lunedì 16 agosto 2010

San Francisco, itinerario minimo

Viaggiamo con due bambini troppo piccoli e ancora troppo poco collaborativi perchè si possa pensare ad un tradizionale tour de force per la città che tocchi gli imperdibili-secondo-Lonely-Planet.
Del resto San Francisco è un po' così, una tappa nel giro californiano di chiunque sia stato in California, spesso ristretta ad una paio di mezze giornate incastrata tra l'arrivo del volo intercontinentale e l'inizio di un giro rutilante per canyon, grandi paradisi del gioco d'azzardo, parchi a tema e spiagge dei divi.
Per noi alla fine si tratta di un comodo soggiorno di tre giorni pieni, una fisiologica decompressione del jet leg nella città più glamour del globo, dove ogni trend è nato, si è propagato nel mondo occidentale e successivamente è tramontato, rimpiazzato da una nuova tendenza. Non male direi.
Ho studiato troppo poco questa città e questo viaggio in generale perchè possa avere la pretesa di fare da guida o dispensare consigli a chiunque, ma ho il vantaggio di partire da zero, vantaggio tutto mio che in questi giorni mi lascio sorprendere e attrarre (o respingere) da tutto ciò che vibra qui intorno.
Credo di aver capito che siamo nell'era immediatamente successiva ai prodigi informatici che hanno avuto nella Silicon Valley il loro epicentro e che oggi San Francisco si stia riconvertendo dal punto di vista del business e delle tendenze. La riconversione è tutta in chiave eco-sostenibile, per cui le parole d'ordine sono bio/sustainability/hybrid/natural.
Oggi qui si crea business intorno all'ecologia e si vive il business in chiave ecologica, quasi radicale. Una città di fricchettoni insomma. Aziende come Google a Mountain View (ma non solo) incentivano i lavoratori che viaggiano con mezzi pubblici, che condividono l'auto per andare al lavoro. C'è la moda delle auto ibride e la tendenza dei radicali dell'ecologia a censurarsi i viaggi in aereo per turismo.
Sabato mattina, a spasso per l'embarcadero, scopro che gli indie vanno a fare la spesa nel mercato molto glamour dell'Embarcadero, dove tutto è biologico e ci sono solo frutti di stagione (le banane chimiche per Daniele posso comprarle solo negli squallidissimi 7-eleven), portano sandali anche se ci sono 15 gradi, sembrano tutti perfettamente a loro agio e inseriti nell'environment, comprano verdura e girasoli che portano in carrellini variegati e mangiano hamburger (biologicissimi) sulle panchine fronte oceano, sfrecciano su risciò a pedali di quelli che in Asia inorridisci al pensiero di salirci perchè pensi non sia etico che un tizio debba pedalare e sfacchinare al tuo posto, ma qui sono condotti da aitanti californiani in pantaloncini, canotta e muscoli.
Lo ammetto, ho un complesso di inferiorità nei confronti dei californiani, mi sento infinitamente più provinciale e dieci passi indietro sul fronte qualità della vita. Deve essere non male vivere qui.
Facciamo un salto al Pier 39, perchè non si può non andare a vedere i leoni marini e la bellissima giostra con i cavallini. E' turisticissimo ma è bello lo stesso, con il pavimento fatto di assi di legno e l'odore di mare e l'atmosfera molto portuale.
Sono tutti gli altri Pier però che mi affascinano, li vedo dal tram e hanno queste belle strutture che si prolungano nel mare, e mi viene voglia di visitarli tutti per vedere cosa c'è dentro e che affari si fanno, di certo niente di banale e tutto ecompatibile.
Nel pomeriggio abbiamo bisogno di una sosta tecnica per i bambini e torniamo in albergo. Si addormentano in pochi minuti, mentre io ho addosso la sensazione strana di non avere sonno, e la sensazione ancora più strana che forse non avrò sonno mai più. Brutta cosa la progressiva e drammatica riduzione di melatonina cui gli appartenenti al genere umano vanno incontro dopo l'adolescenza.
Insomma, Francesco approfitta per farsi due passi esplorativi qui sotto con la scusa di qualche acquisto, e al suo rientro, in una versione domestica di staffetta esco io, che mi infilo da Starbucks per un caffè e per la wifi gratis, cerco qualche info e una lavanderia comoda, non era pensabile portarci dietro un guardaroba bastante a tutto il nostro soggiorno, specie tenendo conto del potenziale autoimbrattante dei nani.
Svegliare i bambini è un dramma, vera crisi da jet leg, il pomeriggio va per la sopravvivenza, con una pessaggiata a Chinatown e sosta d'obbligo all'area giochi per bimbi, dove è divertente, ci sono Lolli e Dani unici europei in mezzo a tanti cinesini.
Per arrivarci smarchiamo un'imperdibile di San Francisco, ossia la cable car, il famoso tram piccolino che non si aggancia ai fili dell'elettricità in alto ma che è alimentato attraverso i binari e si inerpica sulle celebri colline, in questo caso la Nob Hill, arrancando su per le tipiche prospettive di questa città e delle sue vie parallele e perpendicolari che convergono su per le ripide salite.
Leggevo su Meridiani un reportage su Chinatown in cui si racconta di un corteo epico che ebbe luogo negli anni novanta, dopo che un rispettabile abitante del luogo, avendo subito una umiliazione da parte di un agente di polizia che per uno scambio di persona lo arrestò e legò per il codino a non so che palo, si tolse la vita in carcere. Ripenso a Grosso Guai a Chinatown, come non tornare con la mente ad uno dei millemila film girati in questa città?
La passeggiata comunque è onerosa, abbiamo costantemente qualcuno in braccio o sulle spalle, svegliarli oggi pomeriggio è stato drammatico e sono in crisi da jet leg, quindi oltre che pesanti fisicamente anche discretamente cagacazzi e fastidiosamente lagnosi.
Mi chiedo perchè a volte mi impunto su certe cazzate, in particolare per quale motivo abbiamo fatto fare un viaggio intercontinentale ad un passeggino che ora giace chiuso e riposto dentro l'armadio della nostra camera in albergo mentre noi arranchiamo sulla collina di Chinatown con nani fastidiosi e pesanti sulle spalle. Bah.
Ceniamo presto, vergognosamente presto ma non possiamo farne a meno, alla fine il sonno è arrivato anche per me e complice la birra fatico ad aspettare il conto.
Anche Lolli è stanco, ma come sempre il cibo genera energia ed entrambi tornano simpatici quanto basta per affrontare un'animatissima Union Square di sabato sera con gente che suona e gente che passeggia, scorrazzare nella stazione della metropolitana e ammirare con stupore affascinato i treni della metropolitana (se li avessi portati a Milano anzichè a San Francisco si sarebbero divertiti di meno? Mh, forse no!) e fare la gara a chi per primo tra i due conquista l'ambitissimo pulsante per chiamare l'ascensore.
Domenica mattina esco alle 7:00 del mattino per una corsetta, complice la sindrome da jet leg che ancora una volta mi ha fatto aprire gli occhi la prima volta puntualissima alle ore 3:47 (ma cosa succede nella mia vita italiana a quell'ora?). Stavolta però è andata meglio, mi sono riaddormentata e tutti insieme abbiamo tenuto fino alle 6:30, che non è malaccio visto che siamo svenuti ieri sera all'unisono intorno alle 22:00.
Insomma vado a correre e mi sento una granfiga perchè cazzo, sono a San Francisco, lungo la mia direzione di marcia sull'embarcadero ho il Bay Bridge alle mie spalle e il Golden Gate di fronte. E ho non uno ma diversi compagni di jogging, di domenica mattina, tutti con il loro iPod e tutti supersalutisti, qualcuno corre senza scarpe da ginnastica ma con degli strani calzini, mi chiedo come mai, io sono ferma al protocollo della scarpa-con-cuscinetto-'d'aria imprescindibile per evitare gravissimi danni alla schiena, ma penso anche che se oggi corrono scalzi a San Francisco di certo lo faremo anche noi diversi mediani ad est, fra qualche mese.
Stavolta siamo dotati di passeggino, e nella consolidata configurazione Lolli-davanti-Dani-dietro possiamo passeggiare un po' e ci infiliamo nella City Light Bookstore, una libreria che mi aspettavo tipo Virgin o Ricordi e che invece assomiglia di più a quella di Notting Hill, con tutto quel legno e un odore di libro stagionato che accende la golosità e la fantasia, bellissima.
Leggo su Meridiani che City Light è anche il nome della casa editrice che per prima ha pubblicato Kerouak e tanti autori della beat generation. Compriamo un libro per bambini illustrato su San Francisco, i disegni sono bellissimi e rappresentano i posti più tipici della città, ma loro riesco a coinvolgerli per pochissimi minuti, sono più attratti dall'idea di rincorrersi tra gli scaffali. Verrà il giorno in cui ci daranno maggiori soddisfazioni. Spero!
Il resto della mattinata ci porta in una tipica domenica californiana al parco del Golden Gate, che è bellissimo. Ha un'area giochi per bambini eccezionale dove loro meritano una mezzora di arrampicate e sollazzi, poi raggiungiamo uno dei chioschi per hot dog vicino al Natural Science Museum e ci fermiamo per il pranzo pic-nic al suono di un concerto che evoca la dissoluzione delle nuvole anche per oggi e da il via al pomeriggio di sole.
Il museo sarebbe interessante ma non in questa fase della nostra vita. Disegnato e realizzato da Renzo Piano è una struttura all'avanguardia, ovviamente all'insegna dell'eco-sostenibilità. Privo di impianto di condizionamento assicura il bilancio termico attraverso pannelli solari e un tetto “vivente”, realizzato con pendii su cui sono state piantate diverse specie di vegetazione locale che non necessita di irrigazione o concimazione, e che con un sistema di botole consente l'aerazione dei locali sottostanti. Dall'esterno si vede poco ma sono riuscita lo stesso a fare qualche foto.
La strada per raggiungere il parco, vista attraverso i finestrini della linea “N” della metropolitana che in alcuni tratti corre in sterna e s trasforma in tram, mi fa davvero venire voglia di trasferirmi qui. Un quartiere di case vittoriane, costellato di parchi di ogni sorta per cani e per bimbi, belo sul serio.
Nel pomeriggio ancora una sosta tecnica per far dormire i bambini, ma stavolta con  tanto rammarico, fuori c'è un sole bellissimo. Si svegliano a fatica ma un po' meno incazzosi, usciamo tardi e facciamo una passeggiata sul molo sotto il Bay Bridge in una domenica ormai in via di disallestimento. Il panorama è bello, il ponte maestoso, verrebbe voglia di andare a vedere anche tutti gli altri, che ho scoperto essere ben sette.
Serata al fisherman warf, fredda fredda, cena a base di pesce su uno spettacolo mozzafiato di vista sulla città dalla finestra gigante accanto al nostro tavolo e poi creiamo un mezzo casino nel negozio di magliette e felpette, Lolli e Dani creano il vero casino ma io esco con 4 giubbotti pile-dentro-goretex-fuori, ora mi sento più serena e posso affrontare le serate californiane.
A giudicare dai bioritmi di oggi sembra il jet leg sia stato assorbito, riusciamo a non crollare sul conto e ci sentiamo allineati con gli orari locali, speriamo di svegliarci con la luce del sole domattina!

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