni sussiegose del tipo "noi siamo turisti meno superficiali dei giapponesi", ci ha spinto a prenotare due notti anziché una al Withe Heaven, bell'albergo con piscina a poche centinaia di metri dal sito.
Di fatto Pamukkale non esiste al di fuori della collina calcarea, che è come una specie di santuario laico. arrivando ci si sente parte di un popolo di pellegrini, come quelli che da tutto il Mediterraneo 2000 anni fa convergevano ad Efeso per visitare il tempio di Artemide.
Sembra pazzesco che a meno di 15 minuti di auto da Pamukkale (due strade e sei alberghi) ci sia Denizli, una città di dimensioni rilevanti con offerta turistica nulla, nella quale per la prima volta da quando siamo qui abbiamo faticato a trovare un kebabbaro aperto per cena.
In effetti a nessuno verrebbe in mente di andare a cena a Denizli e chi rimane la notte a Pamukkale difficilmente si avventura oltre lo'oasi di comfort del proprio albergo con piscina e dalle sue funzionalità di ristoro per i turisti da una botta e via: buffet-colazione/ buffet-pranzo per chi visita il sito la mattina, e piscina/cena-a-la carte per chi come noi visita il sito al tramonto.
Noi abbiamo inserito tra la piscina e il tramonto una visita al sito di Laodikeia, che sulla carta aveva tutte le chance di essere 'na cazzata e di farci rimpiangere di non aver voluto fare le tre ore A/R di macchina che ci sarebbero volute per arrivare ad Afrodisia, e invece poi  ne e uscita una bellissima passeggiata in intimità tra le rovine di un sito tanto romantico, tra quel che resta di questa antica città dell'Asia minore fondata dal sovrano Antioco II per la moglie Laodikeia.

Tra la piscina e Laodikeia abbiamo inserito anche un pranzo a base di pide buonissima in una locanda di un villaggio dove non abbiamo trovato nessuno che parlasse una lingua in comune  con noi, e in cui siamo finiti grazie ad una momentanea perdita di orientamento, di Google.
Quando siamo arrivari al South Gate di Pamukkale la totalità dei pullman era andata via come promesso dalla guida, e abbiamo avuto lo spazio e la concentrazione per apprezzare al meglio la passeggiata in questo paesaggio tanto immaginato grazie ai racconti e agli scatti di chi ci ha preceduti.
4 adulti, 5 bambini, le luci del tramonto, l'acqua che scorre, la camminata a piedi nudi, il contatto con la natura, e tutti concordi sulla disonestà dei racconti ma soprattutto degli scatti, perché Pamukkale ha un solo profilo, quello migliore, e tutti le altre prospettive sono grandi assenti dai servizi fotografici. Cazzo!
E allora ci rendiamo anche noi conniventi dell omertà del viaggiatore, quella forma di crudele disonestà che porta i turisti a propagare e amplificare le leggende allo scopo di perpetuare l'inganno e non sentirsi gli unici sfigati ad aver attraversato il mondo per scoprire di aver fatto 'na cazzata. E quindi giù foto a manetta dell'unico profilo di Pamukkale, quello che non guarda una  valle ordinaria  o una piscina artificiale o un parcheggio o una strada statale, mentre ci sentiamo un po cazzoni per il fatto di non essere stati in uno dei pochi altri siti nel mondo in cui un fenomeno simile ha luogo, tipo Yellowstone o chessò, Saturnia.


Prima della partenza inseriamo la serata a Denizli, un tassista che ci accompagna nell'unico ristorante aperto nella downton, una meze ancora inedita che ricorda un pó un suppli e un pò un samosa e la prima cena senza Efes dopo la villeggiatura in Costa Turchese.
Il bello di Pamukkale non è molto diverso dal bello di tutti gli altri posti che raggiungiamo nei nostri viaggi. Al cuore di un luogo si arriva con il giusto tempo, vivendolo, dandogli il modo di svelarsì, concatenando i ricordi magari con un aiutino, kilim, pestemal, ceramica o lampada.
Andando via da Pamukkale abbiamo inserito Buldan, perché qualcuno ne ha parlato a qualcuno, che ha verificato  che ad insaputa della guida ci troviamo nell'epicentro del'industria tessile, dove si produce molto di quello che troviamo nei bazar delle città turistiche. Ghiotta occasione di shopping da cui usciamo tutti con diversi metri quadri di tessili in formato tovaglie, pashmina, asciugamani, il meglio del meglio della nostra sosta a Pamukkale.

domenica 23 agosto 2015

Neo-colonialismo

Ad Antalya atterrano ogni anno milioni di turisti, la gran parte russi e tedeschi. Alcuni boutique hotel espongono prezzi in rubli e assumono personale che parla in russo. Lo splendido sito archeologico di Myra è preceduto da un bazar di souvenir di bassa lega, con cartelli e descrizioni in cirillico.
Kas e Kalkan sono due perle della costa, la Turchia tirata a lucido in cui aleggia il sospetto di sentirsi un po troppo a proprio agio, circondati da riferimenti familiari nelle botteghe di tessuti e pelletterie, dagli artigiani delle ceramiche, nei negozietti di scarpe, nei deliziosi caffè su per i vicoletti scoscesi sul porto. 

I ristoratori parlano inglese, nei menu compaiono voci dimenticate nelle settimane in regime esclusivo di kebap e coban salad, tornano salsine, cremine, dolci e selezione di vini.
Oludeniz ha un'offerta turistica  molto più popolare, sistemazioni stile motel  sulla strada principale tutte dotate di piscina  e ristoranti chiassosi e senz'anima nel borgo sul mare. Un posto decisamente da evitare, se non si affacciasse su una laguna stupenda con il Babadag che incombe alle spalle e non fosse la base perfetta per arrivare a Kabak e Faralya, e naturalmente meta imprescindibile per gli amanti del paraglider.
A Dalaman, arrivano voli da praticamente ogni città del Regno Unito: Birmingham, Bristol, Belfast, Bornemouth, Bradford (Leeds) per citare solo quelli con la B.
L'Orca Residence tappezza la statale di cartelloni pubblicitari nei quali offre soluzioni immobiliari in vendita di ogni taglio e comfort, prezzi in pound. I locali la sera offrono intrattenimento su misura, cantanti madrelingua che negli interludi si lanciano un lunghi monologhi per intrattenere il pubblico sveglio tragiardando la mezanottee0, facevo fatica anche io a stargli dietro manco fossi ad una teleconferenza con Telespazio UK.
Creare presidi in terra straniera per sfruttare al meglio le risorse naturali, paesaggistiche e crearci intorno un'economia è una cosa sempre esistita nella storia e si chiama colonialismo, pratica che a noi italiani è sempre venuta malino, cosa che mi fa molto rosicare specie da quando ho scoperto che abbiamo avuto Antalya per qualche minuto tra la prima e la seconda guerra mondiale.
Creare presidi in località marittime in terra straniera è una cosa che l'Italia può permettersi di non fare, o fare in modo limitato nei dintorni di Sharm, Malindi  e forse pure a Bodrum tanto per restare qui vicino.
Mentre il mondo continua ad essere pieno di neo-coloni che cercano massicce dosi di rassicurazioni nella ricerca di esotismo - se parli la mia lingua e prepari il mio cibo non ti temo e posso anche affrontare un volo di due ore per farmi il bagno dalla tua parte del mio mare - noi continuiamo a non sentirci mai appagati nella ricerca di diversità, vincolati alla scelta di voli intercontinentali, condannati alla ricerca di sentieri meno battuti, costretti alla temporanea perdita di riferimenti.
Ci piace tornare ma non vorremmo mai smettere di viaggiare e gia sulla strada di casa pensiamo al prossimo itinerario...

Destrutturazione

Ovvero le sane abitudini che lentamente abbandoniamo nella transizione da persone perbene a viaggiatori sciattoni.

Usare i dischetti struccanti, abbinare la collana al vestito, usare la matita per gli occhi, lavare i capelli almeno ogni due giorni, usare il balsamo, sciacquare almeno i capelli con acqua dolce la sera, rimettere lo smalto trasparente alle mani quando si rovina, fare tutti la doccia prima di cena, leggere un libro sulla spiaggia, leggere un libro in generale, leggere almeno Internazionale, lavarsi le mani, lavare la frutta, usare la spazzola per sistemare i capelli dopo averli lavati, accertarsi che i bambini facciano pasti completi, vietare ai bambini le bevande gassate, le caramelle, più di un gelato al giorno, l'ipad,  le patatine fritte, il ketchup, troppe Pringles, far lavare i denti ai bambini prima che vadano a dormire, avere le gambe depilate, cenare prima delle 22:00, indossare le scarpe nelle camere in albergo, indossare una maglietta pulita, mettere ogni tanto una gonna, assicurarsi che i bambini non schiamazzino, non tocchino oggetti nei negozi, non rompano oggetti nei negozi, non infastidiscono le persone sui mezzi pubblici, non provochino tsunami nelle piscine degli alberghi, non danneggino opere d'arte, non sottraggono elementi preziosi ai paesaggi naturali, mettere la crema sulle mani, guardarsi allo specchio prima di uscire, assumere una posizione composta in macchina, non sbriciolare in macchina, non lasciare rifiuti in macchina, fare pulizia nella memoria della macchina fotografica, controllare ogni tanto la posta aziendale.

sabato 22 agosto 2015

Breath-taking to Kabak, twisting to Faralya

Sono cresciuta su una spiaggia attrezzata, del genere sabbia finissima e chiara, ininterrotta per km tra Mestre e il Gargano, mare calmo, fondale basso, acque tiepide.
Le file di ombrelloni sono la mia geografia di riferimento, il tabellone dei gelati è parte integrante del paesaggio, cono o cremino il più arduo dilemma quotidiano, ruotare il lettino per seguire il sole l'attività più faticosa.
Sono tanto fortunata da poter villeggiare su una spiaggia adriatica tutti i week end a partire da quando il meteo lo consente, e i bambini ancora di più perché possono trascorrere buona parte delle loro vacanze in modo semi destrutturato abbandonando scarpe e abiti urbani e pascolando tra casa spiaggia e gelateria al di là della strada.
Ora, anche se mi è chiaro che Francavilla non è esaustiva in merito di spiagge che vale la pena vivere, è altrettanto comprensibile che le liturgie marinare fatte di costume braccioli telo bagno pranzo caffè spaghetto allo scoglio gelato doccia vestitino e struscio alla rotonda non possono far parte di un mio piano ideale di viaggio e neanche di un second best.
Fuori dall'Italia tutto quanto è più confortevole di Laguna Blu o Lost mi fa sentire ordinaria, e il mio livello di soddisfazione in una giornata di mare è proporzionale al mazzo che mi sono fatta per raggiungere il luogo di spiaggiamento, meglio ancora se in presenza di un moderato disagio, diciamo va bene la scarsità di ombra se ci sono bagni e possibilmente rivendite di alcolici.
Tra le più gettonate nella porzione di costa tra Antalya e Fethiye compare Patara, una lunghissima e incontaminata duna sabbiosa che termina con un promontorio, sintesi perfetta di Capocotta e Sabaudia, il cui più grande pregio per una abituata a pascolare sull'adriatico è il tramonto sul mare, raro da queste parti tanto quanto la spiaggia sabbiosa.
Galleggiando (come direbbe Flavio) su Google Earth e interpolando le recensioni su guida e web si finisce quasi inevitabilmente a Kaputas Plaji, una discesa di più di un centinaio di scalini a picco nel tratto di statale tra Kas e Kalkan e un'acqua dal colore celeste quasi irreale. Bella senz'anima, ottima per trascorrere una giornata languida tra lettino e immersioni nella risacca.
Parimerito tra le spiagge facili c'è Iztuzu, del genere sabbioso con laguna alle spalle e centro di recupero per la tartaruga Carretta annesso,  la cosa più bella è passeggiare sulla lunga striscia di sabbia lasciandosi alle spalle la piccola porzione attrezzata con ombrelloni e sentirsi soli nel mondo in una natura intatta.
Sono abbastanza convinta che se si ripetesse un numero sufficiente di volte la ricerca su Google delle 10 spiagge più belle della Turchia, si riuscirebbe ad ottenere anche Francavilla tra i risultati, però ad esempio di Kabak la Lonely dice "A pochi chilometri da Oludeniz e anni luce da tutto il resto", si poteva non raccogliere la sfida?
Entrambe le spiagge hanno la caratteristica di essere scarsamente accessibili via terra, e questo le conserva in un bell'isolamento filtrando il turismo più intensivo della zona, che per lo più è fatto di famiglie da motel con piscina, poco trasportabili in Lagune Blu e spiagge Lost.
Il fatto è che noi siamo appunto due famiglie e pure numerosette, e pure noi soggiorniamo in un motel con piscina,  ma sentendoci molto più fighi del resto del mondo abbiamo affrontato in macchina la salita mozzafiato per scavalcare il Babadag e arrivare al parcheggio oltre il quale la cosa non è più fattibile per le persone normali e serve un pulmino zonzo, datato, omologato per 8 e guidato da un tizio dall'aria torva, per trasportare il doppio almeno delle persone giù per una discesa a picco che in pochi minuti e qualche tornante riazzera la quota slm restituendoci la speranza di un domani: Kabak.
Il sospetto che si trattasse di un posto molto freak del tipo radical chic c'era fin dall'inizio, per il fatto che una ricerca di alloggi nella zona restituisce solo campeggi con nomi tipo Shiva o Shambala, dove la proposta di intrattenimento principale è la meditazione e lo yoga tra gli ulivi.
Di fatto la baia è una vera meraviglia, fotogenica da morire come solo le pinete sulle montagne con scogliere esposte suppergiu ad ovest su ciottoli chiari sanno essere, quel mix di colori da cartolina come ce ne sono pochi in giro  (un po anche a Pescara, ma poco e poi li manca il tramonto sul mare).

Alle spalle della spiaggia c'è quello che tutti noi sognamo, un ristorante con  erba e piscina un po rialzata che si vede la baia, che serve birra Efes ghiacciata e fa insalate da urlo con un sacco di hot spot wifi che ti puoi svaccare a leggerti pure le mail di lavoro toccando il cielo con un dito.
Dalle 18:00 in poi l'età media era più vicina a quella dei bambini che degli adulti, il numero di tatuaggi impressionante e noi eravamo tristemente gli unici davvero sobri.
Kabak è bellissima, ci riandrei mille volte affrontando tutte le curve necessarie, faccia a faccia con gli strapiombi senza perdere la dignità, ma andiamo invece ora a Faralya.
Stessa direzione di Kabak, un paio di insenature prima, è la spiaggia su cui termina la Valle delle Farfalle, un trekking particolarmente difficile a causa della pendenza e non da tutti, e comunque non da noi, che come quasi tutti quelli che raggiungono Faralya lo facciamo via mare con un battello che parte dalla spiaggia di Oludeniz.
Quello che non è chiaro dalle guide è che per arrivare a Faralya si deve vivere l'avventura del Titanic, affrontando una passerella tipo tagata per salire a bordo e poi una mezz'ora di onda lunga laterale che arrotola stomachi e fa fare grandi consuntivi sul tempo trascorso in questo mondo.
Faralya è bellissima anche lei, di una bellezza meno radical e più selvaggia. Il campeggio qui è una cosa minimal davvero, non i bungalow accessoriati di legno profumoso di Kabak. Qui al massimo ti puoi conquistare un igloo di mezzo metro cubo o una baracca improbabile che io preferirei millemila volte dormire sotto le stelle.
Si può passeggiare risalendo la valle delle farfalle a ritroso, e noi ne abbiamo percorso giusto un pezzetto, ma la cosa davvero bella da fare è il bagno in questa cornice drammaticamente rocciosa controllando il mare e pregando che non si alzi troppo per l'ora del rientro.
Due giorni all'insegna delle emozioni, felici di non aver ceduto alle lusinghe della lunga (e anche bella) spiaggia di Oludeniz, a passare il tempo come birdwatcher a guardare le decine di paragliders che a tutte le ore volteggiano e planano e atterrano sul lungomare.

venerdì 21 agosto 2015

Nuovo Calcolo Itinerario

Una sera di Novembre 2014, davanti ad un bicchiere di vino in un pub di Heidelberg (DE), Katia ed io abbiamo buttato giù un'idea di viaggio per l'estate 2015. Si trattava di trascorrere tre settimane a New York (NY), prendendo in affitto un appartamento a Manhattan o meglio a Brooklyn, e poi fare una vIta da veri newyorkesi, corsetta a Central Park la mattina presto, acquisto giornale, coffee takeaway sulla via del ritorno a casa, colazione in famiglia, spesa, shopping, cucina, pranzo.
Naturalmente avremmo usato parte del tempo per visitare la  città e i dintorni, io da sempre vorrei andare a vedere sto cazz di Capo Cod che imperversa in tanti romanzi americani, e il traghetto per Ellis Island, e il tunnel per il New Jersey.
La sera ci saremmo dati il cambio a stare con i bambini per poter andare a Broadway perché io da sempre voglio vedere tutti i musical in scena, o al cinema.
Per i bambini avremmo trovato una scuola, così ce li saremmo riportati indietro a casa naturalizzati e madrelingua, sentendoci molto genitori perfetti per aver concepito una simile pensata.
Anche Tommaso, che era lì quella sera, si sarebbe unito assieme ad Andrea, e infatti nei nostri piani c'era quello di prendere una casa grande per poter ospitare gli amici che si sarebbero avvicendati a trovarci nel nostro lungo soggiorno newyorkese.
Evidentemente qualcosa non deve essere andato secondo i nostri piani se stasera mi trovo in una bella casa nella bella cittadina di Kalkan, sulla costa mediterranea occidentale della Turchia, a due terzi di un viaggio che ci ha portato in giro per l'Anatolia centrale e poi giù sulla costa turchese, a riprogettare la restante parte di un itinerario che ci riportera ad Istanbul il 29 Agosto, giorno in cui è previsto il nostro volo di rientro a Roma.
Una sera di fine Marzo, stanchi di monitorare i prezzi dei voli su destinazioni USA che non raggiungevano mai il prezzo per noi fattibile, abbiamo fatto una specie di giro del mondo attraversando varie possibilità, per un attimo abbiamo anche sorvolato la Scandinavia ma poi c'è stata una deviazione a sud est e una sera di fine Aprile abbiamo perfezionato 9 prenotazioni sui voli della Turkish per Istanbul, un partenza il 9 e il 29 Agosto.
Se stasera mi trovo qui è dunque a causa di un cambio di itinerario, suggerito dall'idea che la Turchia sia quasi un obbligo per noi che abbiamo  una bella parte delle nostre radici nel Mediterraneo, e anche perché tutti quelli che l'hanno visitata ne portano ricordi forti e racconti entusiasti,  perché avevamo bisogno di un progetto di viaggio per superare le ultime battute dell'inverno e perché la Turkish Airlines ha una buona tariffa su Istanbul Sabhia Gokcen, nella parte asiatica, rampa di lancio per un giro verso est tutto da immaginare.
Una sera di Luglio sulla terrazza di Katia e Pasquale è nata la versione beta del nostro itinerario turco,  un cerchio antiorario che passa per la Cappadocia, volta a sud passando per il lago di Egidir e Pamukkale per arrivare sulla costa turchese a Kas e percorrere un pezzo di via Licia verso ovest e risalire ad Efeso per fermarsi qualche giorno sull'isola di Bozcaada.
Credo che per quanto si possa studiare un percorso prima della partenza ci siano dei processi incrementali che si consumano sul posto, viaggiando: un highlight della guida che non avevamo notato leggendolo sprofondati sul divano di casa ma che magicamente si accende perché riflette un'esperienza fatta sul posto, una trafiletto nascosto in fondo a una pagina di Meridiani o il consiglio del solito viaggiatore loquace che fa il giro inverso al tuo e ha già visitato luoghi sul tuo cammino.
Cambiare idea durante un viaggio è un processo che passa attraverso la demolizione di un programma,  e quindi è difficile perché tendiamo ad affezionarci alle idee e ingessare i programmi di viaggio prenotando alberghi o trasporti interni.
Qui non abbiamo avuto bisogno di trasporti interni perché abbiamo noleggiato un'auto, e nell'epoca del wifi anche un gruppo della numerosità del nostro riesce a trovare alloggi il giorno precedente all'arrivo in una nuova destinazione. L'unico ostacolo ai cambi di idea resta la resistenza a cambiare idea, ma a nessuno interessava resistere ad un cambiamento e anzi tutti abbiamo lavorato insieme sul Nuovo Calcolo Itinerario, ricollocando luoghi e riassegnando tempi.
Grazie al cambiamento di idea il nostro viaggio si è impoverito di un po di mare e arricchito di due città. Cambiare idea ci ha portato ad Antalya e ci riporterà per la terza volta a Istanbul, dove arriveremo via mare imbarcandoci a Bursa o Bandirma, ed io sono molto contenta perché mi piace sempre trovarmi in una nuova città, le città attraggono e respingono, ti consumano mentre le conquisti ma sono generose e ricambiano quasi sempre la fatica lasciandoti un bel ricordo e il desiderio di tornare.
Felice tornerò dunque a Istanbul, stavolta attraversando il Bosforo con il senso di compiutezza di ritrovarla dopo avere attraversato alcuni dei tanti strati che compongono la storia di questa terra.


domenica 16 agosto 2015

Parco a tema Cappadocia

Goreme sta ai camini delle fate come Siaem Rep sta alle rovine di Angkor come Thamel sta a Katmandu come Sultanamet sta a Istanbul:
accesso facilitato alle attrazioni di fama globale che muovono la gente tra i continenti, babele di lingue nei negozietti di souvenir e di cibi nei ristoranti, bazar per il viaggiatore che a fine giornata vuole togliersi di dosso la polvere e il fango e abbandonarsi in un vestito pulito a qualche intrattenimento vagamente esotico e a buon mercato.
Mi prende sempre una reazione di sussiego e snobismo quando approdo in uno di questi parchi a tema e faccio la distaccata mentre ln realtà con voyeurismo cerco di indovinare le storie delle persone o di capire quali sono le situazioni fighe da non perdere.
Qui tutto inizia la mattina prestissimo, prima dell'alba quando il suono dell'aria scaldata dalle fornaci delle mongolfiere riempie l'aria e i  palloni colorati riempiono il cielo, spettacolo surreale. 

Noi abbiamo esitato tanto quanto è bastato per perdere la possibilità di salire a bordo, ma alla fine nessuno era veramente dispiacuto e abbiamo scelto di assistere allo spettacolo da terra. Se arrivi al viewpoint di Goreme quando ancora è buio senti una bella vibrazione, ti incanti a guardare i fuochi delle fornaci e la bellezza lunare del paesaggio e solo quando la luce del giorno avanza ti accorgi che tante altre ombre si sono aggiunte alla tua e che sei parte di una piccola folla.

A colazione si consuma il rituale dei racconti dei mattinieri e si stendono programmi per la giornata, mentre si continua a versare chay, languidi di fronte a un  panorama che è bellissimo da ciascuno dei tanti alberghi di questa cittadina incantata, e poi a bordo dei rispettivi mezzi di locomozione animati o inanimati, quad automobili cavalli o dromedari, si inseguono le proprie giornate. La Cappadocia è generosa di un paio di cose in particolare: chiese rupestri e paesaggi. Le prime esercitano un grande fascino sui bambini che si sentono molto Indiana Johns a infilarsi in tutte le caverne, ma ecco, diciamo che si tratta pur sempre di buchi tutti piuttosto simili fra loro, evitabili dal decimo in poi.
I secondi sono i miei preferiti perché a camminare nelle valli lo spettacolo è dietro ogni svolta,  e Goreme è un po il baricentro di una serie di possibilità interessanti, alcune a pochi minuti di auto e altre, come la valle di Ilhara, con un raggio un po più lungo, ma in ogni caso è solo allontanandosi da qui che si entra davvero in partita, perché per avvicinarsi all'essenza di un luogo tocca impolverarsi, sudare, avere sete, stancarsi e insomma, tocca soffrire. 



Non ho amato l'open air museum perché è troppo attaccato alla periferia dei negozi di souvenir e sotto tiro dei pullman da gita di un giorno mongolfiera-buchi-souvenir-foto al tramonto, e perché alla fine della fiera sono tanti buchi tutti uguali.
Amore a prima vista con Uchisar, ti ci trovi improvvisamente dentro dopo essersi lasciato alle spalle 6 ore di altopiano anatolIco praticamente desertico, e la percorri planando a spirale lungo il perimetro esterno mentre davanti si manifesta all'improvviso lo spettacolo geologico della Cappadocia, un corale wow ha attraversato le rambo-radioline di Katia che collegano le nostre automobili da quando siamo partiti.
Il tramonto dalla cima del castello di Uchisar è molto romantico  ma in generale è difficile resistere al fascino dei tramonti da queste parti, con il caldo che rallenta la presa, la luce che vira sui toni caldi, la promessa di una Efes ghiacciata e una torre-di-muezzino che intona la colonna sonora.

Ottimo feeling con Avanos, un po fuori dalle rotte più battute, ci abbiamo trovato un bel bar sul fiume per fare il pieno chi di chay, chi di caffè turco, chi di limonata e chi di coca cola secondo età e gusti. Ci abbiamo trovato anche ceramiche non banali in una bottega di un artista  nella città vecchia che accanto ai suoi lavori aveva appesa alla parete una poesia di Ikhmet.
A Urgup abbiamo trovato due serate, una serena e una piovosa, due tramonti, il belvedere, il tramonto dal belvedere, un ristorante in cui troppo tardi abbiamo realizzato che non aveva la licenza per gli alcolici e un ristorante un po improbabile nel quale alcuni di noi hanno dovuto vincere più di qualche resistenza ma che in compenso aveva la Efes.
Lascio la Cappadocia senza rimpianti, ci siamo volute bene, rifarei tutto uguale compresa la scelta di piantare il campo base a Goreme, ché alla fine il senso di appartenenza alla tribu dei viaggiatori è la cosa più sensata da provare, essendone in effetti parte, e poi mi sento pure un po noiosa a fare sempre la solita snob.

sabato 15 agosto 2015

Con gli occhi di un bambino. Anzi 7.

Mentre cercavamo l'ufficio dell'autonoleggio e seminavamo valige coccodrilliche all'aeroporto di Istanbul, Flavio mi chiedeva se fossero dei ninja quelle creature vestite di nero, con la testa e il volto coperto fatta eccezione di una sottile fessura all'altezza degli occhi.
Daniele e Lorenzo vivono con grande solennità il cerimoniale della preparazione del chai, versano il liquido caldo nel bicchierino di vetro, lo diluiscono con l'acqua, sciolgono le zollette di zucchero e soprattutto colgono ogni occasione possibile per prendersi una pausa e sorseggiare te assieme su un divano.
Daniele è pigro e adora attardarsi nel letto e non voleva alzarsi quando l'ho chiamato alle 5 del mattino per uscire e vedere l'alba e le 100 e più  mongolfiere che prendevano il volo dal viewpoint più suggestivo di Goreme. Poi però ha adorato vedere il sole sorgere e ha detto che vuole vederlo tutti i giorni. Io gli ho detto di non contare su di me, che sarò sempre contenta di accompagnarlo a vedere i tramonti ma non c'è modo migliore di trascorrere l'ora dell'alba che a letto, dormendo.

Quando siamo rientrati quella mattina in albergo alle 6:30, con il cielo ancora pieno di mongolfiere e il sole alto ci siamo messi a letto a dormire e svegliati molto più tardi per la colazione. Ho pensato a quanto sia stato prezioso e salvaguardato il loro sonno negli anni passai e realizzato ancora una volta che sono cresciuti.
Quando passeggiamo la sera prima di cena e dai minareti si sentono le preghiere diffondersi Flavio dice: ecco il muezzino!
A Lolli piace camminare e macina km sotto il sole cocente chiacchierando della qualunque, di geografia, geologia, storia dei popoli. Flavio è un campione sulle scale, ha scalato il castello di Uchisar di corsa per non perdere il tramonto dandomi la mano per farsi aiutare, e io non ho avuto il coraggio di dirgli di rallentare, che non ce la facevo a stargli dietro, ho vigliaccamente finto condiscendenza quando mi ha chiesto lui di riposare un minuto. Dopo aver camminato tutto il giorno nella gola della valle di Ilhara e aver superato il dislivello di 360 scalini per raggiungere il visitor's centre aveva ancora energia di attraversare di corsa il piazzale per venirmi incontro a braccia aperte.
Daniele è il bambino invisibile, silenzioso, bravo e ragionevole. É quasi evanescente, non occupa spazio, non consuma le scarpe in cui cammina e non guasta il letto in cui dorme, quando si cammina per strada con lui capita di perderlo perché finisce nell'angolo morto del campo visivo.  A volte cerca di farsi largo e chiede un momento esclusivo per lui, un percorso da fare da soli, la passeggiata per andare a prendere la macchina al parcheggio della città vecchia di Urgup. Salvo dopo pochi minuti scoprirsi stanco e iniziare a chiedere "ma quanto manca?"
Lolli come me indugia nella malinconia ed è dispiaciuto la mattina che lasciamo Goreme per proseguire nel nostro itinerario. Flavio insiste per comprare un modellino di mongolfiera da portare alla nonna al cimitero.

Ho incubato il desiderio di maternità in India nel 2005. Durante il mese trascorso tra Rajhastan e Nepal ho sentito una specie di mancanza e l'ho associata al bisogno di condividere la scoperta del mondo con qualcuno che mi fosse vicino, moltiplicare i punti di vista per completare e prolungare i mie ricordi.
Oggi viaggiamo con una combriccola che nei momenti di picco conta 7 minori di età compresa tra 4 e 9 anni. Adrenalina pura che si sprigiona incurante delle condizione esterne, tra rincorse per giocare ad acchiappa-fulmine nell grande piazza di Urgup dopo una giornata trascorsa camminando tra polvere e sudore, partite a giochi imvemtati col pallone sotto il sole allo zenit dell'ora di pranzo più calda della nostra permanenza in Cappadocia, nella valle dell'amore, biscotti spartiti e Pringles condivise, litigi e riappacificazioni e grandi amori come se ci si conoscesse da sempre.
A me i bambini nonostante tutto piacciono un po meno del giusto, e 10 anni fa non avrei scommesso sulla numerositá e sul rapporto adulti/minori di Turchia 2015. Eppure a confrontare il desiderio concepito in India con la fotografia di oggi in fondo c'è da riconoscere che si è remato nella giusta direzione e che assieme a tutto il resto la compagnia si è arricchita di tre promettenti compagni di viaggio.


mercoledì 12 agosto 2015

Quello chè c'è in mezzo

Se è vero quello che dice papà, che un viaggio inizia quando si fanno i bagagli e si carica la macchina, allora è ancora più vero che contano anche le tratte di spostamento da una meta alla successiva, pure quelle che sulla carta sono solo tanti chilometri, molte ore e un non luogo per fermarsi a dormire.
Quello che c'è tra Istanbul e Goreme sono le 7 ore di guida promesse da Google maps e la pianura quasi desertica dell'Anatolia centrale, che noi abbiamo spezzato in due tappe avanzando un paio d'ore la sera del nostro arrivo per raggiungere un motel sull'autostrada a Bolu,  in corrispondenza di un grande outlet stile Castelromano ma molto turco nei suoi brand ignoti, sbiaditi e sintetici.
Capitolo curiosamente mancate nella Lonely Planet, questa direttrice battuta da più di qualche viaggiatore low cost in transito da Istanbul alla Cappadocia può sfuggire all'anonimato delle tratte di spostamento ed ambire ad occupare un posto dignitoso nel nostro itinerario.
Abbiamo cenato a Duzce per nessuna ragione particolare se non che fosse l'unico luogo sulla mappa che somigliasse ad una città, e che la intercettassimo con una breve deviazione dal nostro cammino per Bolu, proprio all'ora di cena. Duzce non è neanche contemplata sulle guide e forse non ha una sua pagina su Wikipedia, ma noi ci abbiamo trovato diverse locande, un mc donald's, e una vivace serata domenicale.
Quello che c'è tra l'arrivo e i primissimi giorni in un nuovo luogo è l'abbandono graduale dei riferimenti consueti, trovarsi gradualmente disponibili ad abbattere qualche muretto e lasciarsi andare ai nuovi tempi, modi, abitudini, cibi. A Duzce abbiamo affrontato un menu privo di riferimenti anche linguistici e ci siamo dovuti fidare di qualche figura accanto a nomi misteriosi che non assomigliavano a niente di noto.
Abbiamo reimparato in pochi istanti il più efficace dei linguaggi, quello dei gesti, che parla una lingua universale e salva quotidiamente milioni di vite, tra cui quella del viaggiatore sprovveduto che non ha studiato i rudimenti per la sopravvivenza in terra straniera. Abbiamo intuito che gli alcolici nei ristoranti non sono da darsi per scontati, che il pasto ruota intorno ad una qualche incarnazione di kebap, che c'è un pane buonissimo e che non impareremo mai la parola  "grazie"perché ha un suono impossibile da ricordare.
A Bolu non siamo neanche arrivati perché abbiamo preferito dormire in un motel sull'autostrada proprio all'ingresso dell'outlet. Qui abbiamo iniziato a orientarci nel buffet della magnifica colazione turca, fatta di miele, marmellate, formaggi, frutta, olive, uova e te.
In mezzo all'Anatolia centrale, tra Bolu e la nostra meta finale, c'è un lago salato che si chiama Tuz Golu. La distesa di sale è talmente vasta e bianca che risalta nitida anche sull'immagine del satellite, una  grande macchia bianca nel bel mezzo della Turchia, che ci si chiede come mai la guIda non gli dedichi non dico un riquadro blu highlight ma almeno un trafiletto.

Qui abbiamo incontrato la nostra prima sposa turca, che assieme ad un piccolo cast recitava le pose per il suo servizio fotografico. Abbiamo percorso parte della riva ovest del Tuz Golu in direzione sud in direzione Aksaray, e abbiamo incontrato un luogo di ristoro per consumare una specie di pranzo/merenda a base di pane e formaggio rimediati in giro e spremuta di arancia fresca buonissima. Cè anche una rivendita di beni ricavati intorno al concetto del sale: cristalli, lampade, sculture e cosmetici anti-età, anti-pancia, anti-rughe, scrub scorticanti ed essenze variegate.

Al capitolo mancante della Lonely va poi aggiunto il caravanserraglio di Agzikarahan, proprio di strada viaggiando tra il Tuz Golu e Aksaray, molto evocativo al pensiero dei tanti viaggiatori che nei secoli vi hanno trovato ristoro in chissà quali avventurosi destini, isolato e silenzioso e pure fotogenico. Ci abbiamo tradotto una mezz'ora chi sfidando le proprie fobie arrampicandosi sula torre centrale in caduta libera e chi raccogliendo e torturando coccinelle.

Grande assente nella Lonely e recuperata per caso sul numero monografico di Meridiani sulla Turchia la moschea di Esferoglu a Beysheir, deviazione minima e più che valevole sulla direttrice Aksaray/Antalya. Ci ha attratti perché c'eravamo una sosta in mezzo ad una giornata di viaggio impegnativa, un posto per lasciarè sciolti i bambini un paio d'ore prima di impazzire in macchina vittime di un accumulo eccessivo di energia inesplosa.
A Beysheir abbiamo ritrovato il rituale delle abluzioni prima dell'ingresso al tempio, le signore che ci hanno prestato i fazzoletti per coprirci la testa e le gambe, i bellissimi interni in  legno della moschea, un incredibile temporale con la pioggia a vento che ci ha inzuppati e soprattutto abbiamo trovato Atik, il ristorante di pesce sul lago che tutti  sognavano e una tregua a base di trota e carpa dal kebap quotidiano.