martedì 17 agosto 2010

Cronache dalla 101 Inland Highway

Nei prossimi giorni la leggendaria statale americana sarà la nostra dimora e il filo conduttore, ci accompagnerà al Nord verso le foreste di sequoie del Redwood State Park e nella provincia americana dell'Humboldt, dove inizia il nostro vero on the road dopo l'atterraggio morbido a San Francisco. Entriamo sulla one-O-one attraversando il Golden Gate Bridge, visto sullo sfondo e nella nebbia in questi giorni e ora finalmente vicino. Pare che in media una persona ogni due settimane si tolga la vita gettadosi nelle fredde acque della baia proprio dal Golden Gate. Si dice qui negli States che se ce la si fa a sfondare a New York allora ce la si può fare ovunque. Sembra invece che chi cerca la morte qui lo faccia nella consapevolezza che se non ce la si fa qui a San Francisco, città dove a tutti è data una possibilità, sarà impossibile farcela ovunque. Sempre in tema di prosaicità rilevo anche che alle 11:00 del mattino, quando lo attraversiamo noi, il traffico è intenso, ci accodiamo ad altri automobilisti e ad una processione di turisti in bicicletta che si fermano al View Point per le foto di rito. Guardando questa disordinata eterogenea folla non sono poi così triste per aver rinunciato all'escursione in bici. Il Golden Gate tuttavia mi strega e faccio foto in ogni posizione, dentro la macchina, dal finestrino, e dal View Point of course. Nessuna viene bella come quella del mio sfondo personalizzato su Google, ma da dove l'hanno scattata? Quel bellissimo rosso proiettato sull'oro della collina antistante a me comunica vitalità e allegria. All'inizio la 101 è una highway trafficata che si snoda su paesaggi di poco pregio, peloppiù piatti e desolati, lcome visibilmente violati dall'intervento umano. Noi deviamo per una sosta tecnica quasi subito, a Petaluma, il primo vero esempio di provincia americana sul nostro percorso ed io, ancora frastornata dalla città, non riesco a entrare nella logica dell'urbanistica di questo paesotto, sento che perdo i miei punti di riferimento metropolitani senza trovarne di nuovi neanche in questo outlet, che è la nostra prima metaz a Petaluma, il classico fashion district che ovviamente nasce qui prima di essere importato alle nostre longitudini e in cui infatti non mi sento a mio agio neanche quando razzolo in quelli nostrani. La prima metamorfosi cui vado incontro riguarda il sistema metrico e le unità di misura standard. Da oggi mi trovo a ragionare in miglia e suoi sottomultipli, galloni e libbre, senza neanche più fare le equivalenze che tanto mi perdo, faccio prima a convertire le mie percezioni delo spazio e dei pesi. Comunque insomma, in modo straclassico per chi sorvola l'Atlantico e giunge in terra americana di questi tempi, approfittiamo del vantaggio sulla valuta con la scusa di un paio di mini-Nike deliziose per Dani che, membro della categoria dei duenni, dismette scarpe a ritmi bimestrali. Io inciampo letteralmente nello zerbino della Levi's e mi vedo costretta ad entrare, mannaggia. Ho letto sul numero di Meridiani dedicato a San Francisco che il brevetto dei Levi's ha una precisissima data che ora non ricordo, giorno in cui un sarto armeno assieme al rivenditore di tessuti all'ingrosso suo fornitore - il tedesco signor Levi - depositarono il brevetto dei waiste overall, antenati dei famosi pantaloni jeans, che avevano sostanzialmente la caratteristica di essere rinforzati da questi bottoncini in rame e venivano usati dai contadini nei lavori di fatica. Io per questioni di moda opto per un modello “boot” da donna colore chiaro per 32 dollari, non male... L'outlet è strano, uguale ai nostri ma con un milionesimo del pubblico, tutte famigliole con almeno tre figli, c'è un solo bar dove servono praticamente solo hot dog, pare non si riesca ad uscire dal loop degli hot dog da queste parti. Il viaggio che ci aspetta è lungo e ci mettiamo in marcia dopo i frettolosi acquisti, guardo languidamente le vetrine di Gap e Converse e rimando lo shopping ad altra data. Non sappiamo bene in quale posto ci fermeremo per dormire, l'idea iniziale è raggiungere Eureka ma sembra troppo lontana, e ci fermiamo a Legget per una merenda veloce e decidere il dafarsi. Il nostro primo market sulla 101 è proprio come nei film, vi sostano moto e pick up guidati da pittoreschi personaggi, uomini di mezza età con lunghe barbe bianche, signore sovrappeso, easy riders su Harley Davidson in viaggio per chissà dove. Campeggiano enormi frigoriferi che vendono ghiaccio e galloni di acqua o latte addizionati di qualcosa o liberi di qualcos'altro , confezioni famiglia di tacchino multiforme (nostro ingrediente primario nei sandwich per i pick nick), sigarette in saldo e salse multicolor. Sulla 101 per la prima volta ho realizzato che ho un problema serio di comunicazione. L'avevo subodorato a San Fran che il mio inglese non avrebbe funzionato come avrei sperato, ma qui ne ho la certezza: non capisco i californiani (e probabilmente anche loro capiscono poco me...). Grande smacco ma tant'è. Ci fermiamo per una merenda a Leggett, è tardo pomeriggio e il panico da non-abbiamo-un-posto-in-cui-dormire si somma alla certezza che non arriveremmo ad Eureka prima di sera, orario in cui alla ricerca di un'accomodation si sommerebbe la ricerca urgente di un posto in cui mangiare, in un'orario in cui anche a detta della Lonely si farebbe fatica a trovare anima viva in giro, figuriamoci un ristorante aperto. Deliberiamo che Eureka è inarrivabile e seguo con apprensione la mappa alla ricerca di un villaggio appetibile in qualsiasi punto dell'Humboldt nelle prossimità della 101, e vedo scorrere accanto a me paesaggi adesso bellissimi sulla strada che adesso serpeggia nei boschi fitti e verdissimi, campeggi e cottage di legno e mi chiedo perchè puntare una cittadina quando è così bella questa natura, e proprio in quel momento raggiungiamo Myers Flat, nel mezzo del nulla ma proprio sotto il cartello segnaletico del villaggio c'è l'indicazione del Myers Inn, una deviazione di un nonnulla dalla statale che ci porta direttamente dentro il cortile del luogo più accogliente del mondo specie per una combriccola di viaggiatori in macchina dal mattino. La quotazione iniziale è tipo il doppio del mio budget ideale, ma ho i bambini razzolanti nel cortile, felicissimi di essere scesi dalla macchina e desiderosi di fermarsi, io vorrei dare a loro e a me stessa un nido accogliente per le prossime due notti, e nel frattempo non so come Francesco ha negoziato una cifra molto simile al mio budget ideale, il che fa del Myers Inn, per un paio di giorni casa nostra. Ceniamo in un posto pazzesco, una specie di locanda accanto ad un saloon, sulla mappa la località risponde al nome di Miranda, quattro tavoli, tre tipi di hamburger, una cameriera che sembra uscita da un B-movie e un acquario tropicale dove i bambini si imbambolano davanti a due tipici esemplari di pesce-Nemo. Fine della nostra prima giornata sulla one-O-one.

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