mercoledì 12 agosto 2015

Quello chè c'è in mezzo

Se è vero quello che dice papà, che un viaggio inizia quando si fanno i bagagli e si carica la macchina, allora è ancora più vero che contano anche le tratte di spostamento da una meta alla successiva, pure quelle che sulla carta sono solo tanti chilometri, molte ore e un non luogo per fermarsi a dormire.
Quello che c'è tra Istanbul e Goreme sono le 7 ore di guida promesse da Google maps e la pianura quasi desertica dell'Anatolia centrale, che noi abbiamo spezzato in due tappe avanzando un paio d'ore la sera del nostro arrivo per raggiungere un motel sull'autostrada a Bolu,  in corrispondenza di un grande outlet stile Castelromano ma molto turco nei suoi brand ignoti, sbiaditi e sintetici.
Capitolo curiosamente mancate nella Lonely Planet, questa direttrice battuta da più di qualche viaggiatore low cost in transito da Istanbul alla Cappadocia può sfuggire all'anonimato delle tratte di spostamento ed ambire ad occupare un posto dignitoso nel nostro itinerario.
Abbiamo cenato a Duzce per nessuna ragione particolare se non che fosse l'unico luogo sulla mappa che somigliasse ad una città, e che la intercettassimo con una breve deviazione dal nostro cammino per Bolu, proprio all'ora di cena. Duzce non è neanche contemplata sulle guide e forse non ha una sua pagina su Wikipedia, ma noi ci abbiamo trovato diverse locande, un mc donald's, e una vivace serata domenicale.
Quello che c'è tra l'arrivo e i primissimi giorni in un nuovo luogo è l'abbandono graduale dei riferimenti consueti, trovarsi gradualmente disponibili ad abbattere qualche muretto e lasciarsi andare ai nuovi tempi, modi, abitudini, cibi. A Duzce abbiamo affrontato un menu privo di riferimenti anche linguistici e ci siamo dovuti fidare di qualche figura accanto a nomi misteriosi che non assomigliavano a niente di noto.
Abbiamo reimparato in pochi istanti il più efficace dei linguaggi, quello dei gesti, che parla una lingua universale e salva quotidiamente milioni di vite, tra cui quella del viaggiatore sprovveduto che non ha studiato i rudimenti per la sopravvivenza in terra straniera. Abbiamo intuito che gli alcolici nei ristoranti non sono da darsi per scontati, che il pasto ruota intorno ad una qualche incarnazione di kebap, che c'è un pane buonissimo e che non impareremo mai la parola  "grazie"perché ha un suono impossibile da ricordare.
A Bolu non siamo neanche arrivati perché abbiamo preferito dormire in un motel sull'autostrada proprio all'ingresso dell'outlet. Qui abbiamo iniziato a orientarci nel buffet della magnifica colazione turca, fatta di miele, marmellate, formaggi, frutta, olive, uova e te.
In mezzo all'Anatolia centrale, tra Bolu e la nostra meta finale, c'è un lago salato che si chiama Tuz Golu. La distesa di sale è talmente vasta e bianca che risalta nitida anche sull'immagine del satellite, una  grande macchia bianca nel bel mezzo della Turchia, che ci si chiede come mai la guIda non gli dedichi non dico un riquadro blu highlight ma almeno un trafiletto.

Qui abbiamo incontrato la nostra prima sposa turca, che assieme ad un piccolo cast recitava le pose per il suo servizio fotografico. Abbiamo percorso parte della riva ovest del Tuz Golu in direzione sud in direzione Aksaray, e abbiamo incontrato un luogo di ristoro per consumare una specie di pranzo/merenda a base di pane e formaggio rimediati in giro e spremuta di arancia fresca buonissima. Cè anche una rivendita di beni ricavati intorno al concetto del sale: cristalli, lampade, sculture e cosmetici anti-età, anti-pancia, anti-rughe, scrub scorticanti ed essenze variegate.

Al capitolo mancante della Lonely va poi aggiunto il caravanserraglio di Agzikarahan, proprio di strada viaggiando tra il Tuz Golu e Aksaray, molto evocativo al pensiero dei tanti viaggiatori che nei secoli vi hanno trovato ristoro in chissà quali avventurosi destini, isolato e silenzioso e pure fotogenico. Ci abbiamo tradotto una mezz'ora chi sfidando le proprie fobie arrampicandosi sula torre centrale in caduta libera e chi raccogliendo e torturando coccinelle.

Grande assente nella Lonely e recuperata per caso sul numero monografico di Meridiani sulla Turchia la moschea di Esferoglu a Beysheir, deviazione minima e più che valevole sulla direttrice Aksaray/Antalya. Ci ha attratti perché c'eravamo una sosta in mezzo ad una giornata di viaggio impegnativa, un posto per lasciarè sciolti i bambini un paio d'ore prima di impazzire in macchina vittime di un accumulo eccessivo di energia inesplosa.
A Beysheir abbiamo ritrovato il rituale delle abluzioni prima dell'ingresso al tempio, le signore che ci hanno prestato i fazzoletti per coprirci la testa e le gambe, i bellissimi interni in  legno della moschea, un incredibile temporale con la pioggia a vento che ci ha inzuppati e soprattutto abbiamo trovato Atik, il ristorante di pesce sul lago che tutti  sognavano e una tregua a base di trota e carpa dal kebap quotidiano.

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