della mia vita è stato un'estate a San Francisco.
Pare l'abbia detto Mark Twain, anche se non è sicuro. Comunque aveva ragione.
Nel tempo ho raccolto diverse testimonianze sulla rigidità del clima nella zona di San Francisco e del Big Sur, ma in cuor mio non ci ho mai creduto. Sì perchè nell'immaginario di molti la California è un posto caldo, dove gli anziani americani n pensione vanno a svernare, dove c'è Ridge di Beautiful che porta Brooke a sciare a Big Bear e c'è il sole e stanno sulle piste in costume, poi Baywatch e il Grande Lebowsky, insomma non fa freddo in California, è una grande esagerazione di persone freddolose che enfatizzano un po' di frescura estiva, poi del resto è estate cazzo, abbiamo lasciato 35 gradi a Roma, come può fare freddo?
E invece fa freddissimo, praticamente c'è questo clima infame che ti svegli la mattina con la cima dei grattacieli immersa nella nebbia, perchè la nebbia non avvolge romanticamente solo la cima dei pilastri del Golden Gate, la nebbia avvolge tutta la parte alta della città e l'avverti sotto forma di minuscole goccioline che ti saturano i pori della pelle.
Esci infreddolito smadonnando e pensando che questa cazzo non è estate e che la prossima volta ti cerchi un posto tra i due tropici o ti porti il piumino, delle due l'una.
Inoltre le città mi intimidiscono e mi respingono, all'inizio è sempre così. Allora ogni volta cerco di ricordarmelo e mi do tempo, solo che poi qui esco la mattina con quei 15 gradi grigi e non mi viene tanto voglia di familiarizzare con la città, anche se lo senti e lo percepisci che è vibrante e che ne varrebbe la pena.
Ci metto un po' a carburare, mi infilo in due tre bar uscendone con il mio bibitone di caffè più che altro per il conforto del sapore dolce e l'odore vagamente familiare, dovendo perlatro combattere col nano piccolo appassionato di caffè che questua per averne una parte, e non è facile negpoziare con un duenne specie se la giornata è rigida e grigia e sto cercando un modo per iniziarla con successo.
Il miracolo avviene più o meno all'ora di pranzo, intorno alle due, ed è sorprendente. All'inizio vedi uno squarcio di cielo azzurrissimo tra le nuvole ma vuoi restare con i piedi per terra e ti dici che sarebbe stato bello se fosse stato vero.
Lo squarcio si apre sempre più, o meglio vedi le nubi grigie letteralmente evaporare. Togli uno alla volta i primi tre strati di cotone-jersey/cotone-felpato/cotone-manica-lunga. Non hai lana da togliere perchè non ci avevi creduto che avrebbe fatto freddo.
Indugi sulla panchina su cui hai appena consumato il tuo hot dog (vegetariano e vegano eh), mentre i bambini continuano ad inseguirsi e ti chiedono di togliere il giubbotto, ed inizia la riconciliazione con la città.
Riconciliazione che prosegue con quella bella e nostagliaca sensazione di familiarità della tua fermata del tram o della metropolitana, quella per cui passi sempre la mattina e la sera, di cui ormai riconosci l'odore, ricordi la posizione delle biglietterie, rivedi con gioia lo squarcio di orizzonte quando la scala mobile ti riporta in superficie.
L'abientamento, e mia successiva americanizzazione, si completerà solo allorquando sarò in grado di muovermi con disinvoltura all'interno di uno Starbucks, avendo capito bene le procedure per ordinare bevande e affini e compreso intimamente la gestione delle facilities, tipo bicchieri-da-caffè, bicchieri-da-latte, creamers e topping, stecchettine per mescolare i bibitoni e senza scorgere nello sguardo di ogni elemento del personale un'aria di commiserazione come se stessero parlando con una demente.
San Francisco, un altro ricordo da segnare nel mappamondo dei miei itinerari, un'altra città che è stata per un pochino casa mia.
sabato 14 agosto 2010
L'inverno più freddo
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