lunedì 25 agosto 2014

Tokyo blues (Norvegian wood)

Non so se sono in grado di contare tutti i riferimenti letterari e cinematografici attraverso i quali ho costruito nel tempo la mia immagine interiore del Giappone. Murakami, Yoshimoto, Myiazaki, tutto l'Olimpo dei cartoni visti e rivisti a partire dall` infanzia. Tokyo è sempre stato un elemento centrale del mosaico, una città che ho sempre percepito come tentacolare e potenzialmente respingente, al punto di aver seriamente considerato di non includerla nel nostro itinerario.
Le città ormai lo so, mi spaventano più di quanto mi attraggono. Sono faticose, richiedono tempo per essere comprese, più di quanto se ne riesca a ritagliare in un viaggio di 20 giorni, e dunque si ha sempre paura di non riuscire a entrare in partita e di fuggire prima di aver messo da parte una adeguata sequenza di bei ricordi o peggio ancora, senza aver formulato l'intenzione di ritornare.
Siamo arrivati a Tokyo da sud, sulla direttrice di Kanagawa diretti verso Yoyogi Koen (i giardini di Yoyogi), tra Shibuya e Shinjuku. Poter scrivere questo nomi con cognizione di causa è per me già fonte di emozione, perché è come assistere ad un romanzo di Murakami che diventa realtà. E` questo  l'effetto che  mi fa entrare in città di notte, costeggiando dal basso la Tomei express way, una delle grandi arterie sopraelevate che attraversa la città, dalla quale mi sembra in ogni istante di vivere la prima scena di 1Q84, quella in cui Aomame calandosi giù da una scala di emergenza inizia la sua contorta storia in una folle dimensione parallela.
 A parte i rimandi romanzeschi l'ingresso a Tokyo non ha nulla di ipnotico e psichedelico alla Blade Runner ed è semplicemente l'elettrizzante arrivo in una bellissima metropoli, chiara di  insegne e maxischermi che illuminano a giorno il cielo afoso e avvolgente di  una bella notte di estate.
Ci sono tutte le catene di kombini di Kyoto e molte di più, ad ogni isolato la promessa di supporto di beni di prima (e anche seconda) necessità H24: 7eleven , Family Mart, Lawson e molto di più.
Il nostro appartamento si chiama Sakura House, come la stragrande maggioranza delle strutture di accoglienza giapponesi, dal nome degli alberi di ciliegio, elementi primari della cultura locale e  principali propulsori del turismo interno ed estero, alberi la cui fioritura della durata di 10 giorni riempie l'immaginario di un popolo per tutto un anno.
A parte la suggestione, che per noi lascia il tempo che trova visto che siamo molto lontani dalla prossima e dalla passata fioritura, l'appartamento è niente di che se vogliamo fargli un complimento e da sconsigliare se vogliamo dare un contributo agli utenti di airbnb. Ha però il grande pregio di trovarsi in una bella zona, nevralgica per la sua vicinanza alla scintillante Shibuya e al poliedrico Harajuku, con  un comodo accesso alla linea C della Tokyo subway, con la quale si riescono a coprire più o meno tutte le tappe di una permanenza di cinque giorni con poche integrazioni ad un unico biglietto giornaliero da 700 yen.
Tokyo è la quintessenza della città, fortemente focalizzata sulla sua dimensione urbana, dove ogni quartiere ha un suo carattere ben delineato. In un certo senso è come un  parco a tema sulla metropoli, in cui il turista sceglie l'esperienza che vuole ripercorrere (shopping sfrenato, tendenze, passeggiata zen) e punta la relativa area sulla mappa e fermata di metropolitana, tal quale a Eurodisney.
 

Il viaggiaotore puo` dedicarsi al turismo metropolitano piu` sfrenato, perdersi in viali e vicoli ad Asakusa per stupirsi alla vista del Sensoji con la sua rossa grandissima lanterna o  saltare da un locale notturno a un altro nelle notti a Roppongi, senza mai avvertire lo strisciante senso di colpa che ti assalirebbe all`idea di non aver visitato un museo a Parigi o a Madrid o a San Pietroburgo. Non ci sono esposizioni piu`realistiche di quella che si osserva dal primo piano dello Starbucks su Shibuya Crossing, e nessuna esperienza teatrale piu` intensa dell`attesa del verde del semaforo, che ci fa sentire un po` tutti Bill Murray nell`ultima scena di Lost in translation.


Non c`e` quadro piu` colorato di Akihabara dopo il tramonto, scintillante vetrina di insegne e fumetti nel regno della tecnologia e del manga. E` bello passeggiare su Omotesando, far finta per un po` di essere sugli Champs Elysee, sentirsi terribilmente trascurati nei nostri 10 giorni da vagabondi passando accanto ai tiratissimi giovani, fashion victims in pellegrinaggio da una botique a un hair stylist. E` divertente passare un`ora dentro Kiddiland e scoprire per cosa impazziscono i bambini giapponesi (e i nostri) e rifugiarsi nella frescura di Yoyogi Koen per un`ora di tregua dal caldo infernale, e passare una giornata intera nel parco di Ueno tra zoo e giochi di acqua per ricaricare le pile prima di un nuovo giorno di viaggio.
Varcare poi l`immenso tori di Meiji Jingu per entrare nel santuario aggiunge una dimensione spirituale anche alla capitale delle tendenze nipponiche, ulteriore dimostrazione che da queste parti la religiosita` e` una componente forte nelle vite delle persone.

Se avevo paura di non avere delle ragioni per tornare le ho fugate sulla superstrada in uscita verso nord. Avrei voluto passare almeno un giorno intero a fare shopping di oggetti tecnologici e visitare almeno una delle filiali di Bic Camera dove pare si facciano affaroni nell`acquisto di obiettivi e quant`altro, avrei voluto passeggiare a Ginza, tornare a Tsukiji per filmare l`asta dei tonni con una videocamera e magari stavolta provare il sashimi a colazione nei ristorantini all`alba e fermarmi a riposare ai giardini di Amaryku, visitare una delle filiali Muji e tante altre cartolerie per portare a casa penne, matite e carta di riso, andare alla ricerca di stampe con esercizi di calligrafia e sceglierne una da appendere nell`ingresso di casa, cenare almeno altre quattro volte da Sushi Zanmai e almeno qualche altra volta da Ippudo, tornare alla Tokyo skytree e stavolta salirci sopra, fino alla sommita` dei 600 e piu` metri.
Tokyo, sayonara!

 

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