La percezione della Cina da parte degli Europei rischia di essere talmente politicamente scorretta da doverne censurare almeno la metà degli aspetti, prima di poterne scriverne qualcosa.Pechino dal vivo conferma alcuni luoghi comuni e ne sconferma altri, e inoltre, come è normale che sia e come capita frequentemente alle grandi città, riserva il meglio del suo fascino a chi è disposto a lasciarsene affascinare.I cinesi di Pechino sono profondamente irritanti perchè non parlano l'inglese. Non solo non parlano l'inglese, ma si sforzano pochissimo di trovare un linguaggio comune e sembrano avere l'aria di biasimarci perchè NOI non parliamo cinese. Dal punto di vista geopolitico ha del senso, chi cazzo siamo noi due gatti per chiedere a loro di parlare una lingua Europea? Dal punto di vista di chi deve prendere un taxi però è profondamente frustrante.Sul tema taxi poi avrei altro da dire. Ce ne sono decine e decine, moltissimi occupati (da cinesi). Anche quelli liberi non sembrano morire dalla voglia di caricarti a bordo e spesso ti passano oltre senza riguardo alla tua disperazione di turista sola e sperduta. Grrr.Una volta a bordo è totalmente fuori discussione ogni forma di conversazione ovviamente, da dimenticare dunque non solo la classica chiacchierata sul tempo, il calcio e Berlusconi (e questo va bene) ma anche dettagli sulle aspettative di raggiungimento dell'aeroporto in caso di ingorgo.I cinesi a Pechino non hanno un buon odore. ecco l'ho detta, la cosa più scorretta di tutte. In ogni caso traspirano aglio, tanto aglio, e comunque anche la pulizia personale non sembrerebbe essere una priorità, a giudicare dall'odore. Poi i cinesi di Pechino (come gli indiani di Dehli, i birmani di Yangoon etc) espettorano in continuazione. per strada e in macchina, una vera tortura da sentirsi e da vedersi.I cinesi di Pechino devono amare molto camminare, o comunque devono esserci molto abituati. A me camminare piace, ma a volte mi sono sentita nel mezzo di una maratona, per strada quando avevo bisogno di arrivare alla fine dell'isolato per raggiungere un ristorante che avevo visto passando, poi per arrivare alla metro, poi alla stazione della metro per passare dalla linea 4 alla linea 1. All'aeroporto per raggiungere il mio gate. Addirittura la National Convention entre percorrere i corridoi era una piccola performance atletica.D'altrocanto questa Cina è molto più tradizionale e molto meno dozzinale di come siamo abituati a vederla dall'interno dei bazar tutti uguali che stanno dilagando nelle nostre città, e che non hanno nessun corrispondente in Pechino.Qui c'è un kitsch molto più raffinato, fatto di oggettistica e utensileria con pupazzetti tipo manga che sembra di stare in un cartone animato. I pupazzetti sono ovunque,, sulle matite e le boccette di profumo ma anche sulle insegne pubblicitarie e sui cartelli stradali.Il cibo nei ristoranti ricalca lo schema e l'assortimento dei loro equivalenti italiani, ma la cucina qui è molto più buona, e io poi adoro il servizio asiatico, che non rispetta di certo le regole delle nostre scuole alberghiere ma è intriso di una tradizionale riverenza per l'ospite, cui il cibo viene servito già tagliato in piccoli bocconi a prova di bacchetta anche per i bambini (e per i turisti meno esperti), il denaro si porge con due mani.Ci sono anche ottimi cibi che possono essere acquistati in strada con una spesa irrisoria. Io ho avuto modo di provare dei dolcetti tipo muffin morbissimi e deliziosi, e dei paninetti al sesamo croccanti e profumatissimi.La città può essere grigia, ma nei miei due giorni dole il cielo era terso e la mia impressione è che l'inquinamento, il livello di rumore e il traffico di Piazzale Morelli restano insuperati in qualsiasi grande incrocio pechinese.Ci sono aspetti della municipalità che devono farci riflettere, noi romani compiaciut della nostra occidentalità e sempre vagamente condiscendenti verso tutto ciò che sta ad est dei nostri pregiudizi. La metropolitana a Pechino è meglio di quella di Roma, ad esempio. E si sa che ci vuole poco, ma forse non si sa che Pechino ha 5 linee metropiltane che sembrano funzionare bene per quel poco che le ho frequentate. I binari sono protetti da pannelli di resina che si aprono in corrispondenza delle porte del treno, una volta che questo si ferma in stazione. E quando non ci sono i pannelli c'è la solita miliziana (ogni pubblico impiegato ha un'aria marziale qui) che mette in fila tutti simulando l'esistenza del pannello.Non ci sono scritte sui muri a Pechino, e dove non c'è un forte odore di fogna (credo, non sono riuscita a capire che odore sia) la città è pulita perchè ci sono sempre varie figure che passano a raccogliere eventuali rifiuti lasciati in giro. Le signore del Convention Centre entravano mi seguivano in bagno con i loro strumenti del mestiere in un bel cesto di vimini, per cancellare ogni traccia del mio passaggio in diretta.Mi è piaciuto stare qui, mi sono sentita accolta da questa città, considero questa parentesi un buon modo di riprendere i contatti, abbiamo un paio almeno di partite aperta Pechino ed io, tornerò, la prossima volta in buona compagnia.
lunedì 23 settembre 2013
sabato 21 settembre 2013
Lonely tourist
Ho sempre pensato che non mi sarei sentita a mio agio a viaggiare da sola. Non soltanto temevo le scelte cruciali, di direzioni, di strade e mezzi di trasporto, ma anche mi immaginavo una mestizia da assenza di compagnia, pensavo di mal sopportarla e che alla fine della fiera mi avrebbe guastato il gusto del viaggio.E invece fin dal check in a Fiumicino ho cominciato a sentirmi un po più leggera, e man mano che le ore passavano era come se mi stessi liberando di una zavorra. Alla conferenza ho conosciuto persone potenzialmente frequentabili per un paio di serate, eppure non ho sentito il bisogno di fare cricca, anzi appena possibile mi sono defilata.Mi sento al contempo compiaciuta per come mi sto godendo questa indipendenza, e un po spaventata per il deterioramento della mia vena sociale.La verità, applicando un po di indulgenza verso me stessa, é che io sono sempre circondata da troppe persone, troppe domande, troppe esigenze ed urgenze, troppe voci e rumori. Sempre, tutti i giorni e tutte le ore io sto facendo qualcosa per far quadrare la mia giornata o sto pensando intensamente alla migliore concatenazione di cose per far quadrare la mia giornata.Il tempo di cui sto disponendo qui è come un dono, una possibilità che non avevo capito all'inizio ma che mi ę chiarissima adesso, mi sento euforica ogni volta che realizzo di non dover fare i conti con nulla e patteggiare con nessuno se decido di infilarmi in un caffè di un cortile in un hutong in cui sono capitata per caso perché avevo una meta e poi ci ho ripensato.E mentre indugio sul profumo del jasmine tea mi accorgo che ci sono degli occidentali al tavolo vicino il mio, di quelli che non sopporto, i quarantenni superalternativi e apparentemente molto inseriti, che chiacchierano con malcelata condiscendenza con la gente del luogo e si sentono tanto backapcker senza frontiere e senza barriere, peccato che scelgano sempre posti leccatissimi, dove la Cina (ma si applica ad ogni luogo) si é data una ripulita e un'addobbata per piacere esattamente a turisti come loro.Quando invece ti mescoli tra la gente nei posti veri non li vedi questi turisti, perché loro si fidano solo della Lonely Planet e dunque li troverai sempre e soltanto nel locale a pagina 45 o nella locanda del capitolo 8.Va anche detto che il carattere fenologico occidentale qui è parecchio disperso a prescindere dalla numerosità dei turisti presenti. Ho incontrato un significativo numero di turisti europei o nordamericani soltanto al Lama Temple, e comunque pochi, e comunque non appena si esce da un luogo di accumulo ci si duluisce noialtri, con l'inesorabilità di una goccia di inchiostro nell'oceano. Loro sono davvero troppi.Ecco , sono ormai entrata nella seconda metà della mia domenica pechinese, domani mattina si riparte e dunque non mi resta molto tempo, devo fare delle scelte e visto che sono sola e non devo discuterne con nessuno decido in autonomia che NON visiterò la Città Proibita, ecco, e visto che sono pur sempre piena di legami, anche se per ora tutti dall'altra parte del pianeta terra, sento già le voci di biasimo e già penso a come giustificare questa scelta sovversiva. La verità è che banalmente ho avuto voglia di non prendere un taxi stamattina, e sono andata alla fermata della metropolitana per raggiungere il Lama Temple. Poi uscita da li ho avuto voglia di camminare, e mi sono diretta verso i laghi a Shichahai per nessuna ragione particolare, solo perché da lì poi avrei deciso se tirare verso la Forbidden City o se lasciarmi abbordare da un risciò per un giro negli hutong e poi dedicarmi allo shopping, ho un conto in sospeso da ieri, perchè ho indugiato nell'intrico degli hutong del quartiere di Xuangwo e ho perso l'ultima ora utile per acquistare un quadro in uno dei bei negozi di materiale per la calligrafia.E' successo poi che mentre ero in modalità marcia, stavolta anche con auricolari e Ipod, sul vialone che mi serviva per raggiungere i laghi, ho notato un vicoletto pieno di gente e non me lo sono fatto sfuggire. Mi sono pure sentita in colpa perché seguendo questo impulso mi si sarebbe ristretto il campo delle scelte, o shopping o città Proibita, ma poi una forza irresistibile ha deciso al mio posto ed ę per questo che mi ritrovo in questo cortile di questo hutong con questo tea al gelsomino e a decidere cosa farò del resto del pomeriggio.L'infrequentabilità delle città alla domenica è uno dei miei cavalli di battaglia. Un turista la Domenica la teme perchè il rallentamento delle attività sociali fa subito immaginare i pranzi in famiglia che si stanno preparando dietro le porte cihiuse e che fanno arrivare in strada profumo di ragù e arrosti, mentre lui si trascina in cerca di almeno un negozietto aperto o un ristorante cui sia rimasto un tavolo, ed è pura benzina sul fuoco della nostalgia, che sempre è in agguato in qualche angolo dell'anima del viaggiatore.A Pechino questo rischio non si corre, la domenica è un casino esattamente come tutti gli altri giorni, metropolitana affolla come a Londra nell'ora di punta, cibo in strada ristoranti negozi aperti, gente affaccendata in occupazioni simili a quelle infrasettimanali, e mi confondo contenta tra le moltitudini, compro il mio dipinto e vado ad aumentare il già desolantemente alto numero di turisti al Silk Market, dove vorrei comprare tutto tutto ma è sera ormai, anche per questo, come per la Città Proibita, ci vorrà un altro viaggio.
venerdì 20 settembre 2013
Mal d'Asia
Uno degli effetti del mio mal d'Asia é che appena mi sposto oltre il meridiano di Bari mi sembra che tutto quello che mi accade sia degno di nota, che ogni cosa é speciale. E' una malattia, non prende tutti allo stesso modo, c'é chi si immalinconisce guardando il Re Leone perché sente il richiamo del continente nero da quando é stato in Tanzania con Avventure nel Mondo l'estate in cui si é lasciato con il fidanzato e poi ci sono io che sto pazientemente aspettando di avere tre bambini spannolinati prima di comprare i 5 biglietti per qualsiasi posto ad est di Bari.Parliamo del China Convention Centre? Ne parliamo? Ebbene parliamone. A Pechino tutto é immenso, anche se non sembra. Ad esempio tu punti un luogo sulla mappa e dal tassista ti fai lasciare nelle prossimità cosa fai due passi. Poi dopo 40 minuti che cammini hai due opzioni: fermi un altro taxi (andando incontro a lunghi minuti di acuta frustrazione) oppure ti lasci incuriosire da qualcos'altro e cambi destinazione (è va bene lo stesso, in fondo quando ti ri capita di avere due o tre mezzi pomeriggi a Pechino?).Cerchila direzione del Convention Centresulle indicazioni accuratamente distribuite dal buon Sergej Cernikov, e dopo aver marciato - perché in questo reticolo di vialoni a maglia perfettamente quadrata non si può solo semplicemente camminare - per 25 minuti pensi (tremando) che dovrai chiedere indicazioni, fin quando non sollevi gli occhi dalla mappa e ti trovi davanti all'edificio più immenso della storia, uno soltanto dei tantissimi corridoi di uno dei vari piani potrebbe ospitare comodamente tutte le delegazioni di politici italiani dalla costituzione della Repubblica al prossimo cinquantennio, inclusi gli infiltrati e i corrotti che nel tempo si sono infilati nei vari voli intercontinentali per scroccare l'all inclusive diplomatico, inclusi nonni, zii e cugini fino al terzo grado.Ordini anatra o agnello al ristorante e ti trovi davanti ad un piatto che sfamerebbe tranquillamente l'intera tua famiglia, incluse una quantità sconfinata di piadine a forma di ranocchio dall'aspetto prepotentemente oleoso, che si presume servano per raccogliere i pezzetti di carne dal piatto principale principale. Poi quando hai finito e pagato il conto si fa avanti un tizio che per tutta la durata della cena ha orbitato attorno al tuo tavolo con l'aria di uno apparentato con la cameriera e ti dice qualcosa in cinese che sicuramente significa "ma come? non hai mangiato niente!", indicando eloquentemente i tuoi avanzi.Ti fermi buona buona in attesa di poter attraversare un incrocio e realizzi che il semaforo temporizzato attacca un countdown di 78 secondi, tempo appena sufficiente ad attraversarne una metà scarsa affrettandoti sulla mezzeria per non fare una pessima fine.É grande Pechino, se ti perdi in uno dei tanti viali tutti uguali perché tutti perpendicolari e paralleli l'un l'altro, con le stesse scritte in caratteri cinesi rossi al neon e le stesse lanterne, una Bank of China o Bank of Bejing ad ogni incrocio, tutto ti sembra terribilmente familiare per poi rivelarsi tragicamente sconosciuto, e vuoi provare ad andare un pezzetto avanti per confrontare la realtà con i tuoi ultimi ricordi georiferiti, non puoi aspettarti di arrivare in fondo alla strada per vedere se ti sovviene qualcosa e cavarsela con 5 minuti. Con questo sistema a Pechino assieme alla cara Sandra Cabrera di Mexico City abbiamo girato un'ora in tondo, e per venirne a capo abbiamo dovuto capitolare e chiedere alla gente del luogo, con ovvie e tragiche conseguenze, le solite cose insomma, noi parliamo inglese e loro ci rispondo in cinese, poi non sanno dove è il nostro albergo e chiedono a qualcun altro in strada, oppure ci danno comunque una indicazione ma è sbagliata, oppure è giusta ma noi a quel quel punto non ci fidiamo più, e insomma, alla fine in albergo ci arriviamo tardi e la presentazione finiamo di sistemarla a notte fonda.Non ricordo molto nel dettaglio cosa diceva Terzani su Pechino, ma nella mia memoria ho stratificate immagini di immense parate ai tempi di Mao, raduni sconfinati, campagne svuotate e riversate nelle città, hutong che venivano demoliti per costruire residenze a millemila appartamenti. Insomma si riesce ad avere un'idea di come fossero un tempo utilizzati questi spazi.A questo punto, per oggi, non mi resta che un ultimo appunto. Vorrei infatti affermare che l'italiano e il cinese si assomigliano un sacco, ma proprio tanto. In Italia non ce ne accorgiamo per ovvie ragioni, loro sono di meno e noi siamo abituati a sentir parlare italiano a meno che non andiamo al ristorante sotto casa, ma qui ogni due per tre in strada mi giro stra-convinta di aver sentito qualcuno parlare in toscano, abbruzzese, barese, e invece immancabilmente si tratta di un'allegra brigada di autoctoni.Si assomigliano un sacco le nostre lingue, sul serio, provare per credere, due passi in qualsiasi hutong ne forniranno la prova provata.
giovedì 19 settembre 2013
Parentesi ad oriente
Il pensiero martellante in queste prime ore pechinesi ė sempre lo stesso: troppo tempo che manco dalle scene asiatiche, troppo tempo che non mi sento così tanto confusa e tanto fuori contesto che mi sembra che potrei svanire da un momento all'altro. Ho realizzato in poche ore, anzi in pochi istanti dopo il controllo del passaporto in aeroporto che, mi sono di sentita orfana, in questi anni, della bella sensazione di dissoluzione e di continua fascinazione Ę stato sufficiente guardare i pannelli di legno intagliato in aeroporto per sentire di nuovo il richiamo e la repulsione, jing e Jiang, profumo di cibo cucinato i n strada e odore di fogna dalle tubature, le fronde dei salici dondolate dal vento di una sera di fine estate e la negoziazione estenuante di una corsa in risciò. Essere arrivata qui da sola con un volo della China Airlines che non so neanche quanto é costato e un voucher per un albergo in cui ho un a stanza gigantesca che ridondante tutto, luci bagnoschiuma dentifrici sedie e asciugamani e pure la bilancia pesapersone, in un vago sentore di riso saltato, avere il programma di una conferenza di tre giorni e tre bambini lasciati a casa, non riduce di molto l'euforia e l'attrazione, non mi scoraggia neanche esco essere sola e con 10 ore di volo intercontinentale nel mio passato recente, esco a dare un'occhiata in giro e mappa alla mano salgo sul primo taxi.Devo quasi darmi un pizzico per credere che davvero che sono a piazza Tien en men (e mi sorprendo a pensare "ma tu guarda dove cazz mi trovo"), e passeggio al buio in un vialone solitario con questo fruscio costante di rami di salice mossi dal vento pensando che forse on dovrei andare in giro al buio in un viale solitario nei paraggi di Tien em men, e dunque mi infilo in un ristorante niente male dove ordino crispy duck e insalatina con le noci che mangio facendo volteggiare con grande destrezza le bacchette fino a raccogliere l'ultima piccola noce, ho fatto un figurone, santo ristorante cinese sotto casa e tutti i servizi di bacchette che teniamo nel cassetto.Fuori C'é una bellissima luna, e non é semplicissimo fermare un taxi, per cui mi godo lo spettacolo di tanti tantissimi cinesi armati di cavalletti che fotografano chissà perché il nostro bel satellite, con la Canon, non con un telescopio stellare, e va bene, mi convinco anche io e la fotografo con il Samsung Galaxy, vediamo chi sta messo peggio...Inizia cosa questa parentesi orientale tutta mia, vediamo cosa riesco a farne e quanto riesco a dribblare l'intenso programma di presentazioni inutili per ritagliarmi qualche ora a spasso, anteprima di un viaggio che intendo cominciare a progettare due minuti dopo il mio ritorno fra a casa fra (troppo) pochi giorni.
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