l'ultima porzione di questi giorni cinesi la trascorriamo in montagna, nella valle di juizhaigou, regione del sichuan all estremità dell altopiano del tibet.
ci separano da chengdu meno di 2 ore di treno e suppergiù 2000 metri di quota, il che significa circa 20 gradi di temperatura percepita che hanno un effetto indiretto istantaneo sull'umore nell istante esatto in cui scendiamo dal treno.
le bandierine colorate che vediamo sventolare dalla strada, gli stupa bianchi sul cielo blu, l'artigianato, i tratti somatici, la gastronomia e la confusione un pó sciatta del commercio al dettaglio, tutto provoca una specie di effetto rebound di quella malattia che fa tornare continuamente in area buddista asiatica montana chiunque ci abbia messo piede una volta, o che ne induce un pó il bisogno a tutti quelli che sognavano tappe tibetane quando è stata fatta la transazione di acquisto dei biglietti per pechino.
il parco naturale è bellissimo alla maniera cinese, cioè una sequenza di laghi alpini sulla palette di colori di avatar, collegati da una rete ininterrotta di decine di chilometri di passerelle di legno e aree di sosta, a loro volta servite da batterie di autobus elettrici che incessantemente, per tutto il giorno a partire dalle 7:30 del mattino, trasportano decine di migliaia di turisti da un punto scenico all'altro, letteralmente a ruota.
nulla di nuovo quindi, se non che stavolta si può in effetti prendere una distanza, allontanandosi di massimo 800 metri dal punto scenico principale e imboccando un qualsiasi sentiero tra i boschi, in questo modo abbiamo macinato ventimila passi indisturbati nel silenzio e nella contemplazione.
perché una cosa l'abbiamo capita in queste settimane, e cioè che un conto è la meraviglia e altro è la meraviglia cinese, quella che immagina, progetta e realizza opere su una macroscala per noi non concepibile, che sia una rete di treni ad alta velocità che collega in poche ore città lontanissime, o una piazza a pechino che raccoglie decine di migliaia di persone, o un quartiere commerciale a chengdu illuminato a giorno dalle animazioni sugli immensi schermi pubblicitari.
e anche se i miei racconti possono provocare repulsione, la verità è che non ci è voluto poi tanto a imparare le regole del gioco, riconcepire le aspettative sugli spazi vitali e sulle esperienze individuali, abituarsi ad essere scansionati con stupita ammirazione, entrare in foto fatte di nascosto o chieste esplicitamente, raccogliere sorrisi e strette di mano come fossimo attori di Hollywood.
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