venerdì 29 giugno 2012

Una birra, per favore una birra!


Arriva sempre il momento, nel viaggio, in cui il pensiero si condensa intorno al concetto "ma come mi è venuto in mente?".
Presto o tardi questo spettro che aleggia prende forma e ti sorprendi contro la tua volontà a sentirti davvero del tutto estraneo a quanto ti circonda, struggentemente malinconico rispetto a tutte le altre scelte possibili inclusa quella di restare a casa tra i proprio affetti – che poi non è vero, gli affetti in queesti momenti di vacanza sono a loro volta altrove con ogni probabilità assediati dalle stesse domande che silenziosamente pongono a se stessi – e soprattutto tra le proprio sempre rassicuranti cose: la tazza del latte sulla mensola della cucina, i sandali nella scarpiera, lo specchio all'ingresso., lo spazzolino nell' immutabile bicchiere nel bagno.
La sensazione di estraneità inizia in aeroporto, ma ci sei abituato dopo i tanti viaggi di piacere e di lavoro, e rimani concentrato senza perderti d'animo neanche mentre insegui la guardia che insegue il pargolo di un anno che ha appena iniziato a camminare e non si cura dei vincoli spazio-doganali preso com'è dalla sua nuova indipendenza motoria.
La sensazione di estraneità cresce al recupero dell'auto a nolo, mentre consumi lunghissime decine di minuti di affanni sotto il sole delle due del pomeriggio in una terra straniera, nel tentativo di ottenere i prenotatissimi TRE dico TRE seggiolini, che risultano immancabilmente non corrispondenti a quanto pattuito, vuoi per forma vuoi per dimensioni vuoi per adeguatezza ai fondamenti legali della sicurezza su strada.
L'esperienza sul campo, dopo gli anni trascorsi a sentirsi estranei in diverse terre straniere, non sempre insegna l'importanza del tenersi bassi con il livello di aspettative del giorno del viaggio, e tu nel periodo che precede la partenza hai continuato ad immaginarti improbabili locande fresche ed accoglienti nei pressi dell'aeroporto, dove trovare rifugio e sostegno davanti a cibi tradizionali consumati tra fresche fronde fragranti di mirto (o gelsomino, o larice silvestre, a seconda dalla meta), prima di rimetterti in marcia verso l'altrettanta dorata meta finale.
Nel tempo hai consumato pranzi a base di hot dog muffiti in orridi autogrill roventi e sperimentato la frustrazione di camerieri assolutamente poco folk e a tratti anche scostanti (servire hot dog muffiti nei pressi dell'aeroporto non dispone molto al senso dell'accoglienza cosmica) ma non demordi e ci ricaschi sempre, anche se stavolta in effetti sono stata brava e ho tenuto botta nel ventilato fast food greco gustando con gioia l'insulso panino e sintonizzandomi con buona volontà sul discorso menù-lacocacola-è-inclusa-nel-prezzo.
Il viaggio invece non ti rende estraneo, nella maggior parte dei casi, a meno di bruschi cambi di latitudine e longitudine, è ormai spesso costellato di fondamentali punti di riferimento nella forma di insegne Lidl, Ikea e Leroy Merlin, però a suo modo anche questa fastidiosa sensazione di familiarità è un duro colpo alla mia velleità di grande viaggiatrice cosmopolita e senza barriere mentali.
Il colpo mortale è sempre quello dell'arrivo a destinazione, la destinazione che non hai avuto molto tempo di immaginare nella vita convulsa delle settimane precedenti alla partenza, ma su cui ti ostini a proiettare aspettative elevatissime di puro comfort in contesti fortemente pittoreschi e che all'arrivo immancabilmente richiedono consistenti sforzi di allineamento della realtà al sogno, per cercare i frammenti dell'ospitalità di cui hai bisogno, come ad esempio stasera, in questa silenziosa e fresca terrazza, in cui ignoro i tavelloni di cemento non finiti e il gruppo di turisti giapponesi che in liturgico silenzio passeggia sotto le stelle, e il ricordo della polvere al nostro arrivo ora nascosta dal buio di questa notte di fine Giugno.
Però c'è un momento, di solito poco prima di cena, in cui trovo una scusa per infilarsi in uno dei luoghi di ritrovo dove sempre la sera in estate, in ogni parte del globo, la gente del luogo si riunisce per consumare la magia dell'ora che precede il tramonto. E li stasera, sul piccolo corso di questo paese sperduto negli altipiani di un posto remoto, ci siamo somministrati il rimedio di sempre, quello che in un colpo annulla ogni sensazione di estraneità e ci riconcilia una volta per tutte con il luogo che sarà la nostra casaa nei prossimi giorni. Stasera il rimedio si chiama Amstel (ma avrebbe potuto chiamarsi Mithos o Alpha, è irrilevante), nella dose di due bottiglie del formato 250 ml. Il tempo di entrare in circolo e qualcosa dentro di me cambia, come una radio che trovi la sintonia dopo aver gracchiato per ore. Alzo gli occhi dal tavolo e mi accorgo dei picchi incredibili su cui sono alloggiate le meteore e che incombono in modo surreale e spettacolare sulla locanda in cui dormiremo, sento le risate cristalline dei bambini che continuano a giocare con qualsiasi cosa eccitati e inconsapevoli di ogni forma di estraneità, parlo con la vecchina della locanda accordandomi sul menù della nostra cena, lavo tutti i pargoli e mi lavo io, ricordando a me stessa quanto una doccia e degli abiti puliti possano cambiare il mood di un viaggiatore il giorno del viaggio, togliendo via la polvere la stanchezza e i chilometri di strada piatta con le insegne di Ikea, mangio l''agnello arrostito più buono del mondo, accendo il PC, guardo le foto, e domando a Francesco: una birra, per favore una birra!

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