lunedì 23 agosto 2010

Back to Montana

In una giornata di trasferimento spesso non si fanno foto e non succede molto, pertanto approfitto per parlare di robe generali tipo:
- sensazione di abbandono salutando Santa Cruz
- le salse delle insalate californiane
- notize sui market
- arrivo allo Yosemite Bug
Nell'ordine quindi, parliamo di Santa Cruz, questa cittadina che ho odiato a prima vista e dalla quale sento di dovermi far perdonare. Colpa mia, l'ho trascurata, non le ho concesso il tempo che avrebbe meritato, l'ho presa dalla parte sbagliata (il Luna Park) e solo sulla fine ho tentato di rimediare, con una corsa nella nebbia di prima mattina e una sosta sulle sue alte scogliere, dove ho capito cosa significa essere californiani e a cosa serve davvero l'oceano.
A Santa Cruz si trova la California dei nostri telefilm di adolescenti, si capisce che bermuda e infradito non sono il vezzo dei 15 giorni di afa estiva ma una divisa nazionale e soprattutto si capisce che il surf è una religione, la cui liturgia comprende l'arrivo su una scogliera nebbiosa con la musica a palla allo stereo della macchina, indossare la muta – la temperatura dell'acqua rende livida la pelle solo dopo pochi minuti – gettarsi da una scogliera altissima nel tempo che a me è servito per formulare il pensiero: dov'è la scaletta? e poi ¾ di pazienza, ¼ di coraggio e ¼ di potenza, ecco cos'è il surf.
Per me i surfisti sono dei semidei, mi mancano praticamente tutti gli ingredienti nonché la resistenza al freddo, ma per il resto mi incanto e potrei rimanere ore in cima a questa scogliera dove ormai è uscito il sole, è un meraviglioso lunedi di Agosto, chi non surfa fa jogging, porta a spasso il cane o una carrozzina e si ferma qui perchè evidentemente il surf incanta tutti, all'ipnosi delle onde si aggiunge quella di indovinare chi e come cavalcherà l'onda che sta arrivando correndogli incontro all'impazzata e scattando nel momento esatto in cui comincia a infrangersi, e da lì inizia lo spettacolo, potessi avere un decimo dell'adrenalina del semidio che va avanti 200 metri in cima alla massa di acqua schiumosa mi dico, anche io mi butterei dalla scogliera.
Ma così va la vita, noi abbiamo il campetto di calcio sotto casa, loro hanno il Pacifico con tutto quel che ne consegue.
Passiamo alle salse. Tutto ha avuto inizio a San Francisco, la sera che i bambini si sono addormentati all'unisono sul piatto e io mi sono sentita libera di ordinare il cazzo che mi pareva anziché risolvere la terribile quotidiana equazione in cui l'incognita è il loro appetito, le costanti sono le pietanze ordinate e nella risoluzione si deve tener conto di: cosa-mangio-io, cosa-avanza-a-loro, cosa-cedo-loro, cosa-butteranno-a-terra, insomma mi sento libera e ordino un'insalata con gamberetti condita con la specialissima salsa blu-cheese della casa.
Scopro con immenso rammarico che la salsa blu-cheese è ottenuta disciogliendo ingenti quantità di gorgonzola dentro qualcosa di cremoso (panna acida? probabile), e qui non si tratta di fare la solita italiana purista del pesce fresco che va mangiato scondito, qui se fossi stata uno di quei gamberetti me ne sarei andata dal piatto dicendo: qui non avete bisogno di me!
Dopo questo primo approccio alle salse e dopo un altro paio di sbagli e incomprensioni, riconosco proprio ad un cameriere messicano a Santa Cruz il merito di avermi chiarito le idee in merito. Si ha sostanzialmente una triplice scelta, la stessa in tutti i luoghi della California finora visitati:
- blue cheese, di cui si è detto, di base il sapore è gorgonzola
- ranch, la mia preferita che compro anche al supermercato per condire le mie insalate ai pick nick, una specie di mayonese enhanced, oggi mi sono fatta leggere gli ingredienti da Fra ma preferisco dimenticarli. Molto buona comunque
- italian style, che di italiano non ha molto, una specie di vinaigrette addensata non so con cosa, e anche un pà piccantina
Sempre rimanendo intorno a questioni di ristorazione, aggiungo qualche informazione che potrebbe essere utile a futuri viaggiatori, e cioè che da queste parti la portata principale non è economica, si viaggia tra i 15 e i 35 dollari secondo il tipo di carne o pesce e anche secondo il luogo dove la si ordina, le città e i posti turistici sono molto più expensive. Tuttavia si tratta di un pasto completo, che alla bistecca (o al salmone, o al pollo) fa precedere a scelta l'insalata o la soup of the day - che adoro e che dopo ogni viaggio mi propongo di introdurre nel mio repertorio salvo poi realizzare che affinchè sia buona deve contenere preoccupanti quantitativi di panna – e che arriva completa di patate (mashed o baked) o riso pilaf e altre verdure, di solito broccoli e carote.  
Andiamo al supermercato con gran regolarità sia per approvvigionare i pick nick sia perchè credo che la pratica faccia parte dei punti di riferimento di Francesco, qualcosa di cui ha bisogno per sentirsi stabile e a casa, così come di fare il bucato - probabilmente avrei potuto portarmi dietro un terzo dei vestiti, che già erano pochi, visto che ogni tre giorni ho tutto pulito - qui poi è anche diffusa l'asciugatrice, figuariamoci un nuovo tool una nuova pacchia.
I supermercati sono una poesia, gigantesche confezioni di tutto, specie delle cose liquide tipo latte, si fa fatica a trovare il classico tetrapack da litro, sia perchè rappresentano la quintessenza del pragmatismo di questo popolo. Salumi di ogni sorta già affettati pronti per essere impaninati, sottovuoto o in pratiche confezioni che necessitano di un soffio per essere aperte, confezioni di insalata Caesar faidatè con tutti gli ingredienti sfusi e pronti per essere aggregati in modalità espressa, cibi precotti di ogni sorta, panini e pane affettato morbidissimo, profumatissimo nella sua fintezza. E poi tutto il resto che abbiamo anche noi eh, non si fanno mancare verdure fresche assortitissime, pesce e carne al banco.
I Mall sono tutti all'aperto, diciamo più alla Da Vinci che alla Parco Leonardo, quindi non mi ci trovo proprio malissimo. Credo sia una questione climatica, ricordo che in Florida, con clima torrido, fosse in voga il Mall indoor, quello col parcheggio esterno e le scale mobili o quello che io più aborro, con parcheggio sotterraneo. Noi da bravi copioni importiamo le due soluzioni senza particolari razionali climatici.
Il paesaggio e il clima cambiano drasticamente abbandonando la highway 1 ed entrando nella 156 prima e la 140 poi. Compaiono i primi ranch, l'aria diventa calda e afosa. Chi visita lo Yosemite può dormire all'interno del parco, ma le sistemazioni sono più costose e bisogna prenotarle per tempo specie in Agosto, o può scegliere uno dei motel o lodge tra Mariposa ed El Portal. Noi scegliamo Midpines, ad una 30ina di miglia dal varco di accesso sud del parco,  e alloggiamo allo Yosemite Bug, ritroviamo l'estate che avevamo lasciato e ci togliamo nuovamente di dosso la civiltà, la famiglia fa ritorno nel Montana nel villaggio di legno tra i pini ai piedi della Sierra Nevada.
 E' tardo pomeriggio in questa specie di campeggio gestito dalla Hostelling International. Nelle tende c'è gente che sonnecchia aspettando ore più fresche, il silenzio e la quiete sono rotti dagli schiamazzi dei nani che esplorano i dintorni.
E' bello qui, ci sono camerate, grandi tende o piccoli cottage tipo il nostro, una specie di capanna di legno a palafitta, si vive e si dorme tra i rami degli alberi con questo splendido odore di resina che non ci abbandona mai.
Non è la prima volta che alloggiamo in un ostello gestito dalla HI, è capitato in passato, quando viaggiavamo più low budget.
L'associazione è antichissima, leggo che si parla dei primi del '900, oggi conta, a detta delle fonti internet, qualcosa come 8000 ostelli in tutto il mondo.
Un ostello è un luogo di accoglienza orientato ai giovani, pertanto spesso spartano, con locali comuni, in questo caso camerate, bagni e una cucina di cui usufruiamo anche noi per la colazione, molto pratica e con tavolazzi di legno all'aperto all'ombra dei pini.
Il problema è che sono luoghi con molte regole, anche giustamente, ospitando tanta gente e tanti giovani ed essendo HI un'associazione no-profit, mira a ridurre i costi mantenendo un servizio tra il decoroso e il confortevole.
Ecco quindi che non si possono consumare alcolici al di fuori di certe aree, non si può far rumore, bla bla, diciamo che in questa fase della mia vita le vivo un po' come costrizioni, specie se alla fine della fiera il budget è tale e quale a quello di un normale lodge e specie se si parte dal principio che il rumore si cerca di non farlo comunque e di andare in giro ubriachi non passa per la testa a nessuno.
La struttura principale è un po' più in basso rispetto alla collina in cui sono collocati gli alloggi, quindi è tutto un saliscendi. C'è un ristorante-bar e una specie di salotto molto accogliente e conviviale con tavoli, divani, e giochi di società e libri, la connessione wireless c'è solo lì e quindi tutti i viaggiatori hanno questo punto di accumulo che trovo adorabile. Ai tempi dei miei ultimi viaggi, qualche anno fa in Asia, la wireless era agli albori e gli Internet Point erano un must. Si aspettava la sera, o una sera ogni tanto, si studiava il posto più conveniente sulla guida o per le strade, ci si dava il cambio al pc per sbrigare i proprio affari di comunicazione, si incontravano altri viaggiatori, si sbirciavano le prime telefonate intercontinentali con Skype.
Vivo la diffusione capillare e gratuita del wifi nei motel californiani come una perdita, o un ulteriore contributo all'isolamento. Dalle porte lasciate aperte si vedono scene fin troppo familiari, di persone spaparanzate sul letto con il loro pc in grembo.
Qui al Bug sopravvive l'elemento aggregatore della sala comune, si scende magari con il proprio pc ma poi si socializza, arriva una birra, si propagano le risate, bello!
Noi contribuiamo al folklore con i nani messi a massa davanti l'ennesima puntata di Peppa Pig dopo cena, ci finiamo la bottiglia di Benziger e buonanotte!

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