Arriva sempre il momento, nel viaggio,
in cui il pensiero si condensa intorno al concetto "ma come mi è
venuto in mente?".
Presto o tardi questo spettro che
aleggia prende forma e ti sorprendi contro la tua volontà a sentirti
davvero del tutto estraneo a quanto ti circonda, struggentemente
malinconico rispetto a tutte le altre scelte possibili inclusa quella
di restare a casa tra i proprio affetti – che poi non è vero, gli
affetti in queesti momenti di vacanza sono a loro volta altrove con
ogni probabilità assediati dalle stesse domande che silenziosamente
pongono a se stessi – e soprattutto tra le proprio sempre
rassicuranti cose: la tazza del latte sulla mensola della cucina, i
sandali nella scarpiera, lo specchio all'ingresso., lo spazzolino
nell' immutabile bicchiere nel bagno.
La sensazione di estraneità inizia in
aeroporto, ma ci sei abituato dopo i tanti viaggi di piacere e di
lavoro, e rimani concentrato senza perderti d'animo neanche mentre
insegui la guardia che insegue il pargolo di un anno che ha appena
iniziato a camminare e non si cura dei vincoli spazio-doganali preso
com'è dalla sua nuova indipendenza motoria.
La sensazione di estraneità cresce al
recupero dell'auto a nolo, mentre consumi lunghissime decine di
minuti di affanni sotto il sole delle due del pomeriggio in una terra
straniera, nel tentativo di ottenere i prenotatissimi TRE dico TRE
seggiolini, che risultano immancabilmente non corrispondenti a quanto
pattuito, vuoi per forma vuoi per dimensioni vuoi per adeguatezza ai
fondamenti legali della sicurezza su strada.
L'esperienza sul campo, dopo gli anni
trascorsi a sentirsi estranei in diverse terre straniere, non sempre
insegna l'importanza del tenersi bassi con il livello di aspettative
del giorno del viaggio, e tu nel periodo che precede la partenza hai
continuato ad immaginarti improbabili locande fresche ed accoglienti
nei pressi dell'aeroporto, dove trovare rifugio e sostegno davanti a
cibi tradizionali consumati tra fresche fronde fragranti di mirto (o
gelsomino, o larice silvestre, a seconda dalla meta), prima di
rimetterti in marcia verso l'altrettanta dorata meta finale.
Nel tempo hai consumato pranzi a base
di hot dog muffiti in orridi autogrill roventi e sperimentato la
frustrazione di camerieri assolutamente poco folk e a tratti anche
scostanti (servire hot dog muffiti nei pressi dell'aeroporto non
dispone molto al senso dell'accoglienza cosmica) ma non demordi e ci
ricaschi sempre, anche se stavolta in effetti sono stata brava e ho
tenuto botta nel ventilato fast food greco gustando con gioia
l'insulso panino e sintonizzandomi con buona volontà sul discorso
menù-lacocacola-è-inclusa-nel-prezzo.
Il viaggio invece non ti rende
estraneo, nella maggior parte dei casi, a meno di bruschi cambi di
latitudine e longitudine, è ormai spesso costellato di fondamentali
punti di riferimento nella forma di insegne Lidl, Ikea e Leroy
Merlin, però a suo modo anche questa fastidiosa sensazione di
familiarità è un duro colpo alla mia velleità di grande
viaggiatrice cosmopolita e senza barriere mentali.
Il colpo mortale è sempre quello
dell'arrivo a destinazione, la destinazione che non hai avuto molto
tempo di immaginare nella vita convulsa delle settimane precedenti
alla partenza, ma su cui ti ostini a proiettare aspettative
elevatissime di puro comfort in contesti fortemente pittoreschi e che
all'arrivo immancabilmente richiedono consistenti sforzi di
allineamento della realtà al sogno, per cercare i frammenti
dell'ospitalità di cui hai bisogno, come ad esempio stasera, in
questa silenziosa e fresca terrazza, in cui ignoro i tavelloni di
cemento non finiti e il gruppo di turisti giapponesi che in liturgico
silenzio passeggia sotto le stelle, e il ricordo della polvere al
nostro arrivo ora nascosta dal buio di questa notte di fine Giugno.
Però c'è un momento, di solito poco
prima di cena, in cui trovo una scusa per infilarsi in uno dei luoghi
di ritrovo dove sempre la sera in estate, in ogni parte del globo, la
gente del luogo si riunisce per consumare la magia dell'ora che
precede il tramonto. E li stasera, sul piccolo corso di questo paese
sperduto negli altipiani di un posto remoto, ci siamo somministrati
il rimedio di sempre, quello che in un colpo annulla ogni sensazione
di estraneità e ci riconcilia una volta per tutte con il luogo che
sarà la nostra casaa nei prossimi giorni. Stasera il rimedio si
chiama Amstel (ma avrebbe potuto chiamarsi Mithos o Alpha, è
irrilevante), nella dose di due bottiglie del formato 250 ml. Il
tempo di entrare in circolo e qualcosa dentro di me cambia, come una
radio che trovi la sintonia dopo aver gracchiato per ore. Alzo gli
occhi dal tavolo e mi accorgo dei picchi incredibili su cui sono
alloggiate le meteore e che incombono in modo surreale e spettacolare
sulla locanda in cui dormiremo, sento le risate cristalline dei
bambini che continuano a giocare con qualsiasi cosa eccitati e
inconsapevoli di ogni forma di estraneità, parlo con la vecchina
della locanda accordandomi sul menù della nostra cena, lavo tutti i
pargoli e mi lavo io, ricordando a me stessa quanto una doccia e
degli abiti puliti possano cambiare il mood di un viaggiatore il
giorno del viaggio, togliendo via la polvere la stanchezza e i
chilometri di strada piatta con le insegne di Ikea, mangio l''agnello
arrostito più buono del mondo, accendo il PC, guardo le foto, e
domando a Francesco: una birra, per favore una birra!
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