Portare in giro per il mondo un bambino che non mangia un cazzo è un problema.
Dei miei due figli il primo ha la stessa identica mia attitudine al cibo, il che significa che superate le intemperanze da svezzamento dei primi tre anni di vita, è decisamente onnivoro, incline a provare cose nuove, disponibile a collaborare, con buon appetito, in termini di viaggio del tutto trasportabile.
Daniele invece, il secondogenito che subdolamente aveva dato ad intendere di essere un gran mangione nei primissimi mesi del suo svezzamento, ha rivelato in seguito la sua perfida natura di essere ad elevati livelli di schizzinosità, particolarmente restio ad allontanarsi dal concetto di pasta al pomodoro, resistente ai cambiamenti e incoercibile, fermo sulla posizione che astenersi dal mangiare è preferibile all'introdurre nuovi item nella propria dieta.
Il risultato è che dopo 20 giorni è secchetto da morire, e io sono molto fiera del mio equilibrio interiore che non mi permette di allarmarmi conscia che di fame non morirà e che al ritorno avrà eserciti di nonni felici di assecondarlo in ogni suo vizio. Mi preoccupo solo di come farà a rimpinzarlo nei tre giorni dopo il nostro rientro ormai prossimo, prima che anche mia madre faccia ritorno dal suo viaggio all'altro capo del mondo e chiami i servizi sociali per discutere la patria potestà del suo pupillo. Argh!
Comunque, se normalmente per convincersi che Dani si nutra correttamente bisogna fare la media sulla giornata (seguendo la regola di tralasciare dal bilancio gli elementi classificabili come schifezze), qui negli States si deve essere più tolleranti e fare la media su almeno tre giorni per sentirsi in pace con la coscienza.
Il nano malefico abbassa anche la media della sostenibilità della famiglia in termini di inserimento nel contesto gastronomico del viaggio, visto che abbiamo ordinato spaghetti with butter and cheese praticamente ogni sera (e non è detto che fossero del colore e della giusta consistenza, quindi affatto scontato che l'ordine sia andato a buon fine).
Comunque sembra sia sopravvissuto e goda di buona salute, grazia anche ai nostri pick nick mirati e vitaminici, quindi nella tratta Ridgcrest-Palm Spring ci concediamo persino il primo fast food, non essendoci altro a perdita d'occhio né sulla mappa per rifocillarci durante il viaggio.
L'esperienza fast-food alla fine è anche didattica, a parte il fatto che anche impegnandosi è impossibile ordinate qualcosa che non contenga elementi fritti, salse inquietanti o ingenti quantità di bacon (fritto).
Innanzitutto ho scoperto negli States che il nostro concetto di hamburger è altamente condizionato dalla popolarità in Europa della catena Mc Donald's, mentre qui è davvero un piatto nazionale, a volte di elevata qualità, servito in tutti i ristoranti con grande profusione di verdure a latere.
Poi mi intriga capire l'utilizzo del fast food da queste parti. Ossia, qui tutto è fast come dicevo in precedenza, il fatto di indugiare sul cibo è contro il pragmatismo e l'efficienza americana, il drive thru è una modalità applicatissima per ogni tipo di esercizio che commerci cibo o bevande, tanto nelle formule che riguardano l'alloggio quanto il vitto sembra che qui viga la regola “non si sosta, al più ci si ferma”.
Ecco quindi una festante famigliola messicana con tanti bambini vestiti a festa (è domenica) che pranza in questo Farmer Burger a un'ora di strada da Palm Springs, o una coppia giovane, che ha tutta l'aria di essere uscita da casa apposta per venire qui.
In un modo o in un altro anche noi ci sfamiamo, con Daniele mi gioco la carta “omelette”, che se trovo un locale che la serve dopo le 14:00 (tipicamente è una roba da colazione qui) mi risolve il pasto.
Palm Spring ci accoglie come un'oasi nel deserto, che poi è esattamente quello che è. Le palme da dattero sono state importate un secolo fa, e ora si stagliano lungo il viale principale di questa strana cittadina, proiettando i loro altissimi profili contro le montagne aride e il cielo azzurrissimo.
Siamo in un bell'albergo sul Palm Canyon Drive che è la strada principale, abbiamo una grande piscina tutta per noi e una vasca di acqua caldissima con idromassaggio in questa cornice pazzesca, ci rinfreschiamo prima di andare a cena in questo luogo di villeggiatura di vip e mi viene voglia quasi di entrare in una delle tante cliniche dove le star si rifanno le tette o si fanno installare by-pass gastrici, magari torno pure rinnovata nel corpo oltre che nello spirito.
Domani la nostra piccola gita nel deserto!
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