Da quando abbiamo lasciato l'altopiano la compulsione di fotografare tutte le sequenze di arenaria dei sassi di ogni parco dell'Arizona e dello Utah è finita e sono entrata in una fase di anoressia fotografica. In questi low foto days a volte metti addirittura da parte il senso del dovere e lascio in stanza la macchina fotografica, ma poi mi ownto, cado nel peccato ed estraggo il cellulare.
È come se la natura selvaggia parlasse una lingua universale che non ha bisogno di tempo per essere imparata e urge di essere ricondivisa, mentre la città ha un dinamica diversa, più lenta, va scomposta in parti piu piccole come i bocconi di un hamburger, e attaccata da più fronti.
Con le città scatta quasi inevitabilmente il meccanismo di aspettativa e delusione, si resta come litigati, ci si dispone male fino a pentirsi della stessa idea di averle messe nell'itinerario, e l'unico modo per capirsi con una citta é passarci più tempo possibile.
Las Vegas sembra impossibile, tramortisce con folate roventi del deserto e stordisce di luce e colori. Per i ragazzi è subito amore, sono così pieni di energia e vuoti di sovrastrutture che vedono solo l'immenso parco giochi dal quale non uscirebbero mai. Intrattenimento puro dentro e fuori dagli immensi palazzi, il vulcano eruttante del Mirage, la galleria di negozi infinita del Planet Holliwood con il cielo finto che proietta una interminabile ora dell'aperitivo, il piu grande lago artificiale di un hotel al Bellagio. con le fontane danzanti, e tanto tanto più, che potresti trascorrere giorni
dimenticandoti del mondo vero, proprio come agli Universal Studios, che sono pa ragione per cui abbiamo fatto rotta verso la Pacific Coast qualche giorno fa.
Los Angeles è una equazione a troppe incognite, in discontinuità con molto di quello che la circonda, una toponomastica più familiare di quella di Roma per averla navigata in tanti film e serie TV, che però non basta a decodificare una citta che sembra avere tante identità.
Come occasionale seriale frequentatrice di parchi a tema ho scelto di aderire all'etica della riservatezza che impone di mantenere il massimo riserbo sui contenuti delle attrazioni, e questo ancora prima che fosse coniato il concetto di spoiler, osservante al punto di non raccontare a nessuno i dettagli del simulatore di Star Wars su cui sono salita almeno 4 volte in due decenni si parchi Disney.
Mantengo quindi questo profilo e racconto la seconda cosa degli Universal Studios che colpisce di più dopo la celebre e spettacolare ricostruzione di Hogwart, cioè il cibo spazzatura. Riguardo al junk food in alcuni contesti, tra cui e sopra ogni altro i parchi a tema di questa parte degli USA, decido di mettere da parte diversi dogmi perché lo considero parte del contesto come una specie di elemento del paesaggio.
In queste settimane di assidua frequentazione di Safeway ci siamo abituati all'offerta sconfinata di cibo preparato, ma agli Studios si passa a un livello master dove tutti consumano smodatamente roba ad ogni ora, noncuranti dell' anatema che grava sulle loro teste mentre ammazzano il tempo della fila alle attrazioni sorseggiando irragionevoli quantità di blended drinks:
"this ride employes restraint which may restric certain guest from riding due to body shape and size".
Nel resto del tempo abbiamo fatto il perfetto giro standard di LA, passeggiato tra umanità in decomposizione a Venice Beach, incontrato qualche topo al Santa Monica Pier, storditi di stanchezza più che di finta margaritanella chiassosissima City Walk dopo 12 ore negli studios, passeggiato nella bianca purezza architettonica del Getty Centre e abbiamo visto il bellissimo panorama dalla collina del Griffith Observatory.
In tutto sono arrivata a Los Angeles convinta che la felicità era possedere un pick up e gestire un motel a Panguitch dalle parti del Bryce Canyon, e me ne vado dopo neanche 72 ore con un senso di bruciante mancanza per la consapevolezza fastidiosa che nel mondo c'è gente un sacco più ricca di me che può vivere nelle villette da favola di Holliwood.
Stranezze americane.
È come se la natura selvaggia parlasse una lingua universale che non ha bisogno di tempo per essere imparata e urge di essere ricondivisa, mentre la città ha un dinamica diversa, più lenta, va scomposta in parti piu piccole come i bocconi di un hamburger, e attaccata da più fronti.
Con le città scatta quasi inevitabilmente il meccanismo di aspettativa e delusione, si resta come litigati, ci si dispone male fino a pentirsi della stessa idea di averle messe nell'itinerario, e l'unico modo per capirsi con una citta é passarci più tempo possibile.
Las Vegas sembra impossibile, tramortisce con folate roventi del deserto e stordisce di luce e colori. Per i ragazzi è subito amore, sono così pieni di energia e vuoti di sovrastrutture che vedono solo l'immenso parco giochi dal quale non uscirebbero mai. Intrattenimento puro dentro e fuori dagli immensi palazzi, il vulcano eruttante del Mirage, la galleria di negozi infinita del Planet Holliwood con il cielo finto che proietta una interminabile ora dell'aperitivo, il piu grande lago artificiale di un hotel al Bellagio. con le fontane danzanti, e tanto tanto più, che potresti trascorrere giorni
dimenticandoti del mondo vero, proprio come agli Universal Studios, che sono pa ragione per cui abbiamo fatto rotta verso la Pacific Coast qualche giorno fa.
Los Angeles è una equazione a troppe incognite, in discontinuità con molto di quello che la circonda, una toponomastica più familiare di quella di Roma per averla navigata in tanti film e serie TV, che però non basta a decodificare una citta che sembra avere tante identità.
Come occasionale seriale frequentatrice di parchi a tema ho scelto di aderire all'etica della riservatezza che impone di mantenere il massimo riserbo sui contenuti delle attrazioni, e questo ancora prima che fosse coniato il concetto di spoiler, osservante al punto di non raccontare a nessuno i dettagli del simulatore di Star Wars su cui sono salita almeno 4 volte in due decenni si parchi Disney.
Mantengo quindi questo profilo e racconto la seconda cosa degli Universal Studios che colpisce di più dopo la celebre e spettacolare ricostruzione di Hogwart, cioè il cibo spazzatura. Riguardo al junk food in alcuni contesti, tra cui e sopra ogni altro i parchi a tema di questa parte degli USA, decido di mettere da parte diversi dogmi perché lo considero parte del contesto come una specie di elemento del paesaggio.
In queste settimane di assidua frequentazione di Safeway ci siamo abituati all'offerta sconfinata di cibo preparato, ma agli Studios si passa a un livello master dove tutti consumano smodatamente roba ad ogni ora, noncuranti dell' anatema che grava sulle loro teste mentre ammazzano il tempo della fila alle attrazioni sorseggiando irragionevoli quantità di blended drinks:
"this ride employes restraint which may restric certain guest from riding due to body shape and size".
Nel resto del tempo abbiamo fatto il perfetto giro standard di LA, passeggiato tra umanità in decomposizione a Venice Beach, incontrato qualche topo al Santa Monica Pier, storditi di stanchezza più che di finta margaritanella chiassosissima City Walk dopo 12 ore negli studios, passeggiato nella bianca purezza architettonica del Getty Centre e abbiamo visto il bellissimo panorama dalla collina del Griffith Observatory.
In tutto sono arrivata a Los Angeles convinta che la felicità era possedere un pick up e gestire un motel a Panguitch dalle parti del Bryce Canyon, e me ne vado dopo neanche 72 ore con un senso di bruciante mancanza per la consapevolezza fastidiosa che nel mondo c'è gente un sacco più ricca di me che può vivere nelle villette da favola di Holliwood.
Stranezze americane.








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