domenica 22 agosto 2010

Esperienza Big Sur

Non so mai bene cosa rispondere quando, di ritorno da un viaggio mi sento chiedere “ti sei divertita?”
Secondo me non c'è niente di divertente nel viaggiare, o meglio, la domanda è mal posta, non è la domanda giusta.
Un viaggio è spesso faticoso, polveroso, stancante, stressante, inutile negarlo. Basta poco in certo momenti per spostare l'equilibrio dall'incanto allo scazzo, tipo ad esempio una mattinata al Luna Park di Santa Cruz seguita da un pomeriggio a Monterey.
Anche per questo si deve stare ben attenti ai compagni di viaggio, perchè quando l'equilibrio si sposta è anche facile essere nervosi, misantropi, poco inclini allo spirito di gruppo, egoisti.
Quest'esperienza Californiana vede il raddoppio netto della collaudatissima formula-2 (Francesco ed io), che ha funzionato egregiamente negli anni passati e che proprio per la perfetta alchimia non era mai stata modificata, e che ha solo alcuni acerbi precedenti a corto raggio nell'aera Mediterranea. Inoltre i nuovi elementi a bordo appartengono alla peggior specie di viaggiatore: generatori continui di necessità (è mai possibile avere simultaneamente sete sempre ogni volta che si è pronti per partire in macchina, ossia dopo i 20 minuti standard necessari per convincere entrambi a prendere i rispettivi posti sui seggiolini?!), elevati produttori di rumore intorno a questioni di dubbio rilievo (è mia mammaaaaaa, no è miaaaaaa, mammmaaaaaaaa, nooooooooooooo miiiiiiiaaaaaaaaaaa), perversi introduttori di intempestività (mal di panciaaaaa, voglio scendereeeee, devo fare la caccaaaaaa), testardi e impenitenti esercitatori di reticenza (prima Daniele lavare i dentiiiii, prima Lolli bere, non voglio vestirmi/farmi la doccia/mangiare l'hamburger etc etc)
Insomma, a volte si avverte davvero il bisogno di riconciliarsi non solo con questo viaggio, ma con l'idea stessa del viaggio, della serie “ma che ci faccio io qui?!”
Ecco, l'esperienza-Big-Sur appartiene ai fattori di riconciliazione, nel tempo trascorso sulla strada costiera a sud di Monterey si concatenano una serie di momenti perfetti, si creano circoli virtuosi di bambini che si addormentano sereni in macchina, o che si svegliano emozionati perchè sembra di essere sulle montagne russe solo che sotto c'è l'oceano, si rilassano gli animi e la radio comincia a mandare le canzoni giuste, esce il sole e i colori sono pazzeschi, il paesaggio ti ricongiunge alla parte più zen di te stesso, ricordandoti che tutto va bene quando tu stai bene, che la realtà è un riflesso del tuo stato interiore.
Non so se anche tutti gli artisti, scrittori o musicisti che hanno scelto questo pezzo di America come casa e atelier per le loro creazioni la pensassero allo stesso modo, ma posso capire la scelta. Leggo che la famosa cricca della beat generation, Kerouak, Ferlinghetti, Miller&Co hanno fatto del Big Sur il loro rifugio negli anni '60, e che anche oggi sia un posto molto New Age. Sembra vi ci conducesse una vita piuttosto sregolata, sesso libero e droga insomma. L'elettricità arrivò solo negli anni '90.
Il tratto della Hwy1 è lungo 130 miglia ma la nostra strategia della prevenzione (delle intemperanze infantili) ci suggerisce di non tirare la corda, e anche se saremmo andati avanti volentieri guidando lungo la costa il nostro punto più remoto per oggi è il Pfeiffer State Park (e la sua area pick nick, of course), dove ci fermiamo per mangiare e per trascorrere un paio d'ore scorrazzando e bagnandoci le gambe nel torrente di acqua ghiacciata che vi scorre all'interno.vedo comunque sulla mappa che ne abbiamo percorso una buona metà.
In questa strada non ci sono semafori o illuminazione, il paesaggio è selvaggio, la strada corre parallela alla costa, in certi punti la spiaggia è appena pochi metri oltre la carreggiata ma in altri si eleva vertiginosamente aprendo orizzonti mozzafiato. A valle la temperatura è elevata ma in alto c'è un vento frizzantissimo e potente, che sembra volerti trascinare verso lo strapiombo.
Sulla via del ritorno visitiamo la famosa Missione di Carmel, questi luoghi esercitano sempre un forte fascino con i loro bei chiostri fioriti e le chiesette raccolte, ce ne sono diversi nel Golden State ma questo sembra essere uno dei più interessanti.
Ci fermiamo anche a Carmel-by-the-sea, (che alla fine è un po' come dire Francavilla-al-mare no?!) che è un paese graziosissimo e tenuto egregiamente, sono vietate le insegne al neon e i carretti degli hot dog, un vero gioiello di villini lungo una via che digrada dolcemente verso l'oceano.
Scendiamo sulla spiaggia e restiamo fino all'inizio del tramonto. So che siamo prossimi a chiudere le nostre tappe oceaniche e sento già la nostalgia che avanza. Resto a guardare le onde, potrei stare ore li davanti osservando la massa d'acqua che avanza da lontano, spiandola per capire se è un'onda seria, di quelle che fanno paura, e restare ad osservarla con rinnovato timore ogni volta fin quando si infrange, pensando a cosa farei se mi trovassi sotto quella montagna in movimento, mai dare le spalle all'onda dice il cartello di istruzioni all'imbocco della spiaggia.
Ed è proprio questo clima di assodato timore e di riverenza che pervade la gente che popola lo sharf di Carmel oggi, e qualsiasi spiaggia del nord del pacifico sempre, questo essere sì lì a chiacchierare, ma sempre fronte mare, sempre sul chi vive, sempre a distanza di sicurezza.
Fa strano per noi, chiassosi mediterranei che diamo per scontato che il mare ci sia amico, lo violiamo con canotti, spiaggine, gommoni, braccioli e gonfiabili di ogni foggia, ingratamente ci lamentiamo se il sole è troppo forte perchè anche quello per noi è scontato, mentre qui con fede si porta l'ombrellone e si indossa il costume (sotto la felpa) perchè forse ad un certo punto il sole troverà la via per sciogliere la nebbia.
In formato redux, questa la nostra esperienza-Big-Sur!

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