domenica 16 agosto 2015

Parco a tema Cappadocia

Goreme sta ai camini delle fate come Siaem Rep sta alle rovine di Angkor come Thamel sta a Katmandu come Sultanamet sta a Istanbul:
accesso facilitato alle attrazioni di fama globale che muovono la gente tra i continenti, babele di lingue nei negozietti di souvenir e di cibi nei ristoranti, bazar per il viaggiatore che a fine giornata vuole togliersi di dosso la polvere e il fango e abbandonarsi in un vestito pulito a qualche intrattenimento vagamente esotico e a buon mercato.
Mi prende sempre una reazione di sussiego e snobismo quando approdo in uno di questi parchi a tema e faccio la distaccata mentre ln realtà con voyeurismo cerco di indovinare le storie delle persone o di capire quali sono le situazioni fighe da non perdere.
Qui tutto inizia la mattina prestissimo, prima dell'alba quando il suono dell'aria scaldata dalle fornaci delle mongolfiere riempie l'aria e i  palloni colorati riempiono il cielo, spettacolo surreale. 

Noi abbiamo esitato tanto quanto è bastato per perdere la possibilità di salire a bordo, ma alla fine nessuno era veramente dispiacuto e abbiamo scelto di assistere allo spettacolo da terra. Se arrivi al viewpoint di Goreme quando ancora è buio senti una bella vibrazione, ti incanti a guardare i fuochi delle fornaci e la bellezza lunare del paesaggio e solo quando la luce del giorno avanza ti accorgi che tante altre ombre si sono aggiunte alla tua e che sei parte di una piccola folla.

A colazione si consuma il rituale dei racconti dei mattinieri e si stendono programmi per la giornata, mentre si continua a versare chay, languidi di fronte a un  panorama che è bellissimo da ciascuno dei tanti alberghi di questa cittadina incantata, e poi a bordo dei rispettivi mezzi di locomozione animati o inanimati, quad automobili cavalli o dromedari, si inseguono le proprie giornate. La Cappadocia è generosa di un paio di cose in particolare: chiese rupestri e paesaggi. Le prime esercitano un grande fascino sui bambini che si sentono molto Indiana Johns a infilarsi in tutte le caverne, ma ecco, diciamo che si tratta pur sempre di buchi tutti piuttosto simili fra loro, evitabili dal decimo in poi.
I secondi sono i miei preferiti perché a camminare nelle valli lo spettacolo è dietro ogni svolta,  e Goreme è un po il baricentro di una serie di possibilità interessanti, alcune a pochi minuti di auto e altre, come la valle di Ilhara, con un raggio un po più lungo, ma in ogni caso è solo allontanandosi da qui che si entra davvero in partita, perché per avvicinarsi all'essenza di un luogo tocca impolverarsi, sudare, avere sete, stancarsi e insomma, tocca soffrire. 



Non ho amato l'open air museum perché è troppo attaccato alla periferia dei negozi di souvenir e sotto tiro dei pullman da gita di un giorno mongolfiera-buchi-souvenir-foto al tramonto, e perché alla fine della fiera sono tanti buchi tutti uguali.
Amore a prima vista con Uchisar, ti ci trovi improvvisamente dentro dopo essersi lasciato alle spalle 6 ore di altopiano anatolIco praticamente desertico, e la percorri planando a spirale lungo il perimetro esterno mentre davanti si manifesta all'improvviso lo spettacolo geologico della Cappadocia, un corale wow ha attraversato le rambo-radioline di Katia che collegano le nostre automobili da quando siamo partiti.
Il tramonto dalla cima del castello di Uchisar è molto romantico  ma in generale è difficile resistere al fascino dei tramonti da queste parti, con il caldo che rallenta la presa, la luce che vira sui toni caldi, la promessa di una Efes ghiacciata e una torre-di-muezzino che intona la colonna sonora.

Ottimo feeling con Avanos, un po fuori dalle rotte più battute, ci abbiamo trovato un bel bar sul fiume per fare il pieno chi di chay, chi di caffè turco, chi di limonata e chi di coca cola secondo età e gusti. Ci abbiamo trovato anche ceramiche non banali in una bottega di un artista  nella città vecchia che accanto ai suoi lavori aveva appesa alla parete una poesia di Ikhmet.
A Urgup abbiamo trovato due serate, una serena e una piovosa, due tramonti, il belvedere, il tramonto dal belvedere, un ristorante in cui troppo tardi abbiamo realizzato che non aveva la licenza per gli alcolici e un ristorante un po improbabile nel quale alcuni di noi hanno dovuto vincere più di qualche resistenza ma che in compenso aveva la Efes.
Lascio la Cappadocia senza rimpianti, ci siamo volute bene, rifarei tutto uguale compresa la scelta di piantare il campo base a Goreme, ché alla fine il senso di appartenenza alla tribu dei viaggiatori è la cosa più sensata da provare, essendone in effetti parte, e poi mi sento pure un po noiosa a fare sempre la solita snob.

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