lunedì 28 dicembre 2015

5 aspettative da dimenticare

Potremmo essere portati ad avere delle aspettative sull'India per diverse ragioni,  ad esempio perché da decenni è meta per turisti di tanti tipi diversi,  in cerca di avventura di spiritualità di vocazione di cambiamenti ma comunque tanta gente che viene da ogni parte del mondo e si assume che esporti elementi della propria cultura e stimoli la creazione di situazioni adatte ad accoglierla.
O perché l'India è una realtà economica in crescita,  e magari anche a noi è capitato di avere interlocutori indiani sul lavoro.
In ogni caso ecco la mia top five di aspettative da abbandonare immediatamente, prima è,  meglio è per tutti :

1. Il senso di marcia
La prima cosa di cui convincersi è  che il senso di marcia ha poco a che vedere con elementi fissi tipo la segnaletica orizzontale e molto a che vedere con circostanze contingenti.  In pratica un veicolo cammina sulla porzione di strada in cui non ci sono ostacoli tipo altri veicoli,  persone, mucche o carichi ingombranti di altri veicoli. Al secondo ordine viene la qualità della strada, specie fuori città. Ci è capitato di percorrere strade su cui in linea di massima si dovrebbe circolare non dico su cingoli ma almeno su fuoristrada come ad esempio quella tra Mallalapuram e Pondicherry in cui la somma di accelerazioni verticali (buche e dossi) e orizzontali  (brusche sterzate) è risultata in 5 soste per vomito con 4 vomiti  (una sosta senza vomito e lolli ha dato due volte).  Preso atto della sotuazione nella tratta successiva, tra Pondy e Tanjhavur la xamamina è stata nostra grande amica.

2. I tovaglioli
Non dare per scontata la presenza di un adeguato numero di tovaglioli a tavola, ne la loro adeguatezza a fare quello che ci si aspetterebbe da un tovagliolo,  cioè assorbire qualcosa. Anche sulla carta igienica nei bagni bisogna tenere basse le aspettative perché qualora presente ha l'aria poco invitante e non ha l'invito per lo strappo che è una cosa fastidiosissima anche se si può sopravvivere benissimo senza.

3. I negozi
In conseguenza della forte identità nazionale e orgoglio di appartenenza,  l'India è fortemente resistente alla globalizzazione. Non solo non ci sono negozi delle catene internazionali più note, ma manca proprio ogni analogia con il sistema di vendite al dettaglio del mondo occidentale,  che non è in assoluto un problema fin quando non scatta l'esigenza di acquistare beni che per qualche ragione si rendono urgentemente necessari.
A me stavolta è capitato di dimenticare a Roma il caricabatterie della Canon, e quando l'ho realizzato a Pondicherry ho scartato in modo automatco l'idea di cercare un posto in cui comprarlo perché la complessità di questo gesto era superiore alla mia immaginazione, molto più semplice comprare su Amazon e mirare l'albergo dove avremmo soggiornato nei prossimi giorni per la consegna. Essendo però bersagli troppo mobili e soprattutto non avendo un albergo per ciascuno dei prossimi tre giorni mi sono rassegnata all'idea di affidarmi ai consigli della gente del luogo, preparandomi alle inevitabili frustrazioni come per seguire un Dharma.
Per come sono andate le cose devo ammettere la mia superbia  e riconoscere all'India la capacità unica di accendere sinapsi articolate e affascinanti. Esprimi un bisogno e subito qualcuno si consulta con qualcuno che suggerisce un posto e chiama un tuc  tuc e gli passa un indirizzo ma a un passo dalla meta si perde e chiede consiglio a qualcuno che accompagna tutti per un pezzo e una volta giunti a destinazione nel centro principale di assistenza Canon del Tamil Nadu il caricabatterie del tuo modello non c'e e allora qualcuno telefona a qualcuno e poi dice al tuc tuc di portarti nel negozio vicino che è un minuscolo e fetido laboratorio di riparazioni in un tunnel tipo Corviale con dentro vari oggetti elettronici smontati e un signore che esamina la batteria, chiama qualcuno è infine sentenzia: pive minutes they bring.
A quel punto resta solo da aspettare 5 (cioè 25) minuti tra chiacchiere improbabili e foto con il buon uomo e negoziare poi il prezzo portandolo esattamente alla metà della richiesta iniziale per poter finalmente entrare in possesso dell'oggetto e iniziare la giornata.

4. Passeggiare in città
Significa prima di tutto abbandonare per sempre l'idea di avere i sandali liberi da sabbia acqua e fango secondo la stagione.
Significa essere parte del traffico insieme a tutti gli altri mezzi in circolazione, inclusi i carretti di cibo e frutta  (esempi incredibili di impeccabili geometrie nel disordine totale che li avvolge) e le mucche, cercando di evitare o canali fognari a cielo aperto a margini della carreggiata perché non esistono marciapiedi ne porzioni di strada vagamente riservate ai pedoni, e non ci sono sconti perché il traffico è semplicemente inaudito e disperante.
Significa superare la barriera del suono, in particolare della quantità di suoni umanamente sopportabili,  perche oltre ai motori usare il clacson per segnalare qualsiasi cosa è parte della guida come per noi mettere la freccia prima di curvare.
Significa essere consapevoli che non si sta facendo del bene ai propri polmoni, alla pelle, ai capelli, alle mucose delle vie respiratorie, alle cornee e le ghiandole lacrimali.


5. Spiritualità
Immagino che chi arriva qui per praticare una delle discipline che l'India ha esportato in occidente di solito arrivi diretto nell'ashram di destinazione e trovi quindi le conferme che cerca.
C'è poi ancora un flusso di vecchi e nuovi fricchettoni che non saprei bene se cercano ancora qualcosa e se risolvono le loro ricerche negli angoli un sacco suggestivi in cui mi è capitato di incontrarli,  tipo Pushkar al nord o Mallalapuram al sud.
L'India non mostra facilmente il suo lato spirituale,  non almeno la spiritualità per come l'avevo immaginata al tempo delle mie letture sull'induismo.
Eppure mi sembra che tutto qui parla di spiritualità,  i riti delle puja nei templi, gli altari con i fiori sempre frescho nelle abitazioni, nei negozi, nelle automobili e nei tuc tuc, le corone di fiori intrecciate tra i capelli delle donne o appese sui parafanghi dei camion. Soprattutto per me la spiritualità spiega tutto quello che  per noi è inspiegabile della vita in India e che spesso durante la giornata ci fa arrabbiare e domandare come si possa vivere così,  sopportare immense disparità economiche e sociali, assenza o trasandatezza dei beni comuni, sporcizia, inquinamento, disordine, che ci fa chiedere come sia possibile che loro e noi abitiamo lo stesso mondo, i nostri governi si siedano a un tavolo per fare (o anche non fare) accordi, le nostre imprese facciano affari.

Nessun commento:

Posta un commento