Uno degli effetti del mio mal d'Asia é che appena mi sposto oltre il meridiano di Bari mi sembra che tutto quello che mi accade sia degno di nota, che ogni cosa é speciale. E' una malattia, non prende tutti allo stesso modo, c'é chi si immalinconisce guardando il Re Leone perché sente il richiamo del continente nero da quando é stato in Tanzania con Avventure nel Mondo l'estate in cui si é lasciato con il fidanzato e poi ci sono io che sto pazientemente aspettando di avere tre bambini spannolinati prima di comprare i 5 biglietti per qualsiasi posto ad est di Bari.Parliamo del China Convention Centre? Ne parliamo? Ebbene parliamone. A Pechino tutto é immenso, anche se non sembra. Ad esempio tu punti un luogo sulla mappa e dal tassista ti fai lasciare nelle prossimità cosa fai due passi. Poi dopo 40 minuti che cammini hai due opzioni: fermi un altro taxi (andando incontro a lunghi minuti di acuta frustrazione) oppure ti lasci incuriosire da qualcos'altro e cambi destinazione (è va bene lo stesso, in fondo quando ti ri capita di avere due o tre mezzi pomeriggi a Pechino?).Cerchila direzione del Convention Centresulle indicazioni accuratamente distribuite dal buon Sergej Cernikov, e dopo aver marciato - perché in questo reticolo di vialoni a maglia perfettamente quadrata non si può solo semplicemente camminare - per 25 minuti pensi (tremando) che dovrai chiedere indicazioni, fin quando non sollevi gli occhi dalla mappa e ti trovi davanti all'edificio più immenso della storia, uno soltanto dei tantissimi corridoi di uno dei vari piani potrebbe ospitare comodamente tutte le delegazioni di politici italiani dalla costituzione della Repubblica al prossimo cinquantennio, inclusi gli infiltrati e i corrotti che nel tempo si sono infilati nei vari voli intercontinentali per scroccare l'all inclusive diplomatico, inclusi nonni, zii e cugini fino al terzo grado.Ordini anatra o agnello al ristorante e ti trovi davanti ad un piatto che sfamerebbe tranquillamente l'intera tua famiglia, incluse una quantità sconfinata di piadine a forma di ranocchio dall'aspetto prepotentemente oleoso, che si presume servano per raccogliere i pezzetti di carne dal piatto principale principale. Poi quando hai finito e pagato il conto si fa avanti un tizio che per tutta la durata della cena ha orbitato attorno al tuo tavolo con l'aria di uno apparentato con la cameriera e ti dice qualcosa in cinese che sicuramente significa "ma come? non hai mangiato niente!", indicando eloquentemente i tuoi avanzi.Ti fermi buona buona in attesa di poter attraversare un incrocio e realizzi che il semaforo temporizzato attacca un countdown di 78 secondi, tempo appena sufficiente ad attraversarne una metà scarsa affrettandoti sulla mezzeria per non fare una pessima fine.É grande Pechino, se ti perdi in uno dei tanti viali tutti uguali perché tutti perpendicolari e paralleli l'un l'altro, con le stesse scritte in caratteri cinesi rossi al neon e le stesse lanterne, una Bank of China o Bank of Bejing ad ogni incrocio, tutto ti sembra terribilmente familiare per poi rivelarsi tragicamente sconosciuto, e vuoi provare ad andare un pezzetto avanti per confrontare la realtà con i tuoi ultimi ricordi georiferiti, non puoi aspettarti di arrivare in fondo alla strada per vedere se ti sovviene qualcosa e cavarsela con 5 minuti. Con questo sistema a Pechino assieme alla cara Sandra Cabrera di Mexico City abbiamo girato un'ora in tondo, e per venirne a capo abbiamo dovuto capitolare e chiedere alla gente del luogo, con ovvie e tragiche conseguenze, le solite cose insomma, noi parliamo inglese e loro ci rispondo in cinese, poi non sanno dove è il nostro albergo e chiedono a qualcun altro in strada, oppure ci danno comunque una indicazione ma è sbagliata, oppure è giusta ma noi a quel quel punto non ci fidiamo più, e insomma, alla fine in albergo ci arriviamo tardi e la presentazione finiamo di sistemarla a notte fonda.Non ricordo molto nel dettaglio cosa diceva Terzani su Pechino, ma nella mia memoria ho stratificate immagini di immense parate ai tempi di Mao, raduni sconfinati, campagne svuotate e riversate nelle città, hutong che venivano demoliti per costruire residenze a millemila appartamenti. Insomma si riesce ad avere un'idea di come fossero un tempo utilizzati questi spazi.A questo punto, per oggi, non mi resta che un ultimo appunto. Vorrei infatti affermare che l'italiano e il cinese si assomigliano un sacco, ma proprio tanto. In Italia non ce ne accorgiamo per ovvie ragioni, loro sono di meno e noi siamo abituati a sentir parlare italiano a meno che non andiamo al ristorante sotto casa, ma qui ogni due per tre in strada mi giro stra-convinta di aver sentito qualcuno parlare in toscano, abbruzzese, barese, e invece immancabilmente si tratta di un'allegra brigada di autoctoni.Si assomigliano un sacco le nostre lingue, sul serio, provare per credere, due passi in qualsiasi hutong ne forniranno la prova provata.
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